Vent’anni senza Oriana Fallaci: la grandezza e le contraddizioni della firma che cambiò il giornalismo

Il 15 settembre 2006, vent’anni fa, moriva a Firenze Oriana Fallaci. Aveva 77 anni, un cancro che chiamava semplicemente “l’Alieno” e alle spalle una vita trascorsa a fare esattamente ciò che aveva sempre preteso da se stessa: esserci. Esserci dove la Storia accadeva, possibilmente in prima fila, e raccontarla senza fingere di essere invisibile.
Fallaci non fu mai una giornalista neutrale. Trasformò tutto ciò che le scuole di giornalismo d’oggi considerano un grave errore nel suo personalissimo e riconoscibilissimo metodo. Entrava nei reportage, giudicava gli intervistati, provocava, insisteva, costruiva il racconto anche intorno alle proprie emozioni. “Partecipo a ciò che vedo o sento come se riguardasse me personalmente”, spiegò parlando del suo lavoro.
Un metodo discusso allora e ancora più discutibile oggi. Le sue interviste potevano diventare duelli nei quali l’intervistatrice sembrava talvolta importante quanto l’intervistato…eppure funzionavano. Henry Kissinger definì il colloquio con lei del 1972 la conversazione più disastrosa mai avuta con un giornalista. Fallaci era riuscita a portarlo a descriversi attraverso l’immagine del cowboy solitario, provocando un caso politico negli Stati Uniti.
La giornalista che entrava nella Storia
Era cresciuta dentro la Storia prima ancora di poterla raccontare. Nata a Firenze nel 1929, partecipò giovanissima alla Resistenza antifascista. Poi arrivarono il giornalismo, L’Europeo, i reportage dal Vietnam, dal Medio Oriente, dall’Asia e dall’America Latina. Nel 1968 era a Città del Messico durante la repressione di Tlatelolco: venne colpita dai proiettili e creduta morta. Sopravvisse e raccontò ciò che aveva visto.
Fu la prima donna italiana a imporsi come inviata sui fronti di guerra, in un mestiere ancora profondamente maschile. E poi arrivarono i potenti, figure di spicco come Golda Meir, Yasser Arafat, Indira Gandhi, lo scià di Persia, Gheddafi, Kissinger, Khomeini. Non li avvicinava mai con deferenza ma li studiava, li provocava, cercava il punto in cui la maschera del potere avrebbe potuto incrinarsi.
L’immagine rimasta nella storia del giornalismo è quella dell’Iran del 1979. Davanti all’ayatollah Khomeini, Fallaci incalza sulla condizione femminile e sul chador che lei stessa è stata costretta a indossare. Poi se lo toglie davanti a lui. Il colloquio si interrompe per riprendere il giorno successivo e sembra una scena teatrale, più che. Ma dietro la teatralità c’è qualcosa che oggi rischia di andare perduto: la disponibilità a mettere personalmente in discussione il potere avendolo seduto a pochi metri di distanza.
Una donna che non voleva essere chiamata femminista
Il rapporto di Fallaci con il femminismo fu altrettanto irregolare. Non amava essere rinchiusa nell’etichetta di femminista, eppure alcune sue battaglie appartengono pienamente alla storia dell’emancipazione femminile italiana.
Nel 1976, mentre il Paese discuteva della depenalizzazione dell’aborto, intervenne in televisione nel programma “AZ: un fatto, come e perché”. Prima di lei avevano parlato degli uomini, cosa che Fallaci fece immediatamente notare. Il punto della sua posizione era radicalmente semplice: gravidanza, parto e aborto riguardano innanzitutto il corpo delle donne e dunque la decisione ultima deve appartenere a loro. Erano gli anni in cui il Partito Radicale aveva raccolto oltre 700 mila firme per un referendum sulla disciplina penale dell’aborto.
Un anno prima aveva pubblicato “Lettera a un bambino mai nato”, nato paradossalmente proprio dalla commissione di un’inchiesta giornalistica sull’aborto. Fallaci tornò mesi dopo non con l’inchiesta richiesta ma con un libro, un monologo doloroso sulla maternità, sulla libertà e sulla possibilità di scegliere se mettere al mondo una vita. Un testo che sfuggiva alla divisione tra abortisti e antiabortisti proprio perché trasformava una questione politica in un dilemma umano.
Anche questa era Fallaci: insofferente alle appartenenze, difficile da sistemare dentro una casella ideologica.
Il confine tra coraggio e pregiudizio
Ma celebrarla senza raccontare ciò che di lei resta profondamente controverso significherebbe costruire un monumento al posto di un ritratto.
Dopo l’11 settembre 2001 Fallaci tornò prepotentemente nel dibattito pubblico con “La rabbia e l’orgoglio” e poi con “La forza della ragione”. La sua critica al fondamentalismo islamico si trasformò spesso in una generalizzazione sull’Islam e sui musulmani, con espressioni considerate discriminatorie e islamofobe. I libri provocarono proteste, denunce e procedimenti giudiziari. È probabilmente qui che il metodo Fallaci mostra anche il proprio limite. Quella partecipazione personale che nei reportage di guerra rendeva la sua scrittura viva e potentissima poteva trasformarsi in furia; il rifiuto della neutralità, in certezza; la provocazione, in generalizzazione. E il giornalista che entra così profondamente nella storia che racconta rischia, a un certo punto, di non lasciare più abbastanza spazio alla realtà per contraddirlo.
Eppure ridurre Fallaci agli ultimi anni sarebbe tanto scorretto quanto ignorarli.
Restano il Vietnam e Tlatelolco. Restano le pagine su Panagulis, le interviste ai protagonisti del Novecento, “Niente e così sia”, “Un uomo”, “Intervista con la storia”, “Lettera a un bambino mai nato”. Resta soprattutto la rivoluzione professionale di una donna italiana che attraversò guerre, rivoluzioni e palazzi presidenziali quando il giornalismo internazionale era ancora dominato dagli uomini e che riuscì a trasformare l’intervista politica in un genere quasi letterario.
Vent’anni dopo la sua morte, Oriana Fallaci continua infatti a provocare una reazione rara: costringe a prendere posizione. La si può criticare, contestare, perfino trovare insopportabile. In alcuni casi è necessario farlo. Ma è difficile leggerla senza sentire una voce, perché non ci ha lasciato soltanto ciò che pensava. Ci ha lasciato reportage nei quali si sente ancora il rumore della guerra, interviste in cui i potenti sembrano perdere per un momento il controllo della propria immagine, pagine nelle quali giornalismo e letteratura smettono di essere due mestieri separati. E non c’è misura più eloquente della sua grandezza.
Non è necessario trasformarla in un’icona senza difetti per riconoscere ciò che è stata. Al contrario, bisogna conservarne anche gli eccessi, gli errori, le contraddizioni. Perché Oriana Fallaci è stata tutte queste cose insieme: partigiana, inviata, scrittrice, provocatrice, donna libera e figura divisiva. Soprattutto, è stata una giornalista che non ebbe mai paura di occupare spazio. E dopo vent’anni, quello spazio è ancora impossibile non vederlo.




