La Royal Commonwealth Society e la sua presenza in Italia: il Commonwealth Club di Roma
L’Italia non fa parte del Commonwealth delle Nazioni, eppure da quasi ottant’anni esiste a Roma un’istituzione che tiene vivo il legame tra il Belpaese e questa straordinaria famiglia di 56 stati: il Commonwealth Club di Roma, filiale italiana della Royal Commonwealth Society, fondata a Londra nel 1869. Un’anomalia, in apparenza, che in realtà racconta molto sia della vocazione universalista del Commonwealth che del ruolo dell’Italia come crocevia diplomatico e culturale nel cuore del Mediterraneo.
Per comprendere la presenza italiana bisogna partire dall’organizzazione madre. La Royal Commonwealth Society nacque nel 1868 come organizzazione non politica e di carattere culturale. Il titolo reale le fu concesso nel 1869 e il suo nome si è evoluto nel tempo: da The Colonial Society (1868–1869) a The Royal Colonial Society, poi The Royal Colonial Institute, quindi The Royal Empire Society (1928–1958), fino all’attuale denominazione adottata nel 1958.
Oggi la RCS è un’organizzazione non governativa con una missione ben precisa. Attraverso l’empowerment giovanile, l’istruzione e l’advocacy ad alto livello, la Società si fa campione dell’importanza dell’alfabetizzazione, dell’uguaglianza e dell’inclusione, dell’ambiente e delle comunità connesse tra i 56 stati membri del Commonwealth. La RCS è oggi il centro di una rete internazionale di oltre 10.000 membri, distribuiti in 100 paesi e territori, e collegati da circa settanta filiali autogovernate in quarantatré paesi.
Il Commonwealth Club di Roma: una storia lunga quasi ottant’anni
Fondato a Roma nel 1947, il Commonwealth Club di Roma è una filiale della Royal Commonwealth Society ed è un’organizzazione accreditata dal Commonwealth Secretariat: un forum in cui diplomatici, imprenditori, associazioni e membri dei 56 paesi del Commonwealth possono promuovere idee di comune interesse. La sua missione dichiarata è rafforzare i rapporti tra il Commonwealth e l’Italia.
La fondazione nel 1947 non è casuale: l’immediato dopoguerra era un momento di straordinaria intensità diplomatica, con Roma che si preparava a diventare la capitale di una nuova Repubblica e il Commonwealth che, dopo l’esperienza della Seconda guerra mondiale, stava ridefinendo la propria identità come associazione volontaria di nazioni libere. La presenza di un club del Commonwealth nella Capitale testimoniava la volontà di costruire ponti tra il mondo britannico e quello italiano proprio in un momento di ricostruzione e speranza.
Le attività del Club spaziano su più fronti. Sul piano diplomatico, il Club funge da punto di riferimento per le ambasciate dei paesi del Commonwealth presenti in Italia e per i funzionari del governo italiano che intrattengono relazioni con questi stati. Sul piano economico, promuove le imprese del Commonwealth che operano in Italia e facilita i rapporti commerciali tra i paesi membri e le aziende italiane.
Guardando al calendario delle attività recenti e future, emerge un’organizzazione molto vivace. Tra gli eventi in programma figurano il Commonwealth Day 2026, il Commonwealth Games 2026, la Commonwealth Cricket Cup 2026 e il CHOGM (Commonwealth Heads of Government Meeting) ad Antigua e Barbuda nel 2026. Il Club è anche fortemente impegnato nel mondo dello sport, sostenendo la Federazione Italiana Cricket, un punto di contatto concreto tra la cultura sportiva britannica e quella italiana.
Sul piano culturale, il Club organizza eventi legati alla diplomazia d’impresa, cene di gala come il tradizionale pranzo natalizio, cerimonie come il Remembrance Day (il giorno della memoria dei caduti britannici nelle due guerre mondiali), e forum dedicati alle grandi sfide globali come l’erosione costiera e la cooperazione antartica.
Il Commonwealth e l’Italia: un legame indiretto ma reale
È interessante chiedersi perché l’Italia, paese senza alcun passato coloniale britannico, debba avere un legame così strutturato con il Commonwealth. La risposta è duplice. Da un lato, Roma è sede di numerose ambasciate dei paesi del Commonwealth, inclusa quella del Regno Unito, e ospita organismi internazionali come la FAO e il IFAD, dove molti stati del Commonwealth sono rappresentati. Dall’altro, l’Italia è tradizionalmente una porta d’accesso privilegiata per i paesi del Commonwealth verso il mercato europeo, un ruolo che il Brexit ha reso ancora più strategicamente rilevante.
Dal 2022, tra l’altro, il Regno Unito non è più la più grande economia del Commonwealth: è stato superato dall’India, che è diventata la quinta economia mondiale, il che conferisce al network del Commonwealth — e quindi al suo snodo romano — una rilevanza commerciale e diplomatica in continua crescita.
Al di là della presenza italiana, la Royal Commonwealth Society rimane un’organizzazione di grande importanza simbolica e pratica. Essa custodisce e promuove i valori della Carta del Commonwealth: democrazia, pace, sviluppo, uguaglianza di genere, rispetto dei diritti umani e tutela degli stati più vulnerabili. Attraverso i suoi programmi educativi, giovanili e di sensibilizzazione, la Società mira a incoraggiare i giovani a sviluppare competenze e, con una maggiore comprensione del loro ruolo di cittadini globali, ad affrontare le sfide che la comunità internazionale si trova ad affrontare.
Il dibattito sul futuro del Commonwealth è aperto. Alcuni paesi dei Caraibi chiedono risarcimenti per il passato schiavista, e la morte della regina Elisabetta II nel 2022 aveva intensificato le discussioni sul futuro dell’organizzazione. Eppure il Commonwealth resiste, perché offre ai suoi membri, soprattutto ai più piccoli, un canale di comunicazione diretto con le grandi potenze democratiche occidentali e un sistema di cooperazione economica prezioso.
La Royal Commonwealth Society e il suo Commonwealth Club di Roma rappresentano un esempio raro e prezioso di diplomazia culturale non governativa. In un mondo sempre più frammentato, dove le alleanze si ridisegnano e le identità si interrogano, questa piccola istituzione romana — fondata ottant’anni fa in una città che si ricostruiva dalle macerie — continua a tenere acceso un filo di dialogo tra l’Italia e una comunità che rappresenta oltre due miliardi di persone nel mondo. Un promemoria, discreto ma tenace, che i ponti tra le culture valgono sempre la pena di essere costruiti e mantenuti.




