Piano Mattei, l’ambizione non supera il talento
Sono passati due anni dal lancio ufficiale al vertice Italia-Africa di Roma (gennaio 2024), ora, il Piano Mattei, entra nella sua cosiddetta “Fase 2” con il secondo summit svoltosi ad Addis Abeba il 13-14 febbraio 2026. L’appuntamento etiope avrebbe dovuto segnare il salto di qualità dell’iniziativa ma si è rivelato invece l’occasione in cui le contraddizioni strutturali del Piano sono diventate impossibili da ignorare e in cui la distanza tra la retorica del “partenariato non predatorio” e le risorse effettivamente mobilitate ha mostrato tutta la sua ampiezza.
Risorse sovrastimate, governance opaca, e una strategia energetica costruita più sugli interessi italiani che sui bisogni africani ma conviene guardare e scrivere dei fatti altrui (Venezuela, Iran, USA etc etc) piuttosto di analizzare ciò che avviene in casa nostra.
Tutti bravi con i fondi degli altri
Il dato finanziario è il punto di partenza obbligato di ogni valutazione: il Piano Mattei prevede, per il suo primo quadriennio, una dotazione complessiva di 5,5 miliardi di euro. Tre miliardi provengono dal Fondo italiano per il Clima, il 70% dei 4,2 miliardi complessivi del Fondo, risorse stanziate dal governo Draghi mentre i restanti 2,5 miliardi provengono dai fondi dell’Agenzia italiana per la cooperazione e lo sviluppo, già precedentemente destinati all’Aiuto Pubblico allo Sviluppo e non incrementati dall’ultima legge di bilancio. Potremmo già chiudere qui l’analisi ma continuiamo.
Il fondo multilaterale negoziato con la Banca africana di sviluppo, la “Mattei Plan and Rome Process Financing Facility”, ha raccolto risorse per soli 161 milioni di euro, di cui 100 milioni provenienti dal Fondo italiano per il Clima. Sommando tutte le dotazioni con provenienza verificabile, l’impegno tracciabile non va oltre gli 1,5 miliardi di euro a settembre dello scorso anno quindi a metà del percorso quadriennale dichiarato, le risorse effettivamente mobilitate non raggiungono un terzo del totale annunciato.
Facendola spiccia: non si tratta di nuovi investimenti, ma di un reindirizzamento di fondi preesistenti sotto un cappello politico unificante: quello che IAI e ISPI definiscono un problema strutturale di addizionalità nulla o marginale.
In vista del vertice di febbraio 2026, il governo ha riletto le cifre includendo gli 1,4 miliardi derivanti nel 2025 dal Fondo Italiano per il Clima, dal Plafond Africa di Cassa Depositi e Prestiti e dalla linea multi-donor con la Banca Africana per lo Sviluppo. Numeri significativi in termini assoluti, ma che non modificano il giudizio di fondo: il gap tra risorse annunciate e risorse effettivamente mobilitate e tracciate con certezza supera il 70% rispetto all’obiettivo quadriennale. Iniziative, meeting, tavole rotonde, incontri B2B però procedono a gonfie vele.
Trasparenza e governance
A rendere il quadro ancora più variopinto è l’assenza di una rendicontazione chiara e sistematica sull’utilizzo delle risorse. I progetti pilota sono attivi in 14 paesi: 9 iniziali (Egitto, Tunisia, Algeria, Marocco, Costa d’Avorio, Mozambico, Repubblica del Congo, Etiopia, Kenya) più 5 aggiunti a gennaio 2025 (Angola, Ghana, Mauritania, Tanzania, Senegal) lungo sei settori principali: sanità, istruzione, agricoltura, acqua, energia e infrastrutture.
I budget disaggregati per progetto, le forme di finanziamento (dono, prestito agevolato, garanzia, equity) e lo stato di avanzamento dei lavori non sono pubblicamente disponibili in forma sistematica secondo standard internazionali comparabili come quelli OCSE-DAC.
Un problema ulteriore riguarda la composizione del perimetro dichiarato: diversi progetti risultano inseriti nel Piano senza essere stati concepiti nell’ambito della sua struttura decisionale, configurando un’aggregazione ex-post che gonfia artificialmente le cifre.
Sul piano istituzionale, l’assenza di un’agenzia esecutiva dedicata, sul modello della KfW tedesca o dell’USAID americana per citarne due, genera dipendenza dalle strutture operative di ENI, CDP e SIMEST, che rispondono a logiche di mercato non sempre allineate agli obiettivi di sviluppo dichiarati. Il coordinamento attraverso una Cabina di Regia interministeriale si è rivelato più adatto alla comunicazione politica che alla gestione di un programma complesso.
Il Presidente della Commissione dell’Unione africana Moussa Faki Mahamat ha espresso pubblicamente riserve sulla mancata consultazione dei governi africani nella fase preparatoria. Un piano fondato su “partenariato paritario” ma elaborato senza i diretti interessati parte con una contraddizione di principio difficilmente sanabile.
L’equivoco energetico
Il Piano Mattei si propone come strumento per fare dell’Italia un hub energetico tra Africa ed Europa, puntando in misura significativa sullo sviluppo del gas naturale come “energia di transizione”. Tutto bello ma è qui che si annida la contraddizione più profonda tra narrativa e realtà.
Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), l’Africa ospita il 60% delle migliori risorse solari del mondo, ma detiene appena l’1% della capacità solare installata a livello globale. Non affronteremo in quest’articolo questa problematica. Investire prevalentemente in infrastrutture gasiere significa costruire asset costosi che servono principalmente gli interessi industriali italiani ed europei, più che le comunità africane più vulnerabili. L’80% dei 600 milioni di africani senza accesso all’elettricità vive in aree rurali (IEA, 2025), dove le reti di distribuzione del gas sono praticamente assenti tanto quanto quelle elettriche: la scelta del gas come vettore privilegiato non risolve il loro problema.
Il Piano non pubblica alcuna strategia di transizione energetica esplicita per i paesi partner, né fissa target quantitativi di capacità rinnovabile da installare. Questa lacuna crea una tensione irrisolta con il Global Gateway europeo, che vincola i propri fondi africani a criteri di sostenibilità ambientale.
La tensione non è solo strategica ma anche reputazionale: l’Italia si presenta come campione del partenariato climaticamente responsabile nei consessi internazionali, ma finanzia infrastrutture gasiere in Africa attraverso ENI senza un quadro chiaro di compatibilità con gli impegni di Parigi. Un crash totale e questo doppio registro è sempre meno sostenibile nelle sedi multilaterali.
Tutte le carenze sopra citate acquistano un peso ancora maggiore quando si misurano rispetto alle reali necessità del continente, documentate da fonti primarie internazionali.
Il fabbisogno energetico
Secondo il rapporto IEA “Financing Electricity Access in Africa” (ottobre 2025), raggiungere l’accesso universale all’elettricità in Africa entro il 2035 richiede 150 miliardi di dollari di investimenti cumulativi, ovvero circa 15 miliardi di dollari l’anno. Nel 2023, gli impegni effettivi per nuove connessioni nell’Africa subsahariana non hanno superato i 2,5 miliardi di dollari annui — meno di un sesto del necessario. In questo contesto, i fondi italiani quadriennali — anche se interamente erogati — rappresentano meno di un anno del gap di investimento nel solo settore dell’accesso elettrico.
Il quadro si allarga ulteriormente se si considerano gli obiettivi energetici e climatici complessivi. L’IEA stima che raggiungere tutti i traguardi energetici e climatici dell’Africa entro il 2030 richieda investimenti superiori a 190 miliardi di dollari l’anno tra il 2026 e il 2030, con i due terzi destinati alle energie pulite (IEA, Africa Energy Outlook 2022). L’aggiornamento del World Energy Investment 2024 porta questa stima a oltre 200 miliardi di dollari annui entro fine decennio. Nel 2024, gli investimenti energetici effettivi in Africa si attestavano attorno ai 110 miliardi di dollari totali — poco più della metà del necessario.
Il Global Gateway
Il Global Gateway europeo, al quale il Piano Mattei è agganciato istituzionalmente prevede investimenti complessivi da 300 miliardi di euro entro il 2027, di cui 150 miliardi dedicati all’Africa. In questo ecosistema finanziario, il contributo italiano, persino nella sua versione massima di 5,5 miliardi in quattro anni, rappresenta meno del 4% della quota africana europea. L’allineamento operativo tra Piano Mattei e Global Gateway rimane inoltre da definire: non esistono documenti pubblici che specifichino la quota italiana all’interno del Global Gateway Africa né i meccanismi di coordinamento con la Commissione Europea.
Ad Addis Abeba, Meloni ha annunciato un’iniziativa decennale (orizzonte 2035) per la gestione del debito dei paesi partner: conversione integrale per i paesi meno sviluppati e riduzione del 50% per quelli a reddito medio-basso, per un valore complessivo stimato di circa 235 milioni di euro in dieci anni. Un contributo significativo in termini bilaterali, ma marginale rispetto a una crisi del debito africano che il FMI segnala coinvolgere decine di paesi in situazione di stress finanziario.
Il Piano Mattei è un’iniziativa politicamente significativa che ha restituito all’Italia visibilità internazionale e ha riportato l’Africa al centro dell’agenda di politica estera dopo anni di marginalizzazione. Cosa buona e giusta. Il formato summit, la cornice del “partenariato non predatorio” e il tentativo di costruire una presenza italiana strutturata nel continente sono elementi positivi che meritano riconoscimento. Tanto di cappello.
Ma tre carenze strutturali ne limitano l’efficacia reale e tangibile con numeri alla mano e, se non corrette nella Fase 2, rischiano di trasformare un’iniziativa ambiziosa in un’operazione principalmente comunicativa, a tratti propagandistica. La prima è finanziaria: servono fondi genuinamente nuovi, non rietichettati. La seconda è di governance: servono trasparenza, criteri pubblici di selezione dei progetti e un meccanismo di rendicontazione standard. La terza è strategica: serve una coerenza tra il posizionamento come hub energetico e gli impegni climatici, con target verificabili di rinnovabili per i paesi partner.
Senza risposte verificabili a queste domande, il Piano Mattei rischia di restare una serie di promesse ambiziose con una dotazione finanziaria sovrastimata costruita più sugli interessi italiani che sulle necessità africane. Sforziamoci di evitare un quadro già visto, grazie.




