La nostra civiltà fondata sull’infanzia

Nel 1982 venne pubblicato un libro dal titolo curioso: The Disappearing of Childhood. L’autore era Neil Postman, un sociologo statunitense particolarmente interessato ai fenomeni della comunicazione di massa e autore di altri volumi di successo. Il libro è molto acuto e vale la pena di leggerlo anche dopo trent’anni. Ma come era possibile anche solo parlare di «scomparsa dell’infanzia»? non è questa uno stadio ineliminabile della crescita umana? Biologicamente sì, ma non socialmente. L’infanzia esiste socialmente quando essa gode di uno statuto proprio, chiaramente distinto da quello dell’età adulta, con annessi diritti e doveri particolari. In tal senso l’infanzia si estende molto al di là di quanto consiglierebbero semplici considerazioni biologiche e grosso modo si identifica con quella che chiamiamo la «minore età». Alcune caratteristiche certo continuano ad esserci (per esempio la non responsabilità di fronte alla legge); altri confini invece, da almeno mezzo secolo, si stanno sfaldando. Quali sono? In parte riprendendo in parte rielaborando le analisi di Postman, ci pare di vederne soprattutto due.

Il primo è quello dell’istruzione: il bambino non può lavorare, deve invece studiare. L’esistenza di questo dovere è una conquista di civiltà e non è per nulla una cosa ovvia. Platone per esempio scrive nella Repubblica che costringere a studiare un bambino che non ha piacere a farlo è uno spreco di tempo e forze, perché gli esercizi della mente (al contrario di quelli del corpo) funzionano soltanto quando sono svolti volentieri. Considerazioni simili vengono talvolta ripetute ancora oggi, magari in maniera provocatoria, e per esse si può provare simpatia: ma solo per qualche secondo, cioè finché ci si accorge di quanto siano nei fatti regressive. L’iniziale interesse di un bambino per la cultura dipende in maniera decisiva dall’ambiente in cui egli è cresciuto, dagli esempi che egli ha visto: essere costretti a scoprire un mondo che prima di allora non si è neppure visto o immaginato è dunque un gesto che apre orizzonti, che conferisce libertà, e che ovviamente permette l’inserimento a pieno titolo in un mondo umano che è costituito in grandissima parte di scambi culturali e simbolici. Ovviamente l’adempimento di questo dovere è possibile per il bambino solo se contemporaneamente egli viene tenuto fuori dal mondo del lavoro, che confliggerebbe con questa dedicazione alla libera scoperta di un mondo di idee e di valori. È per questo che il lavoro minorile abolisce l’infanzia.

Il secondo confine con l’età adulta è tracciato dall’esclusione dei bambini dal discorso e dalla pratica del sesso. Per contrarre matrimonio (che definisce i rapporti sessuali nelle sue più importanti ricadute sociali) bisogna avere salvo eccezioni la maggiore età, e tutte le legislazioni occidentali puniscono in maniera severa i rapporti sessuali tra un adulto e un minore. Perché? Spesso il motivo viene identificato nell’incapacità del secondo di prestare un reale consenso: dunque si tratterebbe in buona sostanza di punire una violenza. Anche se questo è il più delle volte il caso, mi pare che la spiegazione in generale sia molto fragile: sia perché esistono molte altre relazioni (per esempio di parola, di gioco, di amicizia: mai visto Nuovo Cinema Paradiso?) in cui un adulto e un minore possono interagire, dando ciascuno il consenso di cui è capace; sia perché (come abbiamo visto nel caso dell’istruzione) non è affatto vero che una coercizione nei confronti del bambino sia sempre riprovevole. Se i bambini devono essere tenuti fuori dal discorso sessuale degli adulti, se la pedofilia viene punita come un reato, ci sono ragioni molto più forti: anzitutto perché solo così può venire tracciato il confine tra le generazioni, che i rapporti sessuali creano e significano; poi perché solo così il sesso può essere elaborato come un campo non solo di piacere, ma anche di incontro, di amore, di costruzione della comunità: un’elaborazione che richiede tempo, riflessione, che s’impara con le poesie e con l’esempio prima che sui libri di biologia. In questo modo quanto si sperimenterà nel proprio corpo e nei propri sentimenti potrà collocarsi in un orizzonte umano. Coinvolgere il bambino nel sesso significa dunque, esattamente come nel caso del lavoro minorile, impedire questo processo e abolire l’infanzia: ciò che accade, per esempio, nelle società che ammettono le spose-bambine.

Se la trasgressione di questi confini ci pare così grave, ciò accade dunque perché le nostre civiltà occidentali (e anche altre, beninteso) sono essenzialmente fondate su di essi. È solo lunga gestazione sociale dell’infanzia che ha permesso nella storia quei tesori di cultura, di scienza, di arte, di umanità, che oggi ci paiono ovvi. La minore età dunque come una sorta di serra separata dal mondo degli adulti? Sì, esattamente. Nel suo celebre articolo La crisi dell’educazione, Hannah Arendt presenta con forza quest’idea, che in una certa misura a suo avviso vale per gli esseri umani in generale: «Le quattro pareti dentro le quali si vive la vita famigliare privata delle persone costituisce una protezione nei confronti del mondo e in particolare dell’aspetto pubblico del mondo. Esse delimitano un posto sicuro, senza il quale nessun essere vivente può svilupparsi. Questo è vero non solo per la vita dell’infanzia, ma per la vita umana in generale. Dovunque questa è costantemente esposta al mondo senza la protezione della riservatezza e della sicurezza, la sua qualità vitale viene distrutta».

Negli anni ’80, Neil Postman credeva che l’infanzia stesse scomparendo a causa della televisione: la televisione è così facile da fruire che rende inutile ogni formazione scolastica, la televisione svela tutti i segreti dei quali un tempo i bambini erano tenuti all’oscuro. Sicuramente c’era non poco di vero in questa diagnosi, ma oggi forse ci sono altri e più diretti pericoli per i due confini.

Nei confronti del primo: l’idea ossessiva secondo cui la scuola «deve preparare al lavoro» tende a cancellarne l’aspetto fondamentale, che cioè essa deve formare uomini e donne con intelligenza e sentimenti, e cittadini con spirito critico. Da qui a togliere dai curricula tutto ciò che pare non servire ai futuri datori di lavoro il passo è breve (è un tema che già altre volte abbiamo toccato). Nei confronti del secondo: il bombardamento sociale di immagini e discorsi erotici, diretti anche ai bambini, sta raggiungendo livelli fino ad ora sconosciuti e l’«ipersessualizzazione» è ormai uno dei problemi ricorrenti nella psicologia dell’età evolutiva. Ma questo non è nulla in confronto, per esempio, al documento diramato nel 2010 sugli Standard di Educazione Sessuale in Europa, che porta il logo dell’Ufficio regionale per l’Europa dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (tra l’altro non si capisce bene a quale titolo: ma questo sarebbe un altro discorso). Gli autori dànno l’impressione di non aver mai visto bambini e ragazzi in vita loro, ma ciononostante tracciano per essi un dettagliato programma di educazione sessuale: per la fascia zero-quattro anni è previsto per esempio che i maestri istruiscano bimbi e bimbe su «gioia e piacere nel toccare il proprio corpo, masturbazione infantile precoce». Ovviamente, nel più stantìo pedagogichese, a ciò corrispondono «competenze» da acquisire: bisogna «mettere i bambini in grado di esprimere i propri bisogni, desideri e limiti, ad esempio nel “gioco del dottore”» (p. 40). Il seguito è in linea e in proporzione: per esempio, a partire dai nove anni bimbi e bimbe devono essere «messi in grado di utilizzare preservativi e contraccettivi correttamente in futuro» (p. 44); a partire dai dodici anni, invece, viene ripetuto in maniera martellante che bisogna «sviluppare capacità di negoziazione» (p. 47, 48, 49) e trasmettere informazioni sul sesso «in cambio di piccoli regali, inviti a pranzo/serate, piccole somme di denaro» (p. 49): viva la chiarezza. Queste indicazioni fin da ora sono il riferimento di iniziative didattiche che anche in Italia surrettiziamente si stanno diffondendo e cifre ragguardevoli sono state recentemente stanziate per aggiornare gli insegnanti su temi consimili.

Sarebbe interessante chiedersi chi ci guadagna in fin dei conti da tutto ciò. Ma per ora chiediamoci solo se dall’abolizione dell’infanzia possa nascere una nuova civiltà, ricca e umana quanto e più di quella che, con tutti i suoi limiti, conosciamo. Impossibile escluderlo a priori, ma è certo che sarebbe completamente diversa da quella che conosciamo e che l’onere della prova è tutto dalla parte di chi crede in una risposta positiva: una prova che, per quanto possibile, dev’essere fornita prima di far esperimenti su esseri umani in qualità di piccole cavie.

di Giovanni Salmeri
(Presidente del Consiglio di Corso di laurea in Filosofia, Roma Tor Vergata)

4 gennaio 2014

ARTICOLI DI RISPOSTA:
di Patrizia Cupini
https://www.2duerighe.com/notizie/articolo-di-risposta-di-patrizia-cupini-a-la-nostra-civilta-fondata-sullinfanzia-di-giovanni-salmeri

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