Articolo di risposta di Patrizia Cupini a: “La nostra civiltà fondata sull’infanzia” di Giovanni Salmeri

Grazie all’ articolo del Professor Salmeri ho letto il documento sugli Standard di Educazione Sessuale in Europa dell’ OMS di cui ignoravo l’esistenza. A fine lettura  le mie perplessità sono state numerose relativamente ai diversi aspetti trattati nel documento. Gli argomenti esposti sono specifici e considerati come una nuova disciplina scolastica, “materia: sessualità”,  al pari della storia o della geografia,  una sorta di  appendice della biologia con cenni sociologici . Pare che quando le iniziative si affinano e diventano più mirate, specializzate,  la conoscenza sia più competente e possa quindi giungere ai nodi della questione.  Il tentativo è di educare le nuove generazioni nel passaggio da un etica “prescrittiva” ad un etica laica in una società multiculturale dove la sessualità è poco riconducibile a regole fisse ed univoche. Dall’”Arte di amare” si passa al “libretto per le istruzioni sulla sessualità” per agevolare la comprensione e la competenza dei consumatori in erba. Il significato della sessualità viene ridotto a 3 funzioni: ludica, relazionale e riproduttiva, aspetti considerati scindibili che possono essere diversamente combinati tra loro. Le dimensioni rimosse l’ amore e la sessualità come “magia”, mistero della vita che trasforma l’esistenza in incanto, patrimonio umano e risorsa di felicità. L’informazione sessuale esasperata non infrange tabù ma priva il discorso della sua complessità e ricchezza, alimentando nuove forme di povertà e disagio. Tutto questo tecnicismo spoetizzante trasforma i mezzi in fini e anziché educare annichilisce le potenzialità umane, sfrutta il corpo come strumento incurante del mistero che lo abita. Questa “perdita esistenziale” equivale ad una perdita di vitalità e nutrimento e costringe la persona a cercare nuove strategie per riempire questo vuoto nel tentativo di ritrovare gioia, stimoli ed eccitazione. Ma aldilà delle diatribe sia sul tipo di formazione (informazione scientifica/educazione all’affettività – funzione riproduttiva/dimensione del piacere) che sugli strumenti e modelli d’intervento (famiglia/scuola – insegnante/esperto esterno alla scuola), altri grandi esclusi nelle indicazioni degli Standard di Educazione Sessuale in Europa sono la dimensione del pudore e l’asimmetria comunicativa. Se è evidente che l’educazione sessuale è una componente fondamentale dell’educazione globale di una persona e l’entrare in relazione è un esperienza non insegnabile ma sperimentabile all’interno del percorso educativo, chi dovrebbe avere una competenza specifica per istruire “sul fare l’amore e/o fare sesso”? Quali figure professionali dovrebbero svolgere questa funzione? Chi sono gli esperti-specialisti-istruttori della “materia” e che tipo di formazione “olistica” dovrebbero avere? Chi  può dirsi pronto ad insegnare ad altri (bambini poi!) questa materia evitando comunicazioni invasive, distorte , confusive o perturbanti?

Nel documento si afferma che l’educazione sessuale dovrebbe iniziare prima dei 4 anni dato che i bambini “tra il secondo e il terzo anno di vita scoprono le differenze fisiche tra ma­schi e femmine. In questo periodo cominciano a scopri­re il proprio corpo (masturbazione della prima infanzia, autostimolazione) e può succedere anche che cerchino di esaminare il corpo delle loro amichette o dei loro ami­chetti (gioco del dottore)”.

Nell’organizzare i contenuti di ciò che deve essere inse­gnato a una determinata età sono state definite delle fasce di età in base ai compiti di sviluppo. Ad esempio nella tabella 0/4 anni è previsto che il bambino sia informato su “gioia e piacere nel toccare il proprio corpo, masturbazione infantile precoce”  e come competenza che “ sia messo  in grado di esprimere i propri bisogni, desideri e limiti, ad esempio nel “gioco del dottore”” per  “raggiungere sensazioni di benessere”.  Mentre nella tabella 6/9 anni è previsto che il bambino sia informato su “l’idea base della contraccezione (è possibile pianificare e decidere sulla propria famiglia)” , “i diversi metodi contraccettivi”, “masturbazione/auto-stimolazione”, “rapporti sessuali”, “le malattie collegate alla sessua­lità”.

Mi chiedo se ci sono ancora comportamenti che della dimensione del segreto non possono fare a meno. Freud  affermò come “si possa con l’istruzione sessuale svolgere un ‘ azione di vaccinazione preventiva contro i traumi” trasmettendo nella scuola elementare  le conoscenze “specificamente umane” della vita sessuale, mentre nella media facendo riferimento al suo valore sociale. Precisò, inoltre che la dimensione del mistero e del segreto conferito ai fatti della sessualità di per sé non è negativo, diviene tale se collegata al senso del proibito con il conseguente senso di colpa. Ma  Rank non fu d’accordo con lui, infatti ritenne che il segreto e il senso di mistero attraverso la sublimazione alimentano la creatività e il desiderio di conoscenza, mentre un istruzione sessuale prematura e completa possono svolgere un ruolo negativo sulla fantasia e la genialità. Il quesito tra pulsioni sessuali e pulsioni di sapere  torna spesso nei dibattiti freudiani, esiste una diversa modalità di guardare al “segreto”, in termini negativi (Freud) e positivi (Rank).

Lou Salomè (Risposta a una domanda – 1909) in una lettera a Reinhold Klingenberg afferma “non sono solo le brutte cose che si fanno in segreto, ma anche quelle più meravigliose, …pensa un poco quanto debbano essere disturbati da una qualsiasi presenza estranea due esseri umani nel momento in cui vengono attratti reciprocamente verso il gesto d’amore…mi pare che tutt’intorno a due individui che si aprono l’uno all’altro nell’evento più intimo, dovrebbero innalzarsi spontaneamente delle pareti, invisibili pareti protettive, che li nascondessero, come preservandoli da una profanazione, da ogni sguardo estraneo”.

Nel documento si prosegue con le indicazioni della tabella  9/12 anni dove è previsto che il bambino sia informato su “diversi tipi di contraccettivi” e come competenza sia “messo in grado di utilizzare preservativi e contraccettivi correttamente in futuro”, “prendere decisioni consapevoli sul’avere o meno esperienze sessuali”. Si arriva così alla  tabella 15 anni e oltre si trasmettono informazioni su “sesso come transazione (prostituzione, ma anche sesso in cambio di piccoli regali, inviti a pranzo/serate, piccole somme di denaro), pornografia, dipendenza dal sesso” per sviluppare competenze circa “sviluppare capacità di comunicazione e negoziazione nella sfera intima”.

Viene inoltre specificato che “I bambini più grandicelli iniziano a sviluppare il senso di vergogna, al quale, di frequente, concorre il contesto familiare. Intorno all’età di sei anni i bambini fanno ancora molte domande ma iniziano ad accorgersi che gli adulti non le accolgono così bene come invece sostengono e per saperne di più si rivolgono ai coetanei. I bambini dell’età della scuola primaria diventano più chiusi e pudichi. La loro sessualità è quiescente e lo sviluppo morale alimenta un crescente senso di vergogna al riguardo.

Non sempre il silenzio degli adulti è sinonimo di imbarazzo o ipocrisia, alla “sana” curiosità dei bambini corrisponde anche una “sana” necessità degli adulti di celare parte di un “prezioso segreto” per non violare il loro diritto di scoprire la bellezza del misterioso patrimonio della loro intimità. Diverso è il fare omertoso che alimenta l’ignoranza  perché la purezza non si conserva negando ai bambini le spiegazioni che la loro curiosità esige, ma è pur vero che una forzatura sul personale senso del pudore equivale ad una profanazione dell’intimità, violenza tra le peggiori per la costruzione della propria personalità. Il pudore è al pari della sessualità costitutivamente antropologico, elemento essenziale dell’identità umana, come resistenza allo svelamento e alla oggettivazione del corpo, possibilità d’incontro o di vergogna. Musatti ha detto  che l’amore trova nel pudore la via migliore per proteggersi ed isolarsi.  Merleau-Ponty afferma che “la stessa ragione che ci impedisce di ridurre l’esistenza a corpo o alla sessualità ci impedisce anche di ridurre la sessualità all’esistenza” e “ il pudore, il desiderio, l’amore sono incomprensibili se si tratta l’uomo solo come un fascio d’istinti”. Il pudore è intrinseco nel potenziale del bambino, la presa di coscienza del proprio corpo e la sua visibilità di fronte agli altri  si esprime attraverso il pudore, è così che il bambino attraverso delicati processi intrapsichici matura l’esigenza di tracciare dei confini tra il proprio corpo e quello degli altri. E’ il proprio sé corporeo che reclama il suo riconoscimento e la sua privatezza. In questo processo interno va riconosciuta l’origine del pudore da non confondere con la vergogna.  La vergogna è un sentimento di colpa, negativo, mentre il pudore è collegato al senso della propria  identità e dignità, nel caso del bambino della propria identità psicocorporea. Sono gli adulti a confondere i due fenomeni e a trasformare nel bambino il pudore in vergo­gna. La psicoanalista francese Dolto afferma “Troppo spesso si ignora che in ogni bambino nasce e si sviluppa il progetto in­tuitivo di essere considerato un adulto. Perciò il bambino aspetta che nei suoi confronti gli altri abbiano quel comporta­mento e rispetto che dovrebbero avere nei confronti di un adulto. E ha ragione. Per ciò che riguarda il pudore, non biso­gna perdere di vista quest’esigenza”. Oltre ogni ideologia ma seguendo semplicemente i criteri del “buon senso” e delle conoscenze scientifiche sul bambino, il pudore va riconosciuto come un fattore importante nello sviluppo della personalità, fondamentale nella percezione del proprio corpo, dei suoi confini e della sua identità. Per questi motivi dovrebbe essere considerato positivamente non affrontato come un problema, invece viene spesso considerato espressione di finzione, di timidezza o come manifestazione di uno stato patologico di repressione, un difetto la cui abolizione volontaria è   sinonimo di crescita, di maturità. La perdita del personale senso del pudore equivale a dichiarare di non avere un intimità da proteggere, la diretta conseguenza di questa trascuratezza è la perdita della capacità di “essere intimi con” che rende superficiale, im-personale ogni tipo di rapporto.  La dissoluzione dell’intimità  elimina anche la capacità di relazionarsi intimamente, profondamente. Caduto il pudore che proteggeva l’io e i suoi valori da ogni spersonalizzazione omologante la persona non reagisce più difendendo la propria soggettività, ma accetta di essere guardata come un oggetto. Questa situazione in cui tutte le prospettive si equivalgono e  nessuna scelta è giusta o sbagliata, pregiudica lo sviluppo dell’identità  personale. Le dimensioni del pudore, della sessualità, dell’amore  investono la totalità della persona ed ogni loro falsificazione ha ricadute che riguardano il nucleo più profondo dell’uomo con conseguenze devastanti.

“Qualunque società che escluda lo sviluppo dell’amore deve, a lungo andare, perire per le proprie contraddizioni con le fondamentali necessità della natura umana. In realtà parlare d’amore non significa <<predicare>>, per la semplice ragione che significa parlare dell’unico, vero bisogno di ogni essere umano. Che questo bisogno sia stato oscurato, non significa che non esista. Analizzare la natura dell’amore significa scoprire la sua attuale assenza totale e criticare le condizioni sociali che sono la causa di tale assenza.” e conclude “Aver fede nelle possibilità dell’amore come fenomeno sociale, oltre che individuale, è fede razionale che si fonda sull’essenza intima dell’uomo”. (Erich Fromm – L’arte di amare)

Non oso neanche immaginare un futuro di bambini “adultizzati”,  addestrati  alla vita, formattati e non formati, secondo gli standard dettati dalle indicazioni delle nuove iniziative didattiche,  privati di ciò che Fromm definiva “miele” simbolo della “dolcezza della vita, l’amore per essa e la felicità di sentirsi vivi”.  Sarebbe opportuno chiedersi se l’unica magia che vogliamo lasciare in eredità alle prossime generazioni siano babbo natale e le zucche di halloween anziché  “soltanto la magia della vita”. (Giorgio Gaber – Non insegnate ai bambini). 

di Patrizia Cupini 

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