Perché l’Università italiana è diventata una retroguardia

Perché l’Università italiana è diventata una retroguardia


Poco tempo fa un articolo che commentava le nuove (ancora una volta!) procedure per accedere all’insegnamento scolastico era titolato così: «Reclutamento docenti, 12 anni per diventare prof (forse)», dove il forse finale significava «nel caso migliore», ovviamente. Eppure, ad un’attenta lettura, l’analisi si mostrava perfino un po’ ottimista: il totale si allunga di altri quattro anni circa se nel conto si mette l’eventuale dottorato di ricerca, che proprio i più brillanti vengono incoraggiati a fare e che è una delle migliori preparazioni all’insegnamento scolastico: non perché ciò che lì si ricerca divenga oggetto d’insegnamento, ma perché proprio lì si dovrebbe imparare come in nessun’altra occasione che cosa sia la passione per il sapere, che cosa significa considerare la cultura un’avventura. Se poi lo sguardo si sposta su quel terreno solo apparentemente diverso che è l’Università (mai dimenticare che nel Medioevo era considerata Universitas anche il corrispondente dell’attuale liceo!), la situazione diventa ancora più insostenibile: nel gergo universitario attuale un quarantenne è un «giovane» in attesa del primo incarico stabile, io stesso sono stato pizzicato qualche giorno fa a definire «giovane» un mio coetaneo ultracinquantenne. In più, tutti sanno che i nuovi arrivati nell’Università sono anche quelli che immediatamente devono pagare pegno assumendosi incombenze amministrative e burocratiche che li ricacciano in un secondo e a volte lungo apprendistato. Insomma: sia nella scuola sia nell’Università, mutatis mutandis, i tempi complessivi d’ingresso sono enormi, in grado di scoraggiare tutti se non i più ostinatamente motivati e amanti del pericolo. Ma il rischio è solo lo scoraggiamento?

La giustificazione principale sottesa alle dilatazioni del percorso di preparazione è ovvia: oggi insegnare è sempre più difficile, sia per motivi oggettivi (le materie si espandono e trasformano senza posa) sia per motivi soggettivi (le condizioni sociali dell’insegnamento). I tempi, peraltro recenti, in cui una ragazza diciassettenne poteva avere il suo posto di ruolo come maestra o un brillante ventitreenne poteva diventare professore ordinario appaiono come irrimediabilmente passati. Oggi la strada è più lunga, ma alla fine si è molto più e meglio preparati! E poi, ciò è più coerente con l’allungamento della vita media. Forse giusto. Ma che cosa accadrebbe se proponessimo la stessa ricetta per esempio alle squadre di calcio? «Volete mettere insieme la squadra più forte del mondo? Preparate i vostri pulcini per vent’anni almeno, con il migliore e più avanzato allenamento del mondo!» Ovviamente la ricetta farebbe ridere: sì, questi infiniti anni di preparazione aggiungerebbero certo qualcosa, ma il corpo ha i suoi tempi: la forza, l’agilità, la prontezza che si hanno a vent’anni non tornano mai più. Per un po’ l’esperienza crescente può compensare le forze declinanti, ma solo per un po’. La costatazione vale in tutti i campi, anche in quelli in cui il rapporto tra impegno fisico e impegno intellettuale è spostato a favore del secondo: l’intelligenza, l’iniziativa, la fantasia che si hanno a vent’anni (o a sedici, o a dodici) non si ritrovano mai più. Nel campo cosiddetto umanistico, in tutte le sue sfaccettature, ciò è meno evidente: qui in effetti il crescere della sensibilità (quando avviene: cosa non automatica) riesce a lungo a controbilanciare, talenti diversi sostituiscono i precedenti. Nel campo scientifico, se vogliamo dar retta alla storia, ciò invece è clamoroso: le età in cui sono state fatte la maggior parte delle grandi scoperte e realizzazioni sono quelle in cui la legislazione o la prassi italiana attuale vuole che un bravo studente cerchi di vincere il concorso per l’ammissione al dottorato di ricerca (sempre più difficile, perché «di dottorati ce ne sono troppi», bisogna ridurli), o sia impegnato in qualche test a crocette di ammissione al FIT (ovviamente dopo aver fatto un bel percorso psico-filosofico-pedagogico, sennò come si pretende di insegnare?). Albert Einstein che invece di elaborare la teoria della relatività compila le crocette di un test di ammissione per il FIT!

No: il problema non è solo lo scoraggiamento, neppure se ad esso aggiungiamo il corollario (politicamente gravissimo) che alla fine può arrivare alla meta solo chi può permettersi di aspettare anni ed anni senza stipendio o con un simulacro di stipendio. Il problema forse maggiore è che alcune delle migliori e insostituibili forze vanno perdute. O forse si potrebbe precisare: vanno perdute per la scuola e l’Università. Il brillante ventenne probabilmente troverà subito un lavoro in qualche azienda, almeno se la sua intelligenza ha ricadute economiche: lì nessuno con un minimo di comprendonio si sognerà di esasperarlo con corsi di formazione decennali prima di fargli svolgere qualsiasi ruolo attivo. E allora bisognerà farsi una ragione del fatto (già avvenuto in altre epoche) che scuola e Università non siano ormai più l’avanguardia, ma una retroguardia stanca, una pigra agenzia di collocamento per funzionari pubblici, e che tutto quanto c’è di nuovo, creativo, bello, utile, sia ciò nell’arte, nella tecnica, nella scienza, nel pensiero, un po’ alla volta trovi casa fuori. Chi però ha vissuto anche solo in parte una scuola e un’Università diverse, finché ne avrà la possibilità continuerà a combattere perché ciò non accada, forse solo per romantica nostalgia.

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