Aumentano i morti sul lavoro, la strage continua

Aumentano i morti sul lavoro, la strage continua
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Nel 2018 le morti sul lavoro in Italia continuano ad essere un grave problema, addirittura in aumento rispetto all’anno precedente. Da inizio anno sono infatti salite a 196 le vittime sul lavoro, una cifra che non lascia indifferenti.

Si continua a morire

I casi elencabili sono numerosi, ma vale la pena ricordarne almeno qualcuno: Nunzio Viola e Lorenzo Mazzoni, rispettivamente 52 e 25 anni, hanno perso la vita a causa di un’esplosione di un serbatoio industriale nel porto di Livorno; Giuseppe Legnani e Gianbattista Gatti sono morti nel giorno di pasqua, dopo essersi recati nello stabilimento di lavorazione di farine per mangimi nel bergamasco; Mauro Morassi è stato travolto ed ucciso da un camion in uscita da un deposito a Voghera.

I numeri raccolti dall’Osservatorio Indipendente sulle Morti sul Lavoro, fondato nel 2008 a Bologna da Carlo Soricelli, ex metalmeccanico, dopo le morti dei lavoratori nella Thyssenkrupp di Torino, in cui gli operai hanno perso la vita bruciati vivi, mostrano un incremento in confronto allo stesso periodo dell’anno precedente, ma non può tenere conto di tutti i morti ed i feriti che compaiono in quella zona offuscata che è il lavoro nero, considerando anche che non tutti gli incidenti vengono denunciati.

Giustizia assente

La tragica strage della Thyssenkrupp di Torino è crudelmente emblematica. Tra il 5 ed il 6 dicembre 2007, sulla linea 5 della Thyssenkrupp torinese sette operai vengono investiti da una colata di olio bollente che pone fine alle loro vite. Antonio Schiavone muore poche ore dopo, Giuseppe Demasi, Angelo Laurino, Roberto Scola, Rosario Rodinò, Rocco Marzo e Bruno Santino se ne andranno nei giorni seguenti dopo un inutile ricovero. Il 13 maggio 2006 la Cassazione confermò, dopo 8 lunghi anni di sentenze e ripensamenti, la condanna nei confronti dei sei imputati. L’amministratore delegato Espenhahn e il direttore generale Priegnitz, i due maggiori condannati, sono però tuttora in libertà, nonostante un mandato di cattura europeo non ancora effettuato.

Non è il solo caso in cui la giustizia non è riuscita a svolgere il proprio compito. Nel marzo del 2012 Matteo Armellini è morto schiacciato dal palco del concerto di Laura Pausini a cui stava lavorando, a Reggio Calabria. Sul banco degli imputati figurano 7 rappresentati, appartenenti a diverse società tra loro legate da uno strano intreccio di appalti e subappalti. Dopo 6 anni non si è ancora arrivati ad una condanna definitiva, ma da quel lontano 2012, nonostante l’indignazione che si sollevò allora a livello nazionale, come per il caso Thyssen, la realtà non mostra cambiamenti positivi.

Il problema è tristemente diffuso: anche nei casi in cui si riesce ad aprire un procedimento, solo tra il 2 ed il 3 percento dei casi finisce a processo, come spiega Beniamino Deidda, ex procuratore generale del Tribunale di Firenze «dovrebbero essere svolte dalla polizia giudiziaria preposta, cioè dagli stessi ispettori delle Asl, che sono pochi e hanno già molti compiti da svolgere. C’è un’enorme sproporzione fra quello che lo Stato investe per combattere gli infortuni sul lavoro rispetto alla reale necessità. A questo si aggiunge l’assenza di cultura della sicurezza».

Ad essere assente è anche lo Stato per quel che riguarda gli investimenti da fare. «Siamo ispettori del lavoro. Dovremmo avere una funzione sociale importante di contrasto al lavoro nero, di tutela della sicurezza, ma siamo senza strumenti e alla mercé di datori di lavoro e lavoratori disperati e furibondi» questo è quanto lamentano alcuni lavoratori dell’ispettorato del lavoro della zona Milano – Lodi. Inoltre per legge ogni regione dovrebbe destinare almeno il 5% della spesa alla prevenzione sul lavoro, ma ad esempio la Lombardia arriva solo al 3,7%.

Più precariato più pericolo

Se si muore in fabbrica o in un cantiere, dove le condizioni di sicurezza non vengono assicurate, purtroppo si rischia anche fuori. Il “progresso” nel mondo del lavoro ha portato nuove condizioni di rischi, esclusivamente sulle spalle dei dipendenti. I rider, ovvero i corrieri che consegnano il cibo nelle città, sfrecciando nel traffico con le biciclette o con i motorini, poiché le consegne vanno effettuate in tempi veloci, corrono moltissimi rischi. Recente è la protesta dei lavoratori di Deliveroo, i quali richiedevano alla multinazionale miglioramenti nel contratto, tra cui l’inserimento di una copertura sanitaria, ancora tutta a carico loro. Altro caso che ha fatto scalpore è quello dei dipendenti Amazon, costretti a lavorare secondo ritmi alienanti, controllati tramite strumenti appositi che mostrano le loro prestazioni in relazioni a tempi disumani. Molti ex lavoratori hanno denunciato poi queste condizioni inaccettabili, che hanno causato, ad esempio, cisti alle gambe causate dall’inevitabile sforzo fisico al quale erano quotidianamente sottoposti. Inoltre un sondaggio effettuato da Organize nello stabilimento Amazon di Rugeley, nello Staffordshire, pubblicato da pochi giorni, ha mostrato che almeno la metà degli intervistati soffre di depressione da lavoro.

Problemi e soluzioni

Altro problema che grava sulla sicurezza è costituito dalla condizione dei macchinari con cui ci si trova a lavorare. Nel 2016 l’Ucimu, associazione costruttori macchinari, ha segnalato alla Camera un report sulla condizione delle macchine in Italia: gran parte di queste sono più vecchie rispetto a quelle di 10 anni fa. Il governo ha allora risposto positivamente con un piano per la sostituzione degli impianti obsoleti, al quale si sono aggiunti 250 milioni dell’INAIL. Sul lavoro influsice molto anche la burocrazia ed i costi di formazione dei singoli lavoratori, ai quali gli imprenditori rispondono con corsi fittizi o truffa, sia per risparmiare, sia per giri di soldi pochi chiari: il mercato della prevenzione nella sola Lombardia vale quasi un miliardo e mezzo. Inoltre se il contratto è a breve termine, nella maggior parte di casi si sceglie di non fare direttamente alcun corso di formazione. Le pene sono poi diverse: mentre l’imprenditore rischia solamente una multa, il lavoratore, in caso di incidente, paga con la propria vita. Una possibile soluzione ai problemi economici e burocratici ci è data dalla Confartigianato veneta, in cui gli artigiani si sono uniti ai sindacati per fare dei corsi di formazione specifici sulla sicurezza e sostenendone anche i costi. I risultati si vedono, poiché gli incidenti diminuiscono e la produzione migliora.

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