Il diritto all’oblio: o mi dimenticate o mi uccido!

Il diritto all’oblio: o mi dimenticate o mi uccido!
Fonte immagine: Studenti.it

Ogni persona è titolare di diritti e doveri volti alla difesa e alla garanzia della propria ineliminabile libertà e al rispetto di quella altrui. Fra questi, il diritto all’oblio e al silenzio. Un’espressione del diritto forse ambigua a primo impatto, ma utile e necessaria come non mai in una società di forsennati scrittori virtuali.

I social network vengono utilizzati come un filtro confuso, un limbo, nel quale la pubblicizzazione del privato è sempre più in voga. E così si arriva a abbracciare il diritto all’oblio, il diritto ad essere dimenticati, il diritto a cadere nel dimenticatoio. Praticamente il peggior incubo per ogni essere umano diventa anelito, speranza e rinascita. Devo essere dimenticata per vivere, altrimenti non ce la faccio, mi uccido. Spesso però questa necessità subentra in seguito ad un’eccessiva volontà di apparire e mettersi in mostra. Sicuramente in una maniera talmente dirompente da convertire la volontà di apparire in volontà di scomparire e cancellare i passi falsi. Quando vengono postati sui social video di violenze o di rapporti sessuali si agisce seguendo due principali processi psico-fisici. Da un lato la sensazione di onnipotenza rispetto alla vita altrui e dall’altro una sostanziale spersonalizzazione dell’atto stesso. Chi decide di pubblicare video compromettenti non si espone personalmente: la rete diventa il filtro tra lui e l’essenza reale dell’atto, o meglio del reato. Questo veicolo virtuale diventa motivo di deresponsabilizzazione e di infantilizzazione.

Storie di vite obliate

L’ultima vicenda risale alla notte fra il 4 e il 5 novembre scorso, quando Michela, una barista ventiduenne di Porto Torres, si è tolta la vita in casa di un’amica alla Maddalena. Michela era da tempo ricattata da tre suoi “amici” in possesso di un video hard, nei quali era protagonista. La ragazza, pochi mesi prima del suicidio, aveva subito anche un furto di circa mille euro, che lei stessa aveva prontamente denunciato. Molto probabilmente i ricatti e la rapina sono collegati, tanto che i tre “amici” sono accusati di diffamazione aggravata, tentata estorsione e istigazione al suicidio. Michela non sapeva di essere ripresa, non poteva immaginare che quelle immagini avrebbero corso il rischio di diventare di dominio pubblico. Non ha retto il peso delle minacce e delle mortificazioni: la paura dell’umiliazione le ha sbarrato ogni strada.

Tiziana nel settembre 2016 vive una storia simile a quella di Michela, con la differenza che sa di essere ripresa e non si oppone. La ragazza trentunenne napoletana, anche lei barista, si fida di chi sta girando il video e pensa che rimarrà privato. Quando inizia a fare il giro dei social ormai è troppo tardi per tornare indietro. Tiziana abbandona il lavoro per la vergogna a mostrarsi in pubblico. La mancata opposizione della ragazza al video la condanna a pagare 20.000 euro di spese legali. L’epilogo è tragico tanto quanto quello di Michela: anche Tiziana si toglie la vita il 13 settembre 2016. Prima di farlo però aveva cambiato città e nome e aveva fatto causa a chi persisteva nell’insultarla sui social, vincendo e riuscendo a far chiudere i profili dei colpevoli. Non ha potuto comunque sopportare la durezza delle stigmatizzazioni e dei giudizi, delle riprovazioni morali delle comunità virtuali e non.

Tornando indietro di qualche anno, il 5 gennaio 2013, Carolina, una quattordicenne di Novara, si uccide, gettandosi dal terzo piano della casa in cui viveva con il padre. Perché? Perché qualche tempo prima, durante una festa, Carolina sta male e arriva barcollando ubriaca nel bagno del locale, dove la segue un gruppo di sei ragazzini fra i 13 e i 15 anni. Abusano di lei, filmando la scena: fissano ufficialmente quei momenti per sempre. Il video finisce in rete e viene pubblicato su Facebook, rimbalza da un profilo all’altro. Alla velocità del web, Carolina è costretta a condividere la sua mortificazione con il mondo dei social, nient’altro che il mondo di umani nascosti, straordinariamente mediocri e crudeli nel proprio nascondiglio. Carolina viene spogliata della sua dignità pubblicamente, perde la sua identità per volontà altrui. Sente di aver perso tutto, in primis se stessa. L’unica cosa da fare e scappare, ma come si scappa da una tale umiliazione, soprattutto quando si ha quattordici anni e l’opinione altrui è praticamente tutto ciò che conta davvero? Si scappa rinunciando a se stessi, fuggendo da se stessi, rifiutando una vita così sporca e ingiusta.

Il 10 ottobre 2012, la quindicenne Amanda Michelle Todd si suicida nella sua casa a Port Coquitlam, vicino a Vancouver, in seguito a frequenti episodi di bullismo e cyberbullismo. Circa un mese prima di togliersi la vita, Amanda pubblica un video su Youtube, nel quale racconta pubblicamente la sua storia. My Story: Struggling, bullying, suicide and self harm (titolo del video) parte dall’inizio, ovvero dal secondo anno di scuola media, quando Amanda comincia a fare nuove conoscenze tramite video chat. Nel corso di una di queste, la ragazza si fotografa il seno nudo per un estraneo, che inizia a minacciarla di far circolare la foto fra i suoi compagni di scuola se lei non gli avesse mandato altre immagini. È poi la polizia ad informare la famiglia della divulgazione online della foto della figlia in topless. Iniziano i primi attacchi di ansia, panico e depressione in Amanda. La famiglia decide di trasferirsi, ma non è sufficiente a salvare la figlia dall’uso di alcool e droghe. Dopo circa un anno, il ricattatore apre un falso profilo facebook a nome di Amanda, utilizzando la foto in topless della ragazza e facendola arrivare ai nuovi compagni di scuola. La famiglia cambia nuovamente casa, ma la ragazza nel frattempo riallaccia una vecchia conoscenza: un ragazzo che le propone di avere rapporti sessuali con lui, mentre la fidanzata si trova in vacanza. La settimana successiva lui, la fidanzata e un gruppo di ragazzi la aggrediscono all’uscita della scuola, deteriorando ulteriormente un equilibrio già molto precario. Amanda tenta il suicidio ingerendo candeggina, ma viene salvata dall’intervento tempestivo dei soccorsi. Lo stesso tentato suicidio diventa uno spunto per nuovi insulti sui social, sempre più pesanti, ai quali si aggiungono le derisioni dei compagni a causa dei suoi voti bassi a scuola. Amanda ormai è persa: entra definitivamente nella spirale dell’autolesionismo, che la conduce fino al suicidio.

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