Ong: rifiuto di un codice di condotta più illegale che etico

Ong: rifiuto di un codice di condotta più illegale che etico
Fonte immagine: TPI.it

Il ministero dell’Interno fallisce ancora. Non si capisce come mai il fronte legislativo e i soggetti ai quali questo si rivolge debbano essere costantemente in disaccordo. Ieri solo tre Ong hanno firmato il codice di condotta proposto dal governo: la maggioranza delle organizzazioni ha rifiutato di firmare tale provvedimento. Non per svincolarsi da norme e divieti, ma a causa di una sostanziale divergenza metodologica nell’affrontare la questione sbarchi e salvataggi. Soltanto tre Ong, fra cui Save the children e MOAS, su otto operanti nel Mediterraneo centrale hanno firmato il codice di condotta proposto dal ministero dell’Interno. L’organizzazione tedesca Sea Watch sostiene che il documento del Viminale è «largamente illegale» e «non salverà vite umane ma avrà l’effetto opposto. Non servono più regole, ma più capacità di soccorso». La non firma di Medici Senza Frontiere (MSF) ha attirato molta attenzione.

I punti critici che hanno impedito l’accordo sono essenzialmente tre, come spiega il direttore generale dell’organizzazione MSF, Gabriele Eminente, nella lettera inviata al ministro dell’Interno, Marco Minniti. In primo luogo la presenza di polizia giudiziaria armata a bordo, che contraddice i presupposti della politica “no- weapons” da sempre sostenuta dall’organizzazione. «Il Codice non fa poi alcun riferimento ai principi umanitari e alla necessità di mantenere la più assoluta distinzione tra le attività di polizia e repressione delle organizzazioni criminali e l’azione umanitaria, che non può essere che autonoma e indipendente». In secondo luogo, il divieto di spostare i migranti da un’imbarcazione all’altra e l’obbligo di condurle nel porto sicuro di destinazione, non necessariamente il più vicino: questo comporterebbe un rallentamento e un malfunzionalmento dei soccorsi perché alcune zone rimarrebbero prive di controllo, gravando inoltre maggiormente sui costi. L’elevato numero di uomini che rischiano di morire in mare è sempre maggiore e le navi più piccole, che svolgono il primo soccorso, sono molto utili per il lavoro delle navi di soccorso più grandi costrette a raccogliere un numero impressionante di persone. Infine il codice di condotta prevede l’obbligo di informare e di coinvolgere tempestivamente le autorità statali, come MRCC, rallentando il meccanismo di salvataggio e soccorso.

MSF, precisa il direttore Eminente, ha sempre lavorato informando MRCC, ma coinvolgere altri apparati statali e aspettarne l’intervento sarebbe gravoso e svantaggioso per l’intero sistema. «Abbiamo sempre sottolineato che l’attività di ricerca e soccorso (SAR) in mare ha il solo obiettivo di salvare vite in pericolo e che la responsabilità di organizzare e condurre questa attività risiede innanzitutto nelle istituzioni statali. L’impegno di MSF e delle altre organizzazioni umanitarie nelle attività SAR mira anzitutto a colmare un vuoto di responsabilità lasciato dai governi: auspichiamo che questo vuoto sia solo temporaneo e da tempo chiediamo agli Stati membri UE di creare un meccanismo dedicato e proattivo di ricerca e soccorso che integri gli sforzi compiuti dalle autorità italiane. Dal nostro punto di vista, il Codice di Condotta non riafferma con
sufficiente chiarezza la priorità del salvataggio in mare, non riconosce il ruolo di supplenza svolto dalle organizzazioni umanitarie e soprattutto non si propone di introdurre misure specifiche orientate in primo luogo a rafforzare il sistema di ricerca e soccorso».

Anche Valerio Neri, direttore generale di Save the children, pur avendo firmando il codice di condotta, afferma l’impossibilità di essere d’accordo con la presenza di agenti di polizia armati sulle navi di soccorso, ma è fiducioso nelle capacità gestionali dell’organizzazione, che saprà applicare il proprio codice internazione. Il ministero dell’Interno ha definito, in un comunicato, le organizzazioni che non hanno firmato il codice fuori dal sistema di salvataggio: «L’aver rifiutato l’accettazione e la firma del Codice di condotta pone quelle organizzazioni non governative fuori dal sistema organizzato per il salvataggio in mare, con tutte le conseguenze del caso concreto che potranno determinarsi a partire dalla sicurezza delle imbarcazioni stesse». La Commissione europea stessa, avendo sostenuto la preparazione del codice, ha sollecitato tutte le organizzazioni a firmarlo, poiché chi non lo ha fatto non avrà la garanzia di poter portare i migranti salvati nei porti italiani, se l’area in cui sono stati soccorsi non è quella di competenza italiana. Rimane pur sempre valida la legge internazionale che prevede che i migranti siano sbarcati in un porto sicuro, non necessariamente il più vicino.

Alcune organizzazioni si dicono molto preoccupate anche del possibile supporto armato e logistico da parte della guardia costiera e di frontiera alle autorità libiche per il controllo delle coste. Lo stesso codice di condotta, composto da 13 punti, al primo vieta l’ingresso delle navi di soccorso italiane nelle acque libiche, salvo in situazioni di grave e imminente pericolo. A questo proposito il premier Paolo Gentiloni: «non immaginiamo di inviare l’invincibile armata, ma una missione di supporto alle autorità libiche nel controllo dei loro confini marittimi. E così rendere governabili e se possibile ridurre i flussi organizzati dai trafficanti di uomini».

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