Risentire il fascino estetico della comunità. A tu per tu con Pugliese (Conad)

Risentire il fascino estetico della comunità. A tu per tu con Pugliese (Conad)
Francesco Pugliese

In questa grande congiuntura che stiamo vivendo il rischio è una veloce atomizzazione dell’esistenza individuale e il depauperamento del valore della comunità. Attualizzando Karl Polanyi, filosofo e sociologo che scrisse La Grande Trasformazione dimostrando il carattere non “naturale” delle società di mercato, potremmo racchiudere questi due effetti sotto l’ombrello della “Grande Erosione” sia economica sia sociale. Polanyi ha avuto il vantaggio di enfatizzare la natura antropologica dell’essere umano, ovvero la volontà di desiderare una vita sociale e l’appartenenza a un gruppo come condizioni fondamentali della sua esistenza. Siamo vicini al punto di rottura e, a oggi, non riusciamo ad avere una prospettiva strategica in grado di farci uscire dal guado che attanaglia l’Italia da oramai troppi anni. Ripartiamo dalla comunità per risentire il fascino estetico della società.

Gli ultimi dati Istat evidenziano una situazione paradossale: una persistente disoccupazione giovanile pari al 34% tra i giovani in età compresa tra i 16 e i 24 anni, contro una occupazione aumentata tra gli over 50. Ciò acuisce ancor di più il divario generazionale e purtroppo ad oggi mancano politiche pubbliche serie per sanare il problema. Quale soluzioni ritiene coerenti affinché venga ristabilito l’ascensore sociale?

Ci soffermiamo tutti e sempre su quelli che sono i limiti della nostra classe dirigente, ma in realtà la classe dirigente deve cambiare i paradigmi con cui sta operando. Perché il Paese ritorni a respirare un’aria di cambiamento è utile quello che alcuni chiamarono, a suo tempo, “il vento di Olivetti”. Vale a dire un modello imprenditoriale che mette al centro non solo ciò che è il benessere economico, ma anche e soprattutto il benessere sociale.

Negli ultimi anni, il 41% degli italiani ha visto peggiorare la propria situazione economica e sociale. Il giovane 30enne non ha certezze e il 40/50enne le sta perdendo perché si sono creati meccanismi legislativi che, alla fine, stanno andando ad acuire ancora di più il divario generazionale. L’impresa si ritrova a dire: caro 50enne vuoi lavorare? allora rinuncia a qualcosa di tuo! Quindi ci ritroviamo con persone valide e con un profilo di esperienza elevato, ma con un costo di accesso di quello di un giovane e con i giovani che sono, invece, sfruttati. Questo non può reggere per il futuro.

Dobbiamo liberalizzare di più il Paese, dobbiamo rompere quelle catene di privilegi che inizialmente erano a tutela di tanti; un atteggiamento comprensibile perché in passato c’era abbondanza per tutti, ma che oggi è un “lusso” che il Paese non può permettersi. Abbiamo educato troppo ai diritti e molto poco ai doveri.

Possiamo parlare in questa congiuntura di un fenomeno che potremmo definire “Grande Erosione” Questo aspetto riguarda soprattutto le elitè elusive rispetto alla sovranità fiscale degli stati nazionali. I primi 4 colossi dell’economia digitale mondiale (Google, Apple, Amazon e Facebook) hanno versato in Italia poco più di 18 milioni di imposte in un anno a fronte di affari di circa 3 miliardi di euro. Nel 2015 Barilla, che in Italia da lavoro allo stesso numero di persone, ha registrato un fatturato di circa 3,3 miliardi pagando imposte per 106 milioni di euro. Nessuno sta proteggendo la borghesia e le multinazionali italiane. Ci stiamo e stanno deindustrializzando. Occorrono misure urgenti, quali?

La nostra classe politica non è capace di aggiornare quelle che devono essere le regole del gioco che possano andar bene per tutti. È un po’ come giocare nel calcio con le regole del rugby… Viviamo, ad esempio, in un Paese in cui esiste una legge sul sottocosto che ogni qualvolta viene applicata c’è bisogno di inviare comunicazioni a tutte le Regioni su cui si applica, mentre Amazon può fare il black Friday senza chiedere le relative autorizzazioni. Come fa ad esserci un’equa e giusta concorrenza? Alla luce di ciò esiste un problema di incompetenza, di attualizzazione di quelle che devono essere le competenze, nonché di responsabilizzazione di una classe dirigente che è totalmente assente.

Bisogna ritornare a stimolare il coraggio dei giovani e della classe dirigente, la quale non può limitarsi a guardare il sondaggio della settimana prima, ma deve avere una visione di lungo periodo. Viceversa ci sono fame e voglia di fare e essere comunità; noi come Conad le riscontriamo sempre più grazie al #GrandeViaggioInsieme con cui vogliamo riscoprire i valori e le tradizioni di ogni comunità.

Quello che sta mancando è l’armonia, il saper dare la nota giusta al momento giusto con una partitura che si concerta in una sinfonia che sia effettivamente intonata. Mancano grandi direttori d’orchestra e questo Paese ha perso l’armonia. L’armonia si ritrova con i buoni maestri, ma sono le guide e il direttore d’orchestra che fanno la differenza. Per avere una politica adeguata a quello che sono i tempi c’è bisogno di una classe dirigente che la stimoli in maniera corretta. La classe dirigente deve fare politica, ma non deve fare i politici. La classe dirigente deve orientare la politica, ma i politici (eletti) devono essere in condizione di valutare quelli che sono gli interessi collettivi dell’intera comunità comunità e non solo espressione di una parte di essa.

Qual è il contributo che ognuno di noi può dare affinché le cose cambino?

E’ un contributo di posizione. Ed è quello che come Conad cerchiamo di fare: siamo un’impresa cooperativa che sta passando da un concetto di posizionamento d’impresa a “prendere posizione”, con tutti i rischi e l’onere che ciò comporta. Siamo parte attiva di ogni comunità e dalla comunità traiamo il nostro beneficio: per questo non possiamo esimerci dal ruolo di attori capaci di prendere doverosamente posizione.

A proposito di posizione i giovani stanno avendo una sorta di mutuo declassamento. L’Italia oggi è infatti l’unico Paese, tra Germania Francia e Spagna, in cui ci si può considerare ricchi possedendo un patrimonio di valore nominale inferiore a quello del 2008, nonostante l’inflazione accumulata sia stata del 9,5%. Negli anni ’70 Ivan Illich diceva che il sistema educativo insegna a “pensare da ricchi e vivere da poveri”, consegnando gli individui alla dolorosa discrasia tra una identità borghese e una realtà ben diversa. E ai giovani cosa aspetta? Quali politiche attuare? Dobbiamo esercitarci alla catastrofe perché inevitabilmente ci sarà un punto di rottura?

Oggi siamo in una situazione in cui i giovani faticano a trovare un lavoro, soprattutto nel Sud dell’Italia dove la disoccupazione giovanile supera il 60%. Per questo tanti giovani laureati scappano all’estero…

Quando si parla di ripresa bisognerebbe sempre ragionare in un’ottica locale: a Parma, ad esempio, la disoccupazione è marginale rispetto a quanto accade al Sud. La catastrofe – se di catastrofe vogliamo parlare – non è qualcosa di annunciato e che verrà; ci siamo già dentro e la stiamo vivendo. Il tema fondamentale è come uscirne, riorientando il posizionamento del Paese, facendo investimenti che producano posti di lavoro, superando la logica assistenziale, promuovendo ogni possibilità di creare nuova occupazione. Occorre però tenere ben presente che in fondo sono le imprese a creare lavoro e per questo devono essere messe nelle condizioni di poterlo fare, perché il lavoro è dignità e emancipazione, non assistenza e elemosina.

Da dove ripartire?

Il tema è guardare al denaro non tanto come fonte di accumulazione e ricchezza personali quanto come trasferimento a bene comune. L’impresa non può essere estraniata dal contesto in cui opera: se costruisce il tutto solo come bene proprio perdendo di vista il bene della collettività, se non pensa al concetto di restituzione e non guarda alla bellezza e alla circolarità del donare, tutto svanisce nel nichilismo.

Nell’era del grande plagio della moltitudine, i giovani, ad oggi, non esprimono una grande marcia per combattere la grande contraddizione. Quali sono le caratteristiche di questo disagio? Dov’è il coraggio? E soprattutto come si ripristina il coraggio? (Ci può essere coraggio senza progetto?)

Il coraggio senza progetto è incoscienza. Quando vado nelle università c’è sempre qualcuno che chiede: “mi dia un consiglio su come affrontare la vita lavorativa”. Io rispondo sempre nella stessa maniera: segui le tue passioni, perché gran parte della tua vita sarà dedicata al lavoro, fattelo piacere e ricordati che lavorerai per imparare, per stare bene con te stesso e con i colleghi, ma anche per i soldi. Devi guardare bene ai tuoi interessi e a quelle imprese che ti potranno insegnare qualcosa; i soldi vengono dopo.

Saranno sempre questi tre fattori a condizionare le scelte e il futuro di un giovane; le priorità potranno anche cambiare, ma se i giovani non presteranno attenzione a questi elementi ordinandoli in base ai loro bisogni perderanno il coraggio e il Paese rischierà di avere una società di insoddisfatti. Ricordiamolo, sempre: il coraggio passa dalla felicità e la felicità dalla libertà.

(fonte immagine: www.parmadaily.it)

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