Il terrore indiretto

Il terrore indiretto
REUTERS/Giorgio Perottino

Un bambino in coma farmacologico, otre millecinquecento feriti. Grida, smarrimento, sangue, lividi e cocci di bottiglie. Spezzoni di video tremolanti di paura che fanno un giro veloce, dai social alla tv. È sembrato un attentato, poi la notizia di un falso allarme. Il crollo di una grata? Un petardo? Un allarme bomba? Tutto e niente.

Non sappiamo esattamente cosa sia successo ieri sera in Piazza San Carlo, a Torino, lo scopriremo dopo le indagini e ne riparleremo. Ma il fatto evidente è che episodi come questo siano l’emblema di ciò che potremmo definire come il terrore indiretto, un terrorismo psicologico-culturale che noi stessi alimentiamo.

Del resto per quanto possiamo difenderci e chiudere le piazze, il terrore è già dentro di noi. Si è insidiato nelle nostre vite dal giorno in cui abbiamo scoperto di essere odiati. L’11 settembre 2001, con il crollo delle Torri Gemelle, ha aperto una ferita troppo grande. Per oltre 15 anni abbiamo continuato ad assistere inermi a episodi (l’ultimo proprio ieri sera a Londra) in cui ognuno di noi sarebbe potuto essere al posto dei feriti o dei morti di un attacco.

Il terrore dopo aver occupato le nostre vite, ha intaccato anche la nostra cultura. Non è un caso che la vetrina della quotidianità per eccellenza, Facebook, ci permetta di aggiornare il nostro status comunicando ai nostri amici di stare bene durante un attentato in una data città. Il terrore è diventato consuetudine. Andiamo avanti, e facciamo le stesse cose che facevamo prima. Non ci esimiamo dal prendere la metro, non smettiamo di andare ai concerti, continuiamo ancora a prendere l’aereo. Ma lo facciamo in modo diverso. Timbriamo il biglietto della metropolitana con i militari che ci guardano imbracciando un kalashnikov e se il treno si ferma improvvisamente, un pensiero- effimero o concreto che sia- va al fatto che qualcuno possa farci del male. Allo stesso modo andiamo allo stadio a vedere la partita, e andiamo anche nelle Piazze a tifare davanti ai maxischermi. Lo facciamo, come lo hanno fatto i tifosi juventini ieri sera, in un clima di festa, in cui la massima preoccupazione era non prendere un altro goal dal Real Madrid. Eppure è bastato poco per far saltare ogni schema di normalità e attivare quell’angolo remoto del cervello in cui si diventa consapevoli che qualcosa di spiacevole sta per succedere. È la paura di un nuovo Bataclan, quella che fa scappare senza una direzione, quella che non ti fa ragionare, quella che ti toglie la lucidità mentale necessaria per mantenere la calma.

Ma centinaia di feriti dopo un falso allarme sono comunque troppi e suggeriscono un altro punto di riflessione su quanto accaduto.

Si sono sempre spese parole lodevoli nei confronti delle nostre forze dell’ordine per il lavoro svolto nella prevenzione degli attacchi terroristici, ma ieri una falla di sistema (se di sistema si può parlare) si è palesata in una misura davvero imponente. Perché se è vero che la prevenzione dev’essere fatta su soggetti potenzialmente pericolosi, lo stesso discorso vale anche per i luoghi che in determinate circostanze potrebbero essere il motivo stesso del pericolo. Come è stato possibile, ad esempio, che una grata di un parcheggio sia crollata? Perché è stato permesso (come molti testimoni raccontano) che si introducessero bottiglie di vetro nella piazza? O che ci fossero venditori abusivi pronti a distribuirne? Moltissimi, tra i feriti, riferiscono di essersi tagliati cadendo sui vetri. A quanto pare sarebbe esploso anche un petardo. Se fosse vero sarebbe altrettanto grave.

Adesso un bambino di sette anni che voleva vedere la sua squadra giocare la sua partita più importante, sta lottando tra la vita e la morte, e in fin dei conti -al di là della retorica de “il terrorismo non vincerà mai”- è questo l’aspetto che terrorizza di più e che ci lascia impietriti e sconfitti, in una piazza ormai vuota e devastata, a raccogliere i pezzi di una paura che anche solo sfiorandoci sa farci molto male.

 

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