Saviano, a cosa sono serviti i tuoi libri?

Saviano, a cosa sono serviti i tuoi libri?
(fonte immagine: www.optimaitalia.com)

L’inizio è molto più importante della fine: quello che facciamo succedere durante il percorso è fondamentale; la conclusione rimane sempre un punto interrogativo, l’ignoto che stimola e terrorizza, ma nessuna azione vera e coraggiosa nasce in virtù delle possibili conseguenze, non si prendono decisioni in base all’epilogo della storia, ma relativamente alle sue premesse.

Non è il risultato finale che attribuisce senso ad un’azione, il criterio per distinguere tra azioni migliori o peggiori non è la quantità e il vigore delle conseguenze che produce. Deve, senza ombra di dubbio, essere attribuito un significato all’intenzione del gesto, altrimenti tutto è destinato a morire nel dimenticatoio dell’utilità/inutilità, senza prima aver compreso la grandezza di un comportamento, di una parola, di un’affermazione o di un silenzio.

Questo per dire che non comprendo affatto chi stigmatizza un comportamento ritenendolo inutile, solo perché non produce gli effetti desiderati, o più che altro millantati da demagoghi che sviliscono le tesi e le posizioni altrui, attribuendo loro delle finalità, assolutamente non auto-imposte.

Ieri, Roberto Saviano ha pubblicato un post su Facebook, riportando le parole che un utente gli ha rivolto: <<Sono anni che parli di mafie, ma le cose oggi stanno peggio di ieri. A cosa sono serviti i tuoi libri? Parla d’altro>>. Saviano continua il post con la sua risposta: <<A questo ragazzo rispondo dicendo che il silenzio e l’indifferenza non hanno mai risolto nessun problema. E che tacere, sapendo, è omertà>>.

Penso che alla base di una simile contestazione ci sia un errore di fondo, un errore di partenza che compromette la possibilità di una corretta riflessione ed interrogazione circa queste tematiche: è un errore chiedere a cosa siano serviti dei libri. Partendo dal presupposto che l’autore stesso si definisce uno scrittore, o meglio ancora un narratore, colui cioè che racconta qualcosa, nel caso di Saviano, quello che racconta non è la favola della buonanotte, ma uno spaccato sociale articolato, complesso e malavitoso.

La pubblicazione di Gomorra (2006) ha avuto ricadute trancianti riguardo alla vita dello stesso autore, costretto a vivere sotto scorta da allora, lontano da affetti e dalla quotidianità della vita condivisa. Ha sacrificato la regolarità e le opportunità che, ahimè, solo una vita ordinaria può garantire, in nome della verità. Ha pagato, a prezzo delle libertà fisica, la volontà di alzare la testa e vivere ad occhi aperti, e proprio per questo lo ritengo molto più libero di coloro che possono camminare autonomamente da soli per una via e decidere il ristorante in cui portare a cena la famiglia.

Solo se la ricezione dei suoi libri non è attiva e propositiva, allora effettivamente non sono serviti a niente, allora non hanno senso. Il proposito di chi scrive, parla, ma soprattutto pensa denunciando è stimolare le coscienze pigre o addormentate, quelle che non hanno le opportunità o i mezzi per informarsi e quindi coloro che non riescono, autonomamente, a maturare un punto di vista altro, alternativo, insomma critico.

La figura intellettuale, ma anche personale, di Roberto Saviano viene strumentalizzata in vari settori di ordine sociale, politico e culturale. Funge da jolly per svariate situazioni, e quindi lo ritroviamo sotto la veste di eroe, l’uomo solo che combatte il sistema corrotto, ce lo propongono come martire, ma anche come un arrivista politico, che tenta la scalata, facendo leva sulla sua immagine da buon samaritano. E ancora come un impiccione che vive sulle spalle dei contribuenti, “perchè la scorta gliela paghiamo noi”, ora come un comunista, ora come un razzista insensibile ai mali delle minoranze.

La totalità di queste strumentalizzazioni non ha minimamente fatto riferimento all’onestà intellettuale di Saviano e alle sue dichiarazioni: si è semplicemente limitata ad aggrapparsi al suo nome, per aumentare o diminuire i consensi, a seconda del livello di gradimento di cui ha goduto nei diversi periodi del suo percorso.

In un’intervista all’Espresso di qualche anno fa, Saviano è ineccepibilmente chiaro in merito al suo impegno sociale: << Non ho mai voluto candidarmi a parlamentare, mai ambito a nessuna carica politica, né di sindaco, né di ministro, nonostante abbia avuto molte proposte. Non intendo in nessun modo costruire liste, non intendo dare appoggi esterni, non intendo costruire consenso in modo da dirottare voti. Il mio ruolo e il mio lavoro li ho sempre visti da una prospettiva diversa: sono un narratore. Ragionerò, discuterò, farò il mio lavoro di raccontatore, reporter, scrittore, ma nulla che abbia a che fare con campagne elettorali. Credo che le mie storie siano ascoltate e possano arrivare a tante persone, proprio perché non mi sono mai schierato in un gruppo, in un partito. Il che non significa aver mantenuto una posizione di equidistanza, di convenienza. Ma quelle persone mi ascoltano proprio perché sanno che non ho opinioni determinate da qualcuno o condizionate se non dal mio pensiero e dalle mie valutazioni. Dal mio stare nelle cose>>.

Le critiche e le obiezioni deontologicamente corrette devono articolarsi in questo suo stare nelle cose, che purtroppo non è apprezzato da tutti, anzi non è apprezzato da tanti, poichè la denuncia che propone e per essa combatte, non delinea una precisa linea di confine fra oppressori e oppressi, fra forti e deboli. La denuncia è, al contrario rivolta, alla dimostrazione e alla speigazione di una tradizione culturale che strangola la condotta di vita della popolazione meridionale, ma non solo. E per sostenere e difendere allo strenuo un netto affrancamento da questo sistema di cose, l’unica via percorribile è parlarne francamente e sfacciatamente, mettendo sotto ai riflettori le trame di una tradizione culturale e sociale che lega mani e piedi il corretto funzionamento della giustizia e dell’equità.

Saviano è criticato per aver fornito un’idea distorta e falsa di Napoli, trattandola come una città sporca, composta da persone squallide ed estrenea a qualsiasi logica di riscatto morale e legale, smorzando le sua ricchezza e bellezza sotto il degrado e la corruzione di Scampia. Niente di più inesatto, dal momento che lo stesso scrittore ha più volte precisato di voler scongiurare qualsiasi forma di generalizzazione e banalizzazione del problema. La camorra non è intesa come un virus altamente contagioso dal quale tutti vengono infettati, ma come un morbo profondamente radicato in alcune compagini sociali, difficile da debellare. È stato descritto come un nichilista e uno iettatore, sfiduciato riguardo a qualunque iniziativa di cambiamento, apocalittico circa le sorti di un Sud, ormai perso. Niente di più confutabile: se così fosse, quale motivazione lo spingerebbe a non demordere nella difesa della sua battaglia. Quando si da per definitivamente persa una causa, la si abbandona, se si continua ad insistere è perchè si ha fiducia che la parte sana possa continuare a urlare i propri diritti anche in mezzo alla corruzione e al degrado.

“Lo stare dentro le cose” di Roberto Saviano cosa significa? Significa dare un colore e un sapore a quelle maggioranze sprovviste di colore e sapore. Significa rimanere dentro l’ambito della difesa dei diritti e delle opportunità, e quindi inabbissarsi in una zona d’ombra grigia e scomoda, scostante e pericolosa. Significa aprire un varco a coloro, che si vorrebbero fuori dalla vista e quindi fuori dalla nostra realtà. Saviano è un personaggio, per molti, scomodo perchè alza scomodi interrogativi, trattando, ad esempio, della necessità di introdurre nel nostro ordinamento penale il realto della tortura; spiegando le motivazioni per cui è necessario legalizzare le droghe leggere, come l’erba e l’hashish; intervenendo sulle ingiustizie dell’immigrazione e dei morti in mare.

Per questo motivo è stato definito come un delinquente tossico dal senatore Giovanardi; si è inimicato vari esponenti e partiti politici, uno su tutti, Matteo Salvini, con il quale Robero Saviano si è ripetutamente, da molti anni, scontrato sui temi dell’immigrazione, delle violenze sessuali, dell’introduzione del reato della tortura. Uno degli episodi di confronto più recente è quello riguardante la castrazione e l’espulsione degli stupratori stranieri, proposta da Salvini, e alla quale non è, giustamente, mancata la reazione indignata dello scrittore. E ancora in merito al tema del reato di tortura “saluti al ricco scrittore, scortato da tanti pazienti poliziotti”, queste le parole di Salvini, contrario all’introduzione di un simile reato, professandosi, banalmente, dalla parte delle guardie e non dei ladri.

Ogni volta che si cerca di porre l’attenzione su criticità di ordine sociale, difendendo diritti offesi e negati o denunciando uno status quo disumano e degradante, non è ammissibile che ci si chieda “a cosa sono serviti i tuoi libri?”. È un interrogativo antropologicamente offensivo, che esprime un malsano appiattimento sul più squallido conformismo, e una mancanza di criticità razionale tale da sconfortare. Riformulo la domanda: “Saviano a cosa sono serviti i tuoi libri? A far conoscere una realtà trascurata e quindi ad avvicinare ad essa persone che fino a quel momento ne sentivano parlare in maniera distratta e confusa. I tuoi libri sono un servizio pubblico: continua a parlarne”.

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