Voucher: riformarli o eliminarli?

Voucher: riformarli o eliminarli?

Con 121 milioni di tagliandi venduti nel 2016 e un incremento del 34.6 per cento rispetto all’anno precedente, i voucher dilagano tra gli strumenti retributivi maggiormente utilizzati in Italia.Introdotti nel 2003 con la “Riforma Biagi”, nella previsione iniziale dovevano essere utilizzati per specifiche attività svolte “occasionalmente”, come piccoli lavori domestici, lezioni private, piccoli lavori di giardinaggio ed erano destinati a limitate categorie di soggetti quali disoccupati, disabili, casalinghe studenti e pensionati.

Il “buono lavoro” era stato pensato come uno strumento per contrastare il nero e favorire l’occupazione saltuaria di categorie “svantaggiate” che in molti casi avevano smesso di cercare lavoro.

Oltre a contrastare il lavoro sommerso, l’utilizzo dei voucher garantisce ai destinatari anche una copertura Inail e contributi Inps. Lo strumento, pertanto, non può essere condannato tout court. E’ chiaramente appropriato se si utilizza per pagare uno studente che nel tempo libero impartisce ripetizioni private o un pensionato che partecipa alla realizzazione di una manifestazione culturale ma ecco che non è dignitoso che venga utilizzato per pagare i lavoratori del Carrefour in un giorno di festa, come è accaduto a Lucca lo scorso 26 dicembre. Ricordiamo che questo tipo di strumento non vincola contrattualmente il committente e non salvaguarda alcuni diritti del lavoratore, come la malattia, la maternità, la disoccupazione, gli assegni familiari e il rinnovo dei permessi di soggiorno.

La leader della Cgil, Susanna Camusso, ha stigmatizzato, pertanto, i voucher definendoli «pizzini che retribuiscono qualsiasi attività» e si è fatta promotrice del referendum per l’abolizione.

Nei giorni scorsi la Consulta ha bocciato il quesito sull’articolo 18, ma ha dato il via libera a quello per l’abolizione dei buoni lavoro.

C’è da precisare, però, che come ricordato dal presidente dell’Inps, la Cgil rientra tra i principali utilizzatori di questi ticket, per l’acquisto dei quali ha investito 750 mila euro. Il sindacato si difende spiegando che sono lo strumento più idoneo per retribuire alcune prestazioni occasionali come quelle svolte dai pensionati nei servizi di accoglienza.

E allora perché abolirli?

 Possibili correttivi dei voucher

Il nodo della questione non è nello strumento in sé ma nell’abuso che ne viene fatto. Negli anni c’è stata una escalation dell’utilizzo dovuto in parte alle aperture consentite dalla Legge.

Nel 2008 il governo Berlusconi ha ampliato la possibilità di ricorrere al lavoro accessorio a tutti i lavoratori e nel 2012 il governo Monti la ha estesa a tutte le attività lavorative.

Il governo Letta ha eliminato le parole “di natura meramente occasionale” e Renzi ha portato a 7.000 euro annui il tetto per ogni lavoratore pagato in voucher anche da più committenti e a 2.000 euro l’importo massimo con il quale un committente può retribuire un lavoratore.

Da qui la deriva e l’uso distorto di questo strumento, che ha stravolto le limitazioni del 2003.

Il governo, che sente il referendum sempre più incombente, corre però ai ripari e annuncia nuovi limiti ai voucher. L’idea di fondo è quella di limitare la platea per evitare gli abusi.

In che modo?

Si pensa di ristringere i settori in cui è consentito l’utilizzo dei voucher e di introdurre le “quote”. Si stabilirà che i soggetti retribuiti con voucher dovranno essere una quota proporzionale al numero dei lavoratori occupati a tempo indeterminato.

Prima di modificare la legge in vigore, il governo attende di conoscere il risultato di un monitoraggio scattato l’8 ottobre dello scorso anno.

Tornare alle limitazioni del 2003 forse sarebbe la soluzione più opportuna, aumentando però al contempo la tracciabilità dei buoni lavoro, così da sanzionare ogni abuso e difendere la dignità dei lavoratori.

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