Turchia, la (non) libertà di stampa

Turchia, la (non) libertà di stampa

“E’ diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà di informazione e di critica […], ed è loro obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti.” E’ così che, in Italia, si sancisce la libertà di espressione del giornalista e, grazie all’art. 21 della nostra Costituzione, di tutti i cittadini.

Diritto che sembrerebbe scontato in qualsiasi Paese democratico che si rispetti, nonostante i sacrifici -troppo spesso dimenticati- per vederlo riconosciuto. Non ovunque, però, è così.
In Turchia, soprattutto dopo il fallito golpe del 15 luglio scorso, la libertà di stampa è sempre più a rischio, oserei dire quasi inesistente. Magistrati, professori, rettori, intellettuali e persino i cronisti, cani da guardia per antonomasia che devono “dar fastidio”, stuzzicare, dubitare, stare alle calcagna e incalzare il legislatore, sono stati privati delle loro libertà.

Il Presidente Erdogan, evidentemente, non si è accontentato della chiusura di circa 170 media (siti oscurati, televisioni private censurate, ecc..) e degli arresti nei confronti di più di un centinaio di giornalisti ostili al governo. Dopo aver ordinato l’arresto di Murac Sabuncu, direttore di Cumhuriyet, l’unica testata di opposizione rimasta in vita, scarcerato dopo 92 giorni grazie ad una sentenza della Corte costituzionale, il presidente turco continua a fomentare odio e disprezzo verso chi, tra mille difficoltà dovute alle condizioni in cui versa il Paese, cerca di svolgere il proprio lavoro. Solo pochi giorni fa, infatti, un procuratore di Istanbul, neanche a dirlo fedelissimo a Erdogan, ha chiesto una condanna a 10 anni di reclusione per l’ex direttore di Cumhuriyet, Can Dundar, e per il responsabile della sede di Ankara dello storico quotidiano, Erdem Gul, in quanto autori nel maggio 2015 dello scoop sul passaggio di armi degli 007 turchi in Siria, e l’ergastolo per Enis Berberoglu, deputato dell’opposizione socialdemocratica Chp, ritenuto la fonte della notizia. Nell’atto d’accusa, riporta l’agenzia Dogan, gli imputati sono accusati di aver “aiutato un’organizzazione terroristica armata consapevolmente e intenzionalmente, senza esserne membri”. Come riporta l’Ansa, Dundar, ex direttore del quotidiano di opposizione laica Cumhuriyet, e Gul, capo della redazione di Ankara, a maggio erano già stati condannati a 5 anni per rivelazione di segreto di stato in relazione allo stesso scoop, per cui il presidente Erdogan promise che avrebbero pagato un “caro prezzo”. Can Dundar si trova attualmente in Germania, mentre all’udienza ha partecipato Erdem Gul, che ha voluto ricordare che la pubblicazione delle immagini “fa parte del mestiere del giornalista”, un mestiere difficile in Turchia considerando “i 140-150 colleghi attualmente detenuti sulla base dei soli articoli pubblicati”. L’unica organizzazione eversiva di cui possono essere membri lui e Dundar, ha aggiunto ironicamente, è “l’organizzazione eversiva dei giornalisti”. Berberoglu ha invece ribadito di essersi presentato dinanzi al giudice questa mattina “per rispetto delle istituzioni”, in veste di deputato del partito Chp, principale partito di opposizione, “che mai smetterà di opporsi alla deriva dittatoriale della Turchia e alla prospettiva che un solo uomo detenga tutto il potere”, con chiaro riferimento al presidente Erdogan.

Una Turchia che si mostra sempre più sorda alle continue richieste da parte del mondo democratico: “Fratello, non ci interessa la tua linea rossa” ha detto il premier turco, Binali Yildirim, lo scorso autunno rivolgendosi al presidente del Parlamento europeo Martin Schulz, che lo invitava a una riflessione sulla libertà di stampa.

I media che rappresentato il contropotere e che fanno controinformazione, in quanto tali, non possono essere asserviti a interessi economici o politici e devono essere difesi.

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