Pedofilo seriale: già 30 le vittime di Reggio Emilia

Pedofilo seriale: già 30 le vittime di Reggio Emilia
(fonte immagine: Farodiroma)

È stato arrestato l’8 dicembre, a Reggio Emilia, il quarantenne brasiliano, Elisandro Dos Anjos: pedofilo seriale che adescava minorenni sui social e davanti alle scuole. L’inchiesta coordinata dalla Procura di Bologna è stata ribattezzata “Lost Innocence”, innocenza perduta. Questo scempio è durato 10 anni, durante i quali centinaia di adolescenti sono stati molestati.

L’indagine è iniziata in seguito al primo luglio scorso, quando il brasiliano è stato arrestato per tentato omicidio, e cinque mesi di fitte indagini hanno portato alla scoperta dell’ossessione del pedofilo verso minorenni italiani.

Il brasiliano si procurava i soldi per pagare le sue vittime, prostituendosi come escort omosessuale; sui social decine di profili falsi, che lo ritraevano con volti mascherati, su alcuni dei quali veniva richiesto e pubblicato materiale pedopornografico. Molto spesso era lui il protagonista di questi filmati, nei quali tentava di nascondere la sua vera identità sessuale.

Convinceva giovani ragazzi a seguirlo in casa, proponendo loro avventure sessuali con una fantomatica cugina, molto disinibita e bella, pronta ad accoglierli. Ovviamente la cugina era sé medesimo, travestito da donna.
I carabinieri di Reggio Emilia sono passati dalla realtà virtuale alla realtà concreta, accertando almeno 30 casi sicuri di molestie e violenze su minori. Ulteriori casi sono ancora in via accertamento.

Il macrabo meccanismo innescato dal pedofilo brasiliano aveva assunto dimensioni vastissime, arrivando ad umiliare decine di ragazzi che facevano la fila sotto casa sua, in cambio di denaro (dai 20 ai 200 euro), o addirittura spinti dal forte senso di smarrimento. Spesso, affacciandosi dal balcone gettava soldi e faceva saltare la fila ai ragazzini più piccoli, come dichiara il comandante provinciale dei carabinieri, il colonnello Antonino Buda, “voleva solo ragazzini bianchi e senza barba”.

Il modus operandi dell’adescamento è sconcertante: il quarantenne andava, davanti alle scuole, vestito da uomo e aveva degli amici di riferimento, dei ragazzi fidati di 13 e 14 anni, grazie ai quali riusciva a ottenere l’attenzione degli altri ragazzini. Dopo averli adescati – con la scusa della cugina- li accompagnava a casa, si cambiava in un attimo e iniziava la tortura.

Ora il brasiliano è in carcere, ma è pronto un decreto di espulsione, qualora dovesse uscire. I carabinieri, coadiuvati dall’Interpol, stanno tentando di capire le dinamiche di collaborazione di eventuali complici. Secondo il pm Giacomo Forte, il pedofilo è stato aiutato da un italiano e altri due brasiliani. I tre fiancheggiatori vengono accusati di favoreggiamento reale e favoreggiamento personale per aver fatto sparire il computer dell’arrestato. L’inchiesta, ancora aperta, per ora prevede tentato omicidio, violenza sessuale e induzione alla prostituzione, e favoreggiamento per i tre complici.

Un silenzio che logora

I circa trenta casi di molestie accertati sono stati supportati dalle testimonianze dei ragazzi, sempre accompagnati dai genitori e spesso dagli psicologi: la quasi totalità dei genitori era allo scuro dell’accaduto. È su questo punto che si scatena la reazione e la corrispettiva dichiarazione dello psicologo e sociologo Paolo Crepet: << i genitori è meglio che si assumano la loro responsabilità di controllori, altrimenti è meglio che non facciano figli>>. Lo studioso è rimasto, da subito, spiacevolmente colpito dalla vicenda, raccontando di non essersi mai imbattuto in un fenomeno così dilatato nel tempo (10 anni di abusi sessuali) che coinvolgesse un così grande numero di vittime (30 quelle già certe, ma si stimano cifre che raggiungono il centinaio). Afferma di aver incontrato, durante la sua carriera, casi di trasformismo sessuale tra aduti, ma mai ai danni i minori. “Senza dubbio, dalla mia esperienza posso dire che non credo esista un caso simile abbinato alla pedofilia”.

Un’altra caratterista ripetuta, e per questo ancora più inquietante, è che i minori non sono entrati in questo circolo infernale con la forza, ma si sono lasciati convincere. I ragazzi coinvolti ricoprono una fascia di età che va dai 13 ai 16 anni. Sono stati persuasi dalla curiosità di avere rapporti sessuali con una donna molto più grande. Lo psicologo spiega che un altro fenomeno allarmente, della nostra società, è rappresentato da tredicenni e quattordicenni che vogliono comportarsi come ragazzi di 20 anni. Ed è qui che si inserisce la “ramanzina” ai genitori, che hanno il compito di essere anche controllori, di stare attenti ai movimenti dei figli sui social e in rete, per evitare che essi imbattano in situazioni di questo tipo. “Non ci sono scusanti – aggiunge il sociologo – i genitori devono essere al corrente di questi fenomeni visto che sono anche loro dei grandi trafficanti del web.

Quando un genitore trent’anni fa ignorava, ignorava poche cose. Oggi i genitori devono essere ancora più responsabili”.

I dati della Onlus Mater, che assiste le vittime di abusi, sono sconcertanti: i siti di pedopornografia, segnalati nel 2015, sono 9.000, quindi duemila in più rispetto all’anno precedente. Gli arresti sono stati 67, mentre le denuncie per adescamento di minori in rete sono stati 485. La maggior parte delle denuncie provengono dalla Sicilia e dal Lazio; anno dopo anno aumentano le denunce alla polizia, arrivate a 544, solo nel 2014. Purtroppo è importante segnalare che questi numeri riguardano solo coloro che denunciano, ma come è noto meccanismi di difesa e senso del pudore, nella maggior parte dei casi, impediscono alla vittima di farsi avanti e parlare. I numeri riportati, quindi, sono condannati a salire. È anche vero che i bambini più coinvolti hanno un’età compresa tra i 0 e 3 anni e sono quindi impossibilitati a denunciare, poiché impossibilitati a capire, ma non a sentire: sta alla sensibilità e all’acume del genitore o chi è più vicino al bambino saper interpretare i segnali, i gesti, le mutazioni comportamentali delle piccole vittime silenziose, come la piccola Fortuna Loffredo.

Un meritato inno alle vite interrotte e offese

Non voglio concludere questo articolo rifilando la solita storiella del farsi coraggio e denunciare, se non possono le vittime, le persone care per loro. È sicuramente importante e fondamentale farlo, ma ritengo più urgente sottolineare la grandezza delle persone offese.

Si, è vero, sono vite spezzate, vite interrotte dall’atroce oscurità altrui; vite costrette a fermare il loro cammino per ricomporre i pezzi e dare a questi pezzi, ciò che rimane, un senso. Non sempre, forse, un senso nuovo rispetto a quello prefissato in precedenza, ma pur sempre un senso. Quello che so è che una volta ricomposti i pezzi, la vita spezzata rimane inevitabilmente tale, perché l’umiliazione della dignità non conosce cicatrici ben chiuse, ma ferite che continuano a sanguinare, anche se sempre meno. Queste vite interrotte e ripartite saranno, però, sicuramente più forti e ricche, perché questo è il destino delle persone che nonostante tutto riescono a farcela.

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