Partiti politici, la dissoluzione della Dc (Parte 3)

Partiti politici, la dissoluzione della Dc (Parte 3)

Riprendiamo il percorso d’analisi della storia e della formazione dei partiti politici italiani, riassumendo i momenti chiave che meglio delineano la loro impostazione ideologica. Dopo aver analizzato i grandi partiti di massa, vedremo più da vicino le vicende che hanno portato alla dissoluzione della Dc, dalla quale hanno preso forma molti dei partiti che ancora oggi troviamo sulla scheda elettorale.

La vicenda Tangentopoli, pagina nera della politica italiana, risulta fondamentale per comprendere meglio gli attuali schieramenti politici, molti dei quali costituiti proprio a seguito della dissoluzione della ‘balena bianca’, arenata e incapace di portare a termine il processo di autoriforma che era stato il cardine dell’assemblea del luglio 1993. Da un lato – come ha osservato il prof. Carlo Baccetti – si trovavano i vecchi notabili «rimasti indenni dalla bufera giudiziaria», dall’altro, i rinnovatori; che chiedevano «una discontinuità netta e generalizzata dei propri gruppi dirigenti». In questo clima, toccò a Mino Martinazzoli l’incarico di traghettare la DC verso il Partito popolare italiano, nato a Roma il 18 gennaio 1994 tra mille difficoltà e subito penalizzato nelle elezioni del 27-28 marzo, nelle quali ottenne poco più di 4milioni e 200mila voti. La continuità tra il voto alla Dc e il Ppi, andava ricercata perlopiù nell’appartenenza alla Chiesa cattolica: oltre il 70% della base era infatti composta da cattolici praticanti. L’elettore-tipo del Ppi, inoltre, era attento alla cosa pubblica, disponibile a partecipare all’iniziativa politica e – rilevava un sondaggio Eurisko del 1994 – iscritto al partito con una media del 12,2%: un dato nettamente superiore rispetto al 4,6% del totale dell’elettorato italiano. Nonostante i tentativi di rinnovamento, il Ppi non riuscì comunque a superare lo scoglio del correntismo interno, da cui presero vita sia i cattolico-sociali (divenuti in seguito Democratici di sinistra) sia il Centro cristiano democratico (Ccd) guidato da Casini e Mastella. I primi si collocarono a sinistra dello scacchiere politico mentre i secondi migrarono a destra, verso il Polo capeggiato dalla neonata Forza Italia di Silvio Berlusconi. Neppure le scissioni interne al Ppi ebbero l’effetto di placare il correntismo; nel partito infatti permanevano 3 articolazioni, una orientata a destra, una a sinistra e l’altra proiettata verso il centrismo. Nel 1995, il segretario del Ppi, Rocco Buttiglione, lasciò il partito portandosi con sé un gruppo di parlamentari per dare origine ai Cristiani democratici uniti (Cdu). Ciò che rimase del Ppi, confluì nella Margherita, il partito guidato da Rutelli che – a sua volta – confluì nel Partito Democratico nell’ottobre 2007. Ccd e Cdu si riunirono, a partire dal 2002, all’interno dell’Unione dei Democratici Cristiani e dei Democratici di Centro (Udc), un partito che trovava collocazione nella Casa delle libertà e divenne forza di governo durante gli esecutivi guidati da Berlusconi.

L’Udc, rinfrancata dai buoni risultati elettorali e spinta a correre da sola per le crescenti divergenze con gli alleati di centro destra, riuscì ad entrare in Parlamento configurandosi come embrione di quello che qualche anno più tardi sarà riconosciuto ‘terzo polo’: un’alleanza costituita da Unione di Centro, Futuro e Libertà per l’Italia, Alleanza per l’Italia e Movimento per le Autonomie. La coalizione tra Casini, Fini e Rutelli, terminò tuttavia nel 2012 con l’uscita dell’Udc, scontenta delle nette divergenze interne per quanto riguarda l’appoggio a sindaci di centro destra (da parte di Futuro e Libertà) e di centro sinistra (da parte di Alleanza per l’Italia). La rottura dell’alleanza non comportò benefici all’Udc che, anzi, ha via via perso consensi pur mantenendo a livello ideologico gli stessi valori fondanti della storica Democrazia Cristiana.

Per quanto riguarda la parte sinistra dello schieramento politico, più che i giochi di alleanze è interessante osservare che dopo la fine del Pci e la caduta dell’Urss, i vecchi ideali hanno man mano lasciato il posto a un progressismo moderato, importato per larga parte dalle figure fuoriuscite dalla Dc e riunite sotto valori che si richiamano solo in parte alla sinistra ‘rossa’. Il correntismo e le larghe coalizioni hanno reso instabile il centro sinistra post tangentopoli, impedendogli di governare stabilmente nonostante le vittorie elettorali tra gli anni ’90 e i 2000. Prova di queste difficoltà dovute alla presenza di molti partiti in coalizione è l’Ulivo, che riuniva socialdemocrazia, cristianesimo sociale, riformismo, europeismo e socialismo democratico. La coalizione, che in un primo momento ha goduto anche dell’appoggio di Rifondazione comunista, non è stata in grado di tenere unite le varie correnti di pensiero nonostante le esperienze di governo ed ha dovuto fare i conti con l’inconciliabilità delle istanze provenienti dalle varie forze politiche che ne costituivano la stessa base. Pur essendo chiara le necessità di ridurre il numero di partiti – e di ideologie – interni alla coalizione, il centro sinistra preferì comunque privilegiare l’incontro tra forze politiche differenti, costituendo dapprima la ‘Grande Alleanza Democratica’ e poi, nel 2005, l’Unione: un’alleanza in cui inizialmente confluirono l’Ulivo, l’Italia dei Valori, i radicali della Rosa nel Pugno, la Federazione dei Verdi, il Partito dei Comunisti Italiani, il Partito della Rifondazione Comunista, l’Udeur, i Socialisti Uniti, i Democratici Cristiani Uniti, il Partito Pensionati, la Südtiroler Volkspartei, il Movimento Repubblicani Europei, l’Italia di Mezzo e il Partito Socialista Democratico Italiano.

L’esperienza dell’Unione durò solo 3 anni: nel 2008, infatti,  il neonato Partito Democratico (fondato il 14 ottobre 2007) annunciò di creare un’alleanza con le sole forze politiche che aderiranno al proprio programma. Da quel momento si consumò una separazione tra la componente riformista e quella radicale, quest’ultima rappresentata dai partiti riuniti nella federazione de La Sinistra l’Arcobaleno. Il Pd, oggi partito di governo, rappresenta un ulteriore tentativo di riunire le varie correnti presenti all’interno del centro sinistra; al suo interno, come meglio rappresentato nello schema qui riportato, sono confluite gran parte delle componenti che hanno dato vita sia all’Unione che all’Ulivo.

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Schema di formazione del Pd

All’interno del Partito democratico persiste il correntismo – sebbene in misura limitata rispetto al passato – ereditato sia dalla diaspora della Dc che, almeno in parte, dagli orientamenti che il vecchio Pci aveva al suo interno, pur configurandosi sostanzialmente come partito unitario. La presenza di correnti nella forza politica più importante del centro sinistra attuale, era già stata rilevata dal prof. Carlo Baccetti, che nel suo libro – ‘i postdemocristiani’ –  avanzava l’ipotesi di un concreto rischio di riproduzione di una «struttura allargata del partito di correnti». Il meccanismo delle primarie (una testa un voto) messo a punto proprio dal Pd, avrebbe dovuto favorire l’emergere di una leadership «sufficientemente innovativa; tanto da scardinare gli equilibri tra le coalizioni dominanti infrapartitiche e introdurre un significativo rinnovamento nella classe dirigente e nel modello organizzativo». Tuttavia, la storia recente insegna, nonostante l’emergere di leader forti, il meccanismo delle primarie non è stato sufficiente ad «aggirare e smantellare l’incrostazione correntizia». Sulla carta, a livello ideologico, il Pd si rifà principalmente ai valori insiti nei princìpi socialdemocratici uniti a politiche di tipo keynesiano: una formula che dovrebbe garantire un certo grado di liberalismo e al contempo favorire un’economia sociale di mercato.

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