Prostituzione in Italia, l’abolizionismo non tutela la dignità delle donne

Prostituzione in Italia, l’abolizionismo non tutela la dignità delle donne

È uno sfruttamento apolide, quello della prostituzione: non riconosce razze, non è confinato all’interno di alcuna nazione e cultura. Letteralmente non ha patria. Fin da subito, un simile comune denominatore dovrebbe stimolare in noi degli interrogativi, riguardo alla natura umana e alle sue corrispettive espressioni. Ciò sta a significare che a percorrere trasversalmente le varie nazioni del mondo non è solo lo sfruttamento della prostituzione, ma inevitabilmente anche la negazione dei diritti delle donne, e più in generale la negazione dei diritti della persona, in quanto essere morale, in quanto essere giuridico. Accomuna l’Occidente industrializzato e i Paesi in via di sviluppo, segno che ad un maggior benessere economico non corrisponde affatto un maggior grado di umanità e civiltà. Banalmente, la prostituzione viene definita come “il mestiere più antico del mondo”, nasce coevo al genere umano; proprio a questo proposito è sorta una forte spaccatura tra i Paesi che hanno legalizzato la prostituzione (Germania, Spagna, Olanda, Belgio, Svezia, Australia), considerandola come un vero e proprio lavoro, e quei Paesi abolizionisti che, invece, si rifiutano di farlo, tra i quali l’Italia.

Nel primo caso emerge una sostanziale accettazione dell’impossibilità di estirpare questo male, mentre nel secondo prevale la repulsione e la ritrosia a riconoscere legalmente una tale ed indegna tendenza dell’uomo. Il filosofo Immanuel Kant, nella Metafisica dei Costumi, considerava il divieto della lussuria come il secondo dovere dell’uomo verso sé stesso, in quanto essere animale. Preceduto soltanto dal divieto del suicidio. Poiché sia nel suicidio, sia nella lussuria l’uomo dispone di sé stesso come di un semplice mezzo, in vista di uno scopo qualsiasi e questo significa svilire l’umanità nella propria persona. Bisogna chiedersi in quale modo sia più opportuno agire per eliminare questa piaga sociale, ma prima di tutto domandarsi se una simile eliminazione definitiva sia possibile o meno. Ed è qui che si inserisce la spaccatura tra i Paesi che hanno legalizzato la prostituzione e quelli che si rifiutano di farlo.

Le domande a cui è necessario rispondere per avere un’idea più chiara e completa possibile in merito sono due: a) il modello abolizionista, in Italia, sta producendo effetti positivi? b) come e cosa potrebbe cambiare la situazione degradante delle prostitute, regolarizzando la loro attività? Ho ritenuto indispensabile anteporre alcune linee guida, o meglio, princìpi orientativi al tema focale dell’articolo, che consta di tre parti essenziali: 1. breve esposizione dei problemi della Legge Merlin; 2. numeri e cifre della tratta di schiave sessuali; 3. Paesi che hanno regolamentato e legalizzato la prostituzione.

1. Legge Merlin: in Italia, vieta la prostituzione: Abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui, risalente al 20 febbraio 1958. La legge prevede la chiusura delle case di prostituzione: l’Art. 1 afferma: «È vietato l’esercizio di case di prostituzione nel territorio dello Stato e nei territori sottoposti all’amministrazione di autorità italiane». L’Art. 3 prevede una reclusione da due a sei anni, e una multa da lire 500.000 a lire 20.000.000 ( da Euro 258,00 a Euro 10.329,00) per chiunque possegga o favorisca l’esercizio delle case di prostituzione, o che collabori con locali pubblici, nei quali vengono svolte attività di prostituzione, o ancora per coloro che gestiscano il traffico di prostitute da altri Paesi, tramite associazioni o organizzazioni nazionali o estere. Uno dei maggiori punti deboli della legge Merlin è l’Art. 5, che non considera rei i clienti, condannandoli ad un massimo di 8 giorni di reclusione e una multa amministrativa pecuniaria che oscilla da 16,00 a 93,00 Euro. In questo modo è reso illegale e quindi impraticabile lo sfruttamento della prostituzione? Come se ciò non bastasse l’Art. 7 confessa una sostanziale impotenza delle forze dell’ordine di agire concretamente, e lascia queste donne in balia del loro destino: «Le autorità di pubblica sicurezza, le autorità sanitarie e qualsiasi altra autorità amministrativa non possono procedere ad alcuna forma diretta od indiretta di registrazione, neanche mediante rilascio di tessere sanitarie, di donne che esercitano o siano sospettate di esercitare la prostituzione, né obbligarle a presentarsi periodicamente ai loro uffici. E’ del pari vietato di munire dette donne di documenti speciali». Ma dall’Art. 8 all’Art. 11 vengono spiegate modalità e tempistiche dell’organizzazione e del successivo inserimento delle prostitute all’interno delle case di patronato, dove potranno trovare accoglienza le donne uscite dalle case di prostituzione chiuse della Legge Merlin e le minori che non possono essere riaccolte dalla loro famiglia di provenienza. Inoltre l’Art. 12 prevede la formazione di un Corpo speciale femminile, che sostituirà gradualmente la polizia nelle funzioni inerenti al buon costume, per la prevenzione della delinquenza minorile e della prostituzione. I problemi sollevati dalla Legge Merlin, una legge che ha quasi 60 anni, riguardano la sua contraddittorietà, poiché non considera la prostituzione un reato, ma al contempo nemmeno un lavoro. Quindi risulta sempre più difficile individuare gli sfruttatori, ma sempre più facile incriminare per adescamento e favoreggiamento chiunque affitti appartamenti ad escort. Per migliorare le condizioni delle prostitute e risolvere il dramma della tratta di schiave sessuali, è necessario risolvere queste contraddizioni attraverso un intervento legislativo.

2. Stando ai numeri forniti della Commissione Affari sociali della Camera, le prostitute sarebbero in Italia dalle 50.000 alle 70.000. Circa 25.000 sarebbero immigrate, 2.000 minorenni e più di 2.000 le donne e le ragazze ridotte in schiavitù e costrette a prostituirsi. Il 65% delle prostitute opera per le strade, il 29,1% lavora in albergo e la restante parte in case private. Il traffico di prostitute, provenienti dall’Est, ha raggiunto livelli disumani. L’Italia rientra, insieme a Turchia, Israele, Paesi Bassi, Germania, Belgio, Giappone e Stati Uniti, tra le destinazioni più comuni per il traffico di esseri umani, a scopo sessuale. I principali Paesi da cui provengono le persone trafficate sono Cina, Nigeria, Thailandia, Albania, Bulgaria, Bielorussia, Moldavia e Ucraina. Solo nei primi cinque mesi del 2016 sono arrivate in Italia duemila giovani donne africane, delle quali una su cinque è minorenne. Cifre in continua crescita: poco più di 400 nel 2013, 1500 nel 2014 e 5000 lo scorso anno, le ragazze nigeriane arrivate in Italia sui barconi. La metà di queste ragazze vengono dirottate all’estero: Gran Bretagna, Francia, Spagna, le restanti vengono portate soprattutto nell’Italia settentrionale. Ovviamente la prostituzione non è limitata soltanto a donne straniere, ma molte donne italiane “scelgono questo mestiere”, affittando appartamenti, dove ospitano i loro clienti. A tal proposito consiglio la lettura di Malamore. Esercizi di resistenza al dolore, un libro di Concita De Gregorio, che propone una pungente e acuta analisi di questo fenomeno. Nel quale vediamo convergere un’altra grande problematica del nostro secolo, ovvero la mancanza di lavoro. La domanda che sorge spontanea dalla lettura di una storia vera, quella di Cristina, riportata all’interno del testo è se sia veramente possibile scegliere, o addirittura decidere di essere una prostituta. La ragazza della storia afferma più volte di «fare la puttana e di non esserlo», allo stesso modo di chi fa la cassiera al supermercato. Le case di accoglienza che dovrebbero ospitare le ragazze che trovano il coraggio di ribellarsi e denunciare sono per lo più piccole associazioni religiose o laiche, composte per la maggior parte da volontari. Ovviamente insufficienti di fronte all’enorme urgenza. Possiamo citarne alcune, quali Casa Liri, struttura di Prima Accoglienza a Milano; Casa di Accoglienza del Sacro Cuore; KINBÈ e WASLALA a Roma.

3. In Germania la prostituzione è regolata dalla nuova legge del 2002, atta a regolarizzare la prostituzione di 400.000 donne, le quali sono assicurate in materia di malattia, disoccupazione e pensione. L’attività dei bordelli è riconosciuta e legalmente consentita, a condizione che non vi sia sfruttamento. Nel gennaio 2007, il governo tedesco ha pubblicato un rapporto sull’impatto della nuova legislazione, concludendo che un limitato numero di prostitute ha concluso un regolare contratto di lavoro e che le condizioni di lavoro sono migliorate in misura molto modesta. In Spagna, sempre nel 2003, il governo della Catalogna, il primo nel Paese, ha approvato un decreto che stabilisce regole sanitarie, d’orario e di collocazione dei locali dove si esercita la prostituzione. In Svezia, dal 1999 la legge tutela la donna: chi si prostituisce non è punibile, ma lo è chi favorisce l’adescamento. Esistono pene anche per i clienti, che possono essere condannati a sei mesi ad un anno. Che la legalizzazione della prostituzione sia risolutiva ai fini di un notevole miglioramento delle condizioni delle prostitute è del tutto illusorio. La prostituzione non potrà mai godere, in nessun modo, di condizioni lavorative idonee, prima di tutto alla dignità della persona. Quanto meno, però, verrebbero tolte dalla strada migliaia di donne sfruttate, maltrattate e schiavizzate. C’è da chiedersi però se continuare con questa farsa, con la Legge Merlin, sia risolutivo o meno. Al momento questa legge non funziona né come ostacolo al traffico di schiave sessuali, né nell’efficienza delle case di accoglienza, né vincola economicamente quelle donne che intraprendono la prostituzione come lavoro.

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