Omicidio Alpi-Hrovatin, assolto Hassan

Omicidio Alpi-Hrovatin, assolto Hassan

Il somalo era l’unico condannato per la scomparsa di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Che non hanno ancora giustizia mentre i veri assassini sono sconosciuti. La madre della giornalista: «Come se fossero morti per il caldo di Mogadiscio».

La Corte d’appello di Perugia ha assolto Haschi Omar Hassan dall’accusa di aver partecipato all’omicidio della giornalista Ilaria Alpi e dell’operatore Miran Hrovatin, avvenuto a Mogadiscio nel marzo del 1994. La sentenza è arrivata al termine del processo di revisione avvenuto questa mattina. Il somalo si è sempre proclamato innocente e la stessa famiglia Alpi non ha mai creduto alla colpevolezza dell’uomo. Hassan ha comunque trascorso 17 dei 26 anni di carcere inflitti.

Le reazioni

«Sono felice. Posso dirmi innocente» ha dichiarato Hassan a margine della sentenza, per poi abbracciare la madre di Ilaria Alpi che ha sempre creduto nella sua innocenza: «mi ha aiutato molto» ha detto l’uomo.

«Come parte civile ci siamo battuti perché venisse riconosciuta la sua innocenza – ha affermato Luciana Alpi – Sono molto contenta per Omar, tuttavia se è una grande giornata per lui, da parte mia devo dire che sono molto amareggiata e depressa. E’ come se lei e Miran fossero morti per il caldo che faceva a Mogadiscio. La verità – conclude – non labbiamo e secondo me non l’avremo mai».

Nonostante la sentenza di oggi fosse attesa e sperata perché dimostrava l’innocenza di Hassan e l’inadeguatezza dell’impalcatura processuale, la sfiducia verso la ricerca della verità sul caso è l’unica vincitrice. La stessa madre di Alpi si è detta stanca, soprattutto dopo la scomparsa del marito, avvenuta sei anni fa, e uno stato di salute precario che rende più difficle portare avanti la battaglia di una madre che vuole giustizia per la figlia. Luciana Alpi ha fatto sapere che parlerà con il suo avvocato «per decidere che cosa fare, perché ho l’impressione che gli inquirenti non siano mai stati interessati a scoprire la verità».

Dietro la formula “assolto per non aver commesso il fatto” si nasconde molto più di una sentenza giudiziaria. Il processo per il duplice omicidio Alpi-Hrovotin è caratterizzato da depistaggi, omissioni e inquinamenti delle prove fino dall’inizio. L’unica certezza è che i nomi dei veri assassini della giornalista romana e dell’operatore triestino non sono noti.

Un traffico che non va svelato

A distanza di 22 anni l’identità dei mandanti e degli esecutori è sconosciuta, anche se appare chiaro da tempo che il lavoro giornalistico di Alpi in Somalia è stato determinante.

Nel 1994 Alpi e Hrovotin si trovavano a Mogadiscio per seguire la guerra civile come inviati del Tg3. In quel periodo la giornalista riuscì a costruire, attraverso contatti locali e nei servizi segreti italiani, un’inchiesta su un traffico d’armi e di rifiuti tossici illegali in cui sembravano essere coinvolti anche l’esercito e alcune istituzioni italiane.

Il bisogno di smaltire rifiuti tossici in zone povere dell’Africa in cambio di rifornimenti di armi ai gruppi guerriglieri locali fu confermato anche da altre inchieste giornalistiche, tra cui il documentario di Paul Moreira.

Il duplice omicidio avvenne nel marzo dello stesso anno, quando Alpi e Hrovotin furono raggiunti da colpi di kalashnikov scaricati da un gruppo armato che fermò l’auto su cui viaggiavano i due inviati.

L’omicidio Alpi-Hrovotin avvenne a ridosso di un altro assassinio. Quello di Vincenzo Li Causi, agente del Sismi e informatore della stessa Alpin sul traffico illecito, trovato ucciso in circostante misteriose.

Le indagini della Polizia ricostruirono la dinamica dell’azione criminale che portò alla morte degli inviati Rai: fu stabilito che i colpi sparati dai fucili erano indirizzati direttamente alle vittime, poiché autista e guardia del corpo rimasero illese.

Depistaggi istituzionali

Il 23 febbraio 2006 fu creata un’apposita Commissione parlamentare d’inchiesta per chiarire la vicenda. Due anni più tardi, furono consegnate tre relazioni contrapposte, di cui una sola approvata a maggioranza.

Durante le audizioni che aiutarono nella stesura dei rapporti furono ascoltati molti testimoni e fonti, tra cui Mario Scajola, ex ambasciatore italiano, che escluse la matrice islamista dietro il duplice omicidio al contrario di alcune fonti del SISMI e del SISDE.

Il rapporto preso in esame è quello firmato da Carlo Taormina, secondo il quale l’omicidio è avvenuto “nell’ambito di un tentativo di rapina o sequestro di persona conclusosi solo fortuitamente con la morte della vittima”.

Questa tesi fu accreditata anche in base al un rapporto riservato di UNOSOM del 43 aprile 1994, che parlava della possibilità che “i banditi intendessero non appropriasi del veicolo, ma rapinare due cittadini occidentali”.

Parallelamente fu ascoltato il somalo Ahmed Ali Rage, detto “Gelle”, considerato superteste al processo – suppure mai presentato davanti la Corte. Gelle fece il nome proprio di Hassan, accusandolo di essere tra gli esecutori della presunta rapina, effettuata come ritorsione per precedenti episodi di violenza con alcuni soldati italiani di stanza in Somalia. Questa versione giocò un ruolo fondamentale nel processo. Soltanto a distanza di anni fu scoperta l’inaffidabilità di Gelle attraverso alcuni documenti e ritrattazioni.

La stessa Commissione fu oggetto di esame della Corte Costituzionale nel febbraio del 2008 per conflitto di attribuzione. Nel gennaio 2011 la Commissione parlamentare annuncia la riapertura delle indagini.

Lo stesso avvocato Taormina, in un’intervista del 2012 pubblicata su l’Unità, affermò: «Ilaria Alpi è morta a causa di una rapina. Era in vacanza non stava facendo nessuna inchiesta. Ho un documento che manterrò privato per rispetto alla sua memoria che racconta tutta un’altra storia».

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