I fattorini di Foodora non sono “un caso”

I fattorini di Foodora non sono “un caso”

Sfruttamento sul lavoro, stavolta on demand. Perché i riders di Foodora hanno ragione in un mondo di Poletti, profitto 3.0 e narrazioni sbagliate.

«Per quanto avventuriero, Rimbaud era tuttavia ossessionato dall’idea di raggiungere la libertà, che egli traduceva in termini di sicurezza economica». Così si esprimeva lo scrittore americano Henry Miller in “Il tempo degli assassini”, saggio monografico scritto in occasione del centenario dalla nascita del poeta simbolista. Quello cui sembrava aspirare Rimbaud è lontano da quello che stanno vivendo i trecento fattorini di Foodora, in sciopero da sabato scorso per protestare contro la decisione aziendale di eliminare la remunerazione fissa mantenendo invece la sola parte variabile legata alle consegne.

I primi scioperi contro una start-up

Sabato scorso trecento riders di Foodora si sono riuniti a Torino e hanno manifestato per le vie della città in sella alle loro biciclette. Sui cicli c’erano delle bandiere su cui sventolava “Foodora Et Labora”, rivisitazione in chiave di protesta del motto benedettino.

Questa settimana, lunedì 10 ottobre, i manifestanti hanno partecipato a un sit-in davanti la sede torinese dell’azienda on demand tedesca e hanno ottenuto una riunione in teleconferenza.

Durante l’incontro i rappresentanti hanno proposto i punti per un accordo agli amministratori delegati Gianluca Cocco e Matteo Lentini: abolizione del cottimo attraverso il mantenimento della parte fissa, aumento della paga oraria in linea con la media europea, costi di manutenzione delle biciclette e del gps a carico della società anziché dei lavoratori.

L’eco delle manifestazioni è arrivato anche a Milano in cui, oltre al capoluogo piemontese, l’azienda di consegne a domicilio ha la seconda sede italiana.

Il “caso” Foodera

In questi giorni il caso Foodora sta riempendo i quotidiani e i siti di informazione con testimonianze di persone in sciopero. Emerge che i fattorini in viola – come i loro colleghi di aziende rivali – si impegnano in condizioni di lavoro stremante e proibitive: pedalano in un lungo e in largo tra traffico e smog, pioggia e maltempo, venendo costretti a trasformare un impegno in unica via di sopravvivenza.

In altrettanto modo, gli stessi fattorini sono consapevoli di svolgere un lavoro precario e momentaneo: nessuno vede nel viola di Foodora il colore del lavoro di una vita. I contratti di collaborazione firmati dai fattorini prevedevano una paga oraria di 5,70 euro lordi ogni ora di lavoro. Le nuove cifre stabilite da Foodora abbasseranno la paga a 2,70 euro. Per consegna effettuata. Di fatto, si tratta di un cottimo mascherato in nome della sempreverde meritocrazia.

«Un contratto del genere spinge tutti a correre di più, a commettere magari qualche infrazione stradale e a prendere dei rischi in mezzo al traffico – spiega un fattorino 36enne al Fatto Quotidiano – Il cottimo non è meritocratico. Può capitare di ricevere chiamate che ti costringono a fare anche 4 chilometri per raggiungere il ristorante. Poi magari devi aspettare che il cuoco finisca di preparare il piatto. E poi puoi dover fare un’altra lunga tratta per raggiungere la casa della persona che ha effettuato l’ordine. Altre volte, al contrario, tutto si risolve nel raggio di poche centinaia di metri. Che sistema è mai questo? È chiaro – conclude il rider – che creerà disparità e frustrazione».

Quanto c’entrano on demand e consumatori

Le testimonianze che descrivono il trattamento subìto dai fattorini rappresentano la mancanza di diritti sul lavoro. Non è raro che alcuni di loro vengano licenziati dall’azienda via Whatsapp o che vedano una drastica riduzione dei turni di lavoro per via di un messaggio sul gruppo di lavoro considerato dal capo sbagliato.

Secondo il contratto sottoscritto, un fattorino che raggiunge meno di 20 ore settimanali non percepisce la paga, che viene cumulata nel mese successivo. Quindi ogni frase o assenza pesano per un fattorino e assumono la forma di elementi di ricatto contro il lavoratore. Che viene considerato libero professionista, privo di tutele, perché conveniente ai sistemi contrattuali – che assumono per 3, 5 o 6 mesi. E le aziende delle consegne, come Foodora, sfruttano la circostanza consapevoli di avere un ricambio umano inesauribile. 

La responsabilità su questi casi ha più esecutori e diversi mandanti. In primis c’è una narrazione sbagliata del lavoro, che attraverso la mancanza di legislazioni che differenzio la gig economy dalla sharing economy ha comunicato – machiavellicamente – i propri scopi di guadagno promettendo lavori smart, produttivi e stimolanti. Ma come si puo’ notare non è cosi. Guardare a un qualsiasi fattorino in viola: lavoro identico da secoli, stessa mancanza di tutele.

Allora dov’è il cambiamento? Una delle poche differenze è quindi il campo di battaglia, che puo’ essere sfruttato al meglio solo attraverso una regolare legislazione che regoli anche i lavori digitali. Dai cancelli aziendali si è passati a bussare alla porta di imprese che “sono” in rete.

Il discorso sul lavoro però quello sì, è cambiato. In peggio: perché non si vuole comprendere che le vere potenzialità dell’on demand sono espresse solo in chiave di guadagno a scapito dei lavoratori. L’impressione è che oggi si ha a che fare con padroni ottocenteschi con in mano “l’arma” web. Nella ricerca di profitto a scapito dei lavoratori, la differenza tra un paperone di quell’epoca e uno contemporaneo sta solo nel fatto che l’ultimo lavora con la rete internet. La traduzione però è la stessa, semi-nuova: sfruttamento. Il convergere tutto ciò che rende sistema un processo lavorativo nel profitto ci catapulta, di fatto, indietro di secoli.

Come scrive Marta Fana su Internazionale:

«Semplificando, se ogni sera tra Milano e Torino, l’1 per cento della popolazione ordinasse dalla Foodora un pasto da 15 euro, il guadagno sulle ordinazioni sarebbe di circa 63mila euro, a cui vanno aggiunte le commissioni dovute dal consumatore. Ipotizzando che in media ogni consegna riguardi quattro ordini (quattro persone cenano insieme e fanno un’unica ordinazione), allora il guadagno da commissione sarebbe di circa 15.400 euro. La Foodora dovrebbe comunque pagare i fattorini per un totale di 14.300 euro. A fine serata, il profitto (al netto di altri costi di gestione) è pari a circa 64mila euro.

Dal punto di vista dei ristoratori, la convenienza deriva sicuramente dalla visibilità che le piattaforme garantiscono, ma anche dalla diversificazione della loro attività senza nuovi costi. Molti ristoratori, infatti, non necessariamente facevano consegne a domicilio precedentemente. Di conseguenza l’aumento degli ordini è un incremento netto, senza costi aggiuntivi (se non quello relativo alla preparazione dei pasti) dal momento che non dovranno assumere né nuovi camerieri (forse ne risparmiano anche qualcuno) né occuparsi della consegna.

Si stabilisce così un circolo vizioso per cui la corsa al guadagno e al consumo sempre più facile viene ancora una volta scaricata sulla parte debole della catena: il lavoro del fattorino di cui non si può fare a meno, sebbene si tenti in tutti i modi di sottrarlo alla sua vera essenza. In fin dei conti siamo di fronte a un atteggiamento storicamente coerente: l’ambizione del massimo profitto.

I riders continuano a scioperare

I termini entro i quali l’azienda era chiamata a rispondere sono stati fissati a giovedì 13 ottobre. Ma solo alla mezzanotte di oggi, Foodora ha controfferto una proposta rifiutata dai riders: aumento di 1 euro a consegna con il cottimo, servizio di messaggistica istantanea dedicata alla risoluzione di problemi; mantenimento dei versamenti Inps-Inail e dei premi assicurativi; 50% di sconto presso ciclo-officine convenzionate.

«Sono condizioni inaccettabili oltre che incredibilmente offensive e irrispettose nei confronti di noi tutti, visto e considerato che abbiamo esaustivamente spiegato che l’abolizione del Co.co.co. e del cottimo sono punti imprescindibili della nostra battaglia» hanno replicato i riders, rifiutando la proposta di Foodora.

Se il “caso” Foodera – che tanto “caso” come visto non è, perché ben radicato nella nostra società e in diverse forme che vanno in diversi settori come, per esempio, la distribuzione e la manodopera specializzata – sia una rivoluzione in termini di ribellione o meno è prematuro saperlo.

Di sicuro ci sono certe dichiarazioni che fanno riflettere più di ogni protesta. Come quelle del ministro Poletti, che sembra aver scoperto il lavoro digitale solo negli ultimi giorni attraverso il caso Foodera. Nel frattempo le biciclette dei lavoratori sono ferme, molti clienti preparano la cena, alcuni ristoratori sposano la causa dei fattorini e gli ispettori ministeriali sono stati incaricati di lavorare sul caso.

 

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