Corleone, imprenditori denunciano pizzo: 12 arresti

Corleone, imprenditori denunciano pizzo: 12 arresti

Martedì scorso il blitz dei Carabinieri a Corleone grazie alle denunce degli imprenditori locali. Arrestato anche Carmine Gariffo, nipote di Provenzano e nuovo reggente del clan corleonese.

Anni di ricatti, minacce e soprusi. Anni in cui la paura è vera e supera la sensazione di impotenza. Ma c’è chi vuole vivere nella legalità, soprattutto a Corleone. Come loro, gli otto imprenditori del coraggio corleonese che si sono ribellati per la prima volta a Cosa Nostra denunciando il racket del clan.

Il coraggio – Uno era nel vicolo cieco dell’estorsione da vent’anni, un altro da un decennio, un altro ancora è avvicinato in maniera suadente, mentre a qualcuno è andata peggio, con macchinari e beni personali in fiamme. «Gente normale, persone che vogliono solo lavorare», dice Daniele Marannano di Addiopizzo, associazione studentesca per la lotta all’estorisione che ha supportato quattro imprenditori a denunciare. Il gesto di questi cittadini siciliani non è passato inosservato neppure alle istituzioni. «Liberatevi di questo peso: denunciate – dichiara il nuovo comandanete del Reparto Operativo di Palermo, il tenente colonello Mauro Carrozzo – Le forze di polizia e Addiopizzo sono qui per sostenervi in questo percorso».

Le storie che emergono dalla vicenda illustrano alla perfezione il radicamento dei clan corleonesi nei diversi strati della società. L’imprenditoria è solo uno dei terreni in cui i capi mafia seminano il loro germe infetto. «La prima volta che li ho visto, i boss di Corleone, era il 1997 – spiega un imprenditore a La Repubblica – Stavo realizzando un lavoro per conto dell’Acquedotto di Palermo, mi avevano chiesto 3 milioni delle vecchie lire, il 3 percento dei lavori. Gliene diedi solo un milione e mezzo: tornarono nel 2004, c’era Pietro Masaracchia, per chiedermi altri soldi. Temporeggiai e quella volta non gli diedi nulla». Fu così che l’uomo subì i primi segnali di avviso: «Nel 2014 mi bruciarono due mezzi» spiega raccontando di come il boss si era presentato per offrirgli aiuto per ottenere un appalto.

Un altro imprenditore spiega come i rami marci del clan di Corleone arrivassero fino in Comune. Lì i boss potevano contattare direttamente i responsabili di progetti e cantieri, trattando alla fonte. Andavano direttamente all’ingrosso, nel cuore delle istituzioni locali. «Era disponibile per ogni cosa. Una volta – racconta un imprenditore – con la scusa del caffè mi portò in un sottoscale del Comune di Corleone e mi disse: “vedi che qua ci sono io, per qualsiasi cosa, però vedi” e mentre mi diceva queste cose mi faceva il segno dei soldi sfregando le dita. Proseguì: “a Corleone comando io, tutto quello che c’è, ci sono io”. Così spaventato dissi che qualche regalo potevo anche farlo, ma niente di più. Lui disse che andava bene, l’importante era che fossi di parola: qualche tempo dopo diedi la mia tranche, da 5mila euro».

Il sistema di estorsione dunque mieteva vittime nel mondo imprenditoriale – dall’agricolo all’industriale – passando per l’amministrazione pubblica. Chiunque ricopriva un ruolo di rilievo speculare agli interessi del clan era sotto tiro. E se non accettavano, ricevevano «una lezione» come dicevano i bossi intercettati dai Carabinieri.

L’operazione – All’alba del 27 settembre il blitz dei Carabinieri ha portato all’arresto di 12 persone. I procuratori de Montis, Malagoli, Spedale e l’aggiunto Agueci hanno firmato la convalida per i i fermi. Tra questi spicca Carmine Gariffo, nipote ed ex segretario di Bernardo Provenzano.

Gariffo era stato intercettato dai Carabinieri di Monreale e Corleone mentre parlava di affari con Antonino Di Marco, reggente del clan corleonese. Attraverso le conversazioni i militari hanno ricostruito la rete criminale che permetteva a Gariffo di infiltrarsi ovunque girassero soldi.

Gariffo è stato nipote prediletto di Provenzano, davanti alle ceneri dello stragista durante il suo funerale. L’uomo gestiva la fitta rete di pizzini. Nel network mafioso, tra gli interlocutori di Gareffo, c’era anche Matteo Messina Denaro. Il latitante trapanese si chiamava “Alessio”, mentre Gariffo era “1-2-3”.

Poi Provenzano fu catturato e lui scontò anni di prigione per tornare in libertà tre anni fa. Così poco tempo gli è bastato per rimettersi subito in carreggiata. Nella sua attività criminale mafiosa Gariffo poteva contare su una fitta schiera di fedeli, con lui in stato di arresto. Bernardo Saporito, il suo autista; l’operaio forestale stagionale Vincenzo Coscino, il gregario; un altro forestale a contratto, Vito Biagio Filippello; il capo cantoniere Francesco Scianni; il figlio del capomafia Rosario Lo Bue; Leoluca e Pietro Vaccaro, allevatori; in cella pure Francesco Geraci, omonimo nipote e figlio di un capomafia deceduto, sulla carta imprenditori agricoli.

Con loro hanno ricevuto un’ordinanza anche Antonino Di Marco, Vincenzo Pellitteri e Pietro Masaracchia, già arrestati qualche mese fa. Masaracchia era stato intercettato mentre parlava di organizzare un attentato nei confronti del ministro dell’Interno Angelino Alfano. In stato di libertà vigilata anche due proprietari terrieri: Gaspare e Pietro Gebbia. Padre e figlio si erano rivolti al clan corleonese per uccidere un parente per questioni ereditarie.

Denunce simili erano già state deposte nell’agosto scorso dal sindaco di Corleone, Lea Savona. Il primo cittadino aveva segnalato alle autorità movimenti sospetti nella macchina amministrativa locale. Nonostante il tentativo, Corleone non fu sciolto per infiltrazione mafiosa. Almeno fino all’arrivo degli otto imprenditori. Alcuni di loro si sono offerti spontaneamente di denunciare le estorsioni. Altri sono stati convocati dai Carabinieri: tutti hanno giocato un ruolo fondamentale. Nella valle di lacrime versate durante gli interrogatori ci sono anni di frustrazione e paura, ma il risultato è notevole.

Sono stati bloccati interessi e profitti illeciti dei clan nel settore dei rifiuti, delle mense scolastiche e degli appalti edili. E questo grazie al coraggio della gente che con il supporto delle istituzioni ha potuto trovare un alleato vincente.

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