Il Ticino dice no ai frontalieri: il Referendum “prima i nostri” passa con il 58%

Il Ticino dice no ai frontalieri: il Referendum “prima i nostri” passa con il 58%

La Svizzera si esprime nuovamente sui lavoratori stranieri, e lo fa tramite un referendum nel canton Ticino denominato programmaticamente “Prima i Nostri”. Il 58% dei votanti ha infatti detto sì al quesito che chiedeva se i lavoratori locali fossero da preferire a quelli stranieri con stesse qualifiche professionali. La motivazione del sì al referendum è da ricercare nella paura che la manodopera oltre confine possa rubare lavoro a quella elvetica. Un voto che investe direttamente i frontalieri italiani, più di 62mila lavoratori che ogni giorno passano la dogana tra Italia e Svizzera. Questo ultimo referendum segue del resto la linea già annunciata dalla votazione del 9 novembre 2014 quando il 50,5% degli Svizzeri aveva votato a favore dell’introduzione di un tetto massimo di lavoratori stranieri: in quell’occasione il Ticino aveva accolto la proposta con un plebiscito del 68,2%. Canta vittoria il partito nazionalista di destra Udc che aveva proposto la consultazione.

Dure le reazioni sia in campo italiano che europeo. Il nostro ministro degli Esteri Gentiloni ha sentito telefonicamente lunedì il suo omologo svizzero Didier Burkhalter, che lo ha rassicurato sull’assenza di conseguenze immediate sui lavoratori italiani. Gentiloni aveva già commentato con toni forti su Twitter l’esito del referendum: “Senza libera circolazione delle persone rapporti Svizzera-UE a rischio”. A fargli eco sul fronte UE Margaritis Schinas, portavoce della Commissione Europea, che ha sottolineato come il voto in Ticino non rende più facili i negoziati tra Svizzera e l’Unione. “Il presidente Jean-Claude Juncker ha molte volte chiarito”, continua Schinas, “che le quattro libertà fondamentali del mercato unico sono inseparabili: Nel contesto della Svizzera questo significa che la libera circolazione dei lavoratori è fondamentale”.

Il presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni ha invece annunciato che parlerà martedì con il premier Matteo Renzi per sottoporgli il suo progetto, già depositato nel 2014, per una proposta di legge di una zona economica speciale con agevolazioni fiscali per le aree confinanti con la Svizzera. Il sindaco di Milano Giuseppe Sala ha invece attribuito la colpa alla “logica perversa dei muri che ha qualche tifoso anche dalle nostre parti, genera mostri”; ironizzando: “di muro in muro, finisce che ti puoi anche trovare dalla parte sbagliata”.

Comprensivo nei confronti degli Svizzeri invece Antonio Locatelli, responsabile del Coordinamento provinciale dei frontalieri del Verbano Cusio Ossola e unica voce che si schiera parzialmente a favore dell’esito del referendum, guardando invece alle responsabilità italiane: “Credo che il Ticino abbia avuto anche troppa pazienza sotto certi aspetti: non con i frontalieri ma con un governo italiano incapace di dialogare con un Cantone che sfama 65.000 famiglie italiane altrimenti senza lavoro. Da tempo evidenziamo i problemi della categoria, che sono svariati, a partire dalla fiscalità, per passare alla viabilità e alla previdenza, ma non abbiamo avuto risposte”.

Il referendum “Prima i Nostri” si va ad inserire nel quadro complesso della rinegoziazione dei trattati esistenti tra Svizzera e Unione Europea, dossier che era stato riaperto dopo il voto vincolante del 2014 per l’introduzione di un tetto massimo di lavoratori stranieri. L’atteggiamento dell’UE è sempre stato quello del prendere o lasciare: nessuno sconto sugli accordi esistenti, nel caso venga meno anche solo una bilaterale, cadono tutti. Una questione spinosa per entrambe le parti, soprattutto dopo che un altro referendum, quello sulla Brexit, rischia di allungare i tempi delle trattative.

 

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