Religione e tradizione biblica, i miti da sfatare

Religione e tradizione biblica, i miti da sfatare

Quando nel luglio del 1993 Tim C. Leedom, in collaborazione con Maria Murdy, decise di pubblicare “The book your church doesn’t want you to read” (“Il libro che la tua chiesa non ti farebbe mai leggere”), in pochi avrebbero scommesso sul successo di un testo che, affrontando uno dei temi più controversi di tutti i tempi, la religione, ne metteva in discussione antiche credenze e vecchi e affermati dogmi su cui si fonda la maggior parte dei credo esistenti. Un testo che, partendo dallo studio dell’autore in materia di religione, è frutto dell’apporto di storici, teologi e ricercatori indipendenti e che, a dispetto del titolo e della copertina, non vuole essere un’opera per atei, quanto più una raccolta di materiale per lettori attenti e critici. L’obiettivo dell’autore, infatti, è mettere in luce le similitudini tra le varie fedi, sottolineandone le contraddizioni. Un buon punto di partenza, anche se non certo tra i migliori, per quanti amano interrogarsi sulla veridicità delle cose e desiderano approfondire controverse questioni legate alla religione.

Attraverso un’analisi delle più ricorrenti storie della tradizione cristiana, abbiamo stilato una lista dei miti da sfatare, le bugie storiche che si sono radicate nell’immaginario collettivo, resistendo al passare del tempo e divenendo sempre più longeve.

La mela di Adamo ed Eva

Tra le “bugie globali” più famose troviamo il frutto del peccato di Adamo ed Eva. All’interno della Genesi si narra che Adamo ed Eva, contravvenendo a quanto da Dio era stato loro indicato, mangiarono il frutto della conoscenza del Bene e del Male; disattendendo questo divieto, Dio condannò l’uomo ad un’esistenza sofferta. Per secoli si è tramandato che il frutto del peccato originale fosse la mela ma, ad una più attenta lettura, si comprende come non venga mai menzionato il frutto da cui si originò il noto peccato. In molti hanno ritenuto che si potesse trattare di un fico: nel testo è scritto che Adamo ed Eva, appena si accorsero di essere nudi, “intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture“; altri ritengono si potesse trattare dell’uva, del cedro o di un melograno. Solo durante il Medioevo cominciò a svilupparsi l’idea che l’albero della tradizione biblica fosse il melo, e questo per questioni di assonanza linguistica, visto che in latino ‘malum’ indica sia il ‘male’ che la ‘mela’. Una svista che ebbe molta fortuna nei secoli successivi e che venne adottata anche da altre tradizioni: basti pensare che la simbologia della mela è presente nei miti greci, con Paride che la offre ad Afrodite designandola la più bella tra le dee, e all’interno dell’iconografia medievale dove è simbolo di fertilità.

I re magi non sono tre, e non sono re

I magi della tradizione evangelica non erano tre, né all’interno del Vangelo ci si riferisce a loro come a re. Ogni buon cristiano conosce la storia dei Magi che giunsero da Oriente per adorare il bambino appena nato, portando in dono, secondo quanto afferma Matteo nel suo Vangelo (2,2), oro (omaggio alla sua regalità), incenso (omaggio alla sua divinità) e mirra (anticipazione della sua sofferenza redentrice). Ebbene, a un’attenta lettura del passo, ciò che colpisce è quanto in realtà a proposito dei Magi non è stato scritto. Non è scritto che giunsero su cammelli, né che a guidarli fosse una cometa (ma solo una stella senza coda), né che fossero tre, o che uno di loro fosse di pelle nera. Tutti particolari che la tradizione ha pensato di aggiungere per dare una spiegazione plausibile al racconto che voleva tre ricche personalità giungere da lontano per adorare un neonato povero e sconosciuto. La cosa può essere spiegata pensando ai magi come a saggi che, nell’antichità greca, provenivano dalla Persia ed erano esperti in astronomia. Scienziati e sacerdoti, ai magi era delegato il compito di interpretare certi «segni» del cielo come profezie. Viene quindi facile pensare che questi studiosi dei fenomeni celesti, avendo previsto qualcosa attraverso lo studio delle costellazioni, siano partiti per la Giudea con l’intento di rendere omaggio ad una figura che avrebbe rivestito grande importanza per il mondo intero.

Il Purgatorio non esiste

Nella Bibbia il Purgatorio della Chiesa Cattolica non esiste; ciò che esiste è la vita eterna e la morte eterna, ricondotta rispettivamente a Paradiso e Inferno. Da sempre il Purgatorio ha rappresentato nell’immaginario collettivo il luogo di espiazione temporanea dei peccati, una sorta di anticamera del Paradiso in cui approdano coloro che devono perfezionare la loro purificazione morale e spirituale. Un insegnamento che ha prodotto nell’uomo l’erronea convinzione che i peccati potessero essere “lavati” attraverso la vendita delle indulgenze, da cui lo scandalo che portò alla Riforma protestante di Martin Lutero. Tuttavia i credenti sanno che Cristo si sacrificò affinché tutti i nostri peccati fossero perdonati; affermare che i peccati devono essere espiati mediante la purificazione del Purgatorio equivale a sostenere che il sacrificio del Messia fu del tutto inutile. Basta questo concetto ad essere contrario a tutto ciò che la Bibbia dice in merito alla salvezza e a far comprendere come, di conseguenza, la dottrina del Purgatorio non sia assolutamente in armonia con il testo sacro.

Gesù aveva dei fratelli

È stato chiaramente scritto da Giovanni all’interno del suo Vangelo che Gesù ebbe sette fratelli. Pare sia stato il Concilio di Costantinopoli del 553 d.C. ad aver statuito l’immagine della verginità perpetua di Maria, mai spiegata apertamente dai Vangeli.

Gesù non è nato il 25 dicembre

Diverse sono le tracce che consentono di stabilire che la vera data di nascita di Gesù non è il 25 dicembre, come da sempre si è creduto e tramandato. A partire dal fatto che questa data specifica non compare nella Bibbia stessa, diverse fonti extrabibliche spiegano il motivo per cui fu adottato il 25 dicembre per celebrarne la nascita. Nei primi due secoli successivi alla morte di Cristo neanche risulta che i cristiani celebrassero il Natale: non compare nell’elenco delle feste compilato da Ireneo nel II secolo d.C.; il primo riferimento ad una presunta data di nascita compare intorno all’anno 200 in uno scritto di Clemente d’Alessandria che cita due scuole di pensiero: la prima afferma che Gesù sarebbe nato il 28 agosto, l’altra vuole che la data sia il 20 maggio. Solo a partire dal IV secolo si affermano le due date che oggi conosciamo: il 25 dicembre per i cristiani d’Occidente e il 6 gennaio per quelli d’Oriente. Perché non a dicembre? Il Vangelo di Luca racconta: “In quello stesso paese c’erano anche dei pastori che dimoravano all’aperto e di notte facevano la guardia ai loro greggi”. Quella di dimorare all’aperto non era un’abitudine insolita. Infatti da più parti si può leggere che le greggi restavano per gran parte dell’anno all’aria aperta. Ciò che non si spiega è come fosse possibile che, in una fredda notte di dicembre, i pastori rimanessero all’aperto con le loro pecore, in quanto gli stessi scritti precisano che le greggi passavano l’inverno negli ovili, e basta questo particolare per dimostrare che la tradizionale data del Natale in inverno non ha molte probabilità di essere esatta. La tesi più accreditata vorrebbe anche che il 25 dicembre coincidesse con la festività del “Sol Invictus”, la festa del sole che rinasce, stabilita a Roma nell’anno 274 dall’imperatore Aureliano in onore di Mitra, la divinità vincitrice delle tenebre. Infatti, secondo i calcoli astronomici di allora, il 25 dicembre corrispondeva al solstizio d’inverno, quindi al periodo dell’anno in cui le giornate cominciavano nuovamente ad allungarsi. Reinterpretando il senso della festività i cristiani avrebbero cominciato a festeggiare il 25 dicembre come giorno della nascita di Gesù, il “nuovo sole”.

Divertenti interpretazioni ci hanno restituito l’immagine di una Bibbia più simile ad una raccolta di racconti fantasy che ad un testo sacro della religione cristiana, suscitando l’immediata censura dei piani alti della Chiesa. La verità è che, nella maggior parte dei casi, il credo popolare, rappresentato dalla somma delle tradizioni, degli usi e dei costumi familiari, ha fatto in modo che certi episodi tramandati venissero dati per certi e creduti reali, togliendo ai fedeli l’interesse di leggere e informarsi per scovarne la loro veridicità. È lì che scatta la curiosità del lettore critico e attento, che non si contenta facilmente dei ‘tramandato’ e dei ‘sentito dire’, ma che si affanna nel cercare risposte che possano sedare la sua insaziabile voglia di sapere.

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