Monaco, Sonboly non è il solo colpevole: la società faccia mea culpa

Monaco, Sonboly non è il solo colpevole: la società faccia mea culpa

Il gesto di Ali Sonboly, il 18enne che ha seminato morte e terrore a Monaco di Baviera prima di togliersi la vita, è stato descritto da più parti come l’atto di un «forsennato», una follia di «una scheggia impazzita» che ha voluto prendersi una sorta di rivincita nei confronti di una società che più volte lo aveva marginalizzato. A dar forza a questa linea di pensiero c’è il breve e acceso scambio di battute tra Sonboly e un uomo che si trovava sul tetto di una palazzina adiacente al centro commerciale OEZ, luogo della strage.

Stando però alla trascrizione del dialogo riportata dai media, il gesto di Sonboly non può essere interpretato semplicisticamente come atto di uno squilibrato ma bensì di un’extrema ratio di una persona frustrata che, lucidamente, ha deciso di vendicarsi con la società che gli aveva girato le spalle, verosimilmente anche per le sue origini iraniane. «A causa vostra sono stato vittima di bullismo per sette anni…e adesso devo comprare una pistola per spararvi», ha gridato infatti Sonboly poco prima di aprire il fuoco, lasciando trasparire un profondo stato di frustrazione sedimentata nel tempo che si è tramutata in cieca aggressività nel giro di pochi minuti.

In accordo con la definizione fornita dalle scienze sociali possiamo affermare che «c’è aggressività ogni volta che un individuo fa qualcosa che mira a provocare un danno – fisico o morale – a un altro individuo o a se stesso». Partendo da questo assunto emergono chiaramente alcuni elementi chiave – sempre individuati dalla disciplina – che meglio precisano il comportamento di Sonboly, primo tra tutti il fatto che l’aggressore dev’essere consapevole del danno che provoca. Non c’è quindi una follia di fondo a scatenare l’aggressività, semmai uno stato di malessere – comunque vissuto razionalmente – che ha generato un effetto domino nella psiche del diciottenne.

L’aggressività è dunque conseguenza di un qualcosa che proviene da ciò che è ‘altro’ rispetto all’individuo e – solo dopo – si mescola con le capacità del singolo di elaborare e superare le difficoltà della vita. Il bullismo, richiamato da Sonboly, è una di queste e sebbene sia un fenomeno noto da diversi anni, si fa ancora troppo poco per contenerne l’espansione. Parlando per definizioni, il bullo cerca di guadagnare prestigio e potere prendendo di mira un compagno ‘vittima’. Può picchiarlo, minacciarlo, portargli via cose, fare in modo che gli altri non gli rivolgano la parola o diffondere cattive voci sul suo conto. Solitamente il bullo sceglie con cura la vittima, che spesso è già di per sé in difficoltà; perché ha un handicap, per problemi familiari o per qualsivoglia motivo tale da rendere vulnerabile il soggetto in questione, come ad esempio l’origine etnica (il che spiegherebbe le frasi pronunciate da Sonboly). Il bullismo è molto diffuso e comincia a manifestarsi già alle elementari, recenti studi confermano infatti che oltre il 25% dei ragazzi è stato almeno una volta un bullo o una vittima.

«Io sono cresciuto qui nella zona della Hartz 4», ha aggiunto Sonboly prima di aprire il fuoco, lasciando intravedere – tra le righe – un senso di marginalizzazione amplificato dall’essere cresciuto in un quartiere povero e difficile, altro elemento che in ambito di ricerca sociale è considerato come fattore potenzialmente scatenante di comportamenti aggressivi. A tal proposito, dopo gli studi dell’Università di Yale sulla ‘Teoria frustrazione-aggressività’ del 1939, negli anni ’60 e ’70 è stata formulata la ‘Teoria dell’apprendimento sociale’, che delinea il processo attraverso il quale s’imparano i comportamenti tipici della vita sociale e le abilità che servono per stare in società, siano esse positive o negative.

L’ambiente in cui si cresce diviene fondamentale; gli studi di psicologia chiariscono infatti che l’aggressività la s’impara fin da piccoli, spesso per emulazione, e che il contesto sociale risulta essere determinante nel processo di crescita. A dimostrarlo ci sono i numerosi studi effettuati in merito alla tragedia dello stadio Heysel, che dimostrano come buona parte dei 2mila hooligans inglesi provenissero da zone malfamate o da situazioni familiari complesse. Il sociologo Paul Harrison, nell’intento d’inquadrare meglio il fenomeno hooligans, ne intervistò uno nel 1974; questa la sintesi: «Vado alla partita solo per una ragione: menare. Mi sposto per tutto il Paese per farlo. Prima di una partita andiamo in giro con un aspetto rispettabile poi, se vediamo qualcuno che sembra un nemico, gli chiediamo l’ora; se risponde con un accento forestiero, gli diamo una ripassata e se ha qualche soldo lo ripuliamo». Sebbene in sociologia si considera il fenomeno hooligans come caso di devianza (dunque con caratteristiche peculari), appare chiaro come il contesto sociale possa influire durante la fase di crescita del soggetto, aspetto che ritroviamo tout court in Sonboly e nelle sue frasi in riferimento ai luoghi-contesti in cui ha vissuto e nei quali è cresciuto.

A conferma di quanto detto è bene citare anche l’esperimento di Bandura e colleghi, con il quale il ricercatore ha dimostrato che i bambini tendono a imitare comportamenti aggressivi manifestati da un modello adulto verso un giocattolo in una situazione di gioco. Il team di ricerca ha suddiviso i bambini di una scuola materna in 3 gruppi, il primo osservava un adulto prendere a calci e insultare un bambolotto gonfiabile (Bobo doll per la cronaca – ndr), il secondo osservava lo stesso modello adulto in un gioco tranquillo con delle costruzioni mentre il terzo gruppo non vedeva alcun modello. Dopo alcune piccole frustrazioni, i bambini vennero condotti in stanze diverse con vari giocattoli, tra cui Bobo doll, e furono lasciati lì a giocare. Ebbene, i bambini che avevano osservato il modello aggressivo non solo imitarono gli attacchi fisici e verbali conto il bambolotto, ma assunsero lo stesso comportamento anche con altri giocattoli, con percentuali nettamente superiori rispetto agli altri 2 gruppi.

In conclusione, il gesto di Sonboly non è associabile a un mero delirio momentaneo ma – seppur gravissimo e intollerabile – è la dimostrazione dei numerosi studi già effettuati e testimonia quanto poco si sia fatto a livello socio-politico per togliere di mezzo miseria, povertà ed emarginazione, cioè le prime ‘armi’  che innescano aggressività e devianza e, al contempo, alimentano i serbatoi del terrorismo internazionale, che potrà sempre contare su persone in difficoltà in cerca di guadagni per sé o da inviare alla propria famiglia.

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