È Independence Day: Bye Bye UE, we Leave and Live

È Independence Day: Bye Bye UE, we Leave and Live

Improbabile ma non impossibile. Fiat Brexit, che piaccia o meno, sicut est. Ha vinto il Leave, 51.9% per un totale di 17.410.742 voti, contro il Remain, 48.1% e 16.141.241 voti. Alta l’affluenza alle urne, un bel 72.2%. La distribuzione del voto per fascia d’età rivela un Remain decisamente più popolare negli under 40, con punte del 75% tra i 18 e i 24 anni; peccato che la percentuale degli elettori nella fascia 18-24 sia stata solo del 36%, mentre quella degli over 65 anni sia stata dell’83%.

Le zone più povere del Regno Unito e più propense storicamente a votare i laburisti hanno voltato le spalle all’Unione europea. Interessante anche la reazione già in atto a Edimnburgo e Belfast, dove il voto ha mostrato un’idea di Europa che contrasta con l’esito del referendum consultivo. L’ex primo ministro scozzese, Salmond, ha già acceso la miccia dell’effetto domino, dirompente e a 360°, che la Brexit porta inevitabilmente con sé: «Ora un altro referendum per uscire dal Regno Unito», con Sturgeon, suo successore, a rimarcare un orgoglio europeista che di questi tempi sembra un po’ scomparso ovunque: «Noi siamo europei. E vogliamo rimanere nell’Unione». Anche sul fronte irlandese si muovono le acque, con lo Sinn Féin a chiedere in Ulster una riunificazione dell’Irlanda.

Piccoli e grandi terremoti, dei quali la democrazia è ancora capace. Che sia un voto anacronistico, pilotato, ignorante, illuminato – si sprecheranno commenti e lamenti – così si è espressa la maggioranza, risicata o meno che sia.

Le Borse già rispondono, come sempre le più solerti e umorali, crollando a picco: sterlina per ora in discesa libera e rapidissima, ai minimi dal 1985, Tokyo che chiude in basso come non si vedeva da Fukushima, e lo spread a salire oltre quota 180 punti base, ma non si fermerà qui.

Chi ha vinto e chi ha perso, al di là dei numeri, ora è solo possibile immaginarlo, con scenari degni del miglior romanzo distopico. Con il Remain avrebbe sicuramente vinto Cameron e perso la sinistra, ora con il Leave perde Cameron e forse perde comunque la sinistra. In un discorso alla nazione il primo ministro ha dichiarato che si dimetterà, lasciando l’incarico entro ottobre. Il risultato segna un passaggio e questo passaggio non tocca a lui ma ad una nuova leadership che gestirà il processo di uscita dall’Unione: «Abbiamo votato per lasciare l’Unione europea e la volontà delle persone va rispettata». Questo è, come dovrebbe essere ovunque, se il voto conta ancora qualcosa.

Il carrozzone del pro o contro Europa si muoverà anche da noi, che siamo bravi a sollevare questioni come le pecore di un gregge gestito da altri.
Agli inglesi si può dir tutto, ma questo no. Peccheranno di arroganza ed eccessiva autostima, ma non seguono. Un pizzico di quell’orgoglio nazionale che manca spesso a noi. Il cambiamento è in atto, spaventi o meno, e la Gran Bretagna ora porterà avanti un’autonomia non solo come moneta, difesa orgogliosamente già nel suo ingresso nell’Unione. Nigel Farage ha avuto ragione, il suo partito – Ukip – creato dal nulla ha fatto la Storia. Il Remain era dato per certo, soprattutto nell’ultima settimana dopo l’uccisione della deputata Joe Cox. Ma il God save the Queen si è trasformato in Good save UK, con la stessa Regina a far trapelare un suo YES all’uscita dalla UE attraverso le pagine del Sun – la regina mangia tutti, in qualunque posizione si trovi, specialmente se il suo regno è il più longevo di tutta la storia britannica ed è il più lungo in assoluto per una sovrana.

Patriottismo o paura di un’immigrazione di massa e non regolata, fatto sta che lo scenario cambia, nel micro come nel macro. Se ne parlerà a lungo, come già se n’è scritto, soffermandosi su ciò che concretamente e dettagliatamente significherà per tutti, dentro e fuori il Regno Unito. Sin d’ora si può sicuramente sottolineare quanto l’Unione europea non si sia dimostrata all’altezza del suo compito; questa è solo l’ennesima conferma della mancanza di trasparenza dei meccanismi decisionali alla base di questa Unione, che per molti versi sarebbe meglio chiamarla Disunione europea, governata da un’élite transnazionale rappresentativa di poteri forti parzialissimi, che usano il termine austerity come in altri tempi si usava l’olio di ricino. Non è questa l’Unione europea che fa il bene di tutti i Paesi membri.

Essendo un referendum consultivo, formalmente il Governo potrebbe ignorarne l’esito ma la reazione di Cameron rende evidente che ciò non accadrà – da noi non sarebbe stato così scontato.

Ora si entra in una nuova era, del ripensamento e dell’incertezza. Esiste ancora la sovranità nazionale, questo è evidente, come esiste ancora la possibilità di dire NO a chi non governa nell’interesse dei popoli, demos. L’Unione europea sarà capace ora di essere all’altezza del suo compito?

Intanto il fuoco brucia il culo di molti, Martin Schulz incontrerà la Merkel per scongiurare l’effetto domino, anche se rassicura prontamente – forse a rassicurare per primo il suo culo – che «non ci sarà alcuna reazione a catena, non credo che altri Paesi saranno incoraggiati a percorrere questa strada pericolosa». Si muove Obama, che parlerà in giornata con David Cameron, e il Presidente del Consiglio UE, Donald Tusk, conferma la determinazione dell’Unione a mantenere la sua unità a 27 – non poteva dire altro – sottolinenando che al momento si continueranno ad applicare le norme UE alla Gran Bretagna – ovvio – proponendo «di cominciare un’ampia riflessione su futuro della nostra Unione» – direi –.

Da sottofondo ci sono le parole di Farage: «Ora potremmo cantare il nostro inno senza che Bruxelles ci dica che è sbagliato. È una vittoria della gente vera, una vittoria della gente ordinaria, una vittoria della gente per bene. Abbiamo lottato contro le multinazionali, le grandi banche, le bugie, i grandi partiti, la corruzione e l’inganno. Mi auguro di avere buttato giù il primo mattone e che questo sia il primo passo verso un’Europa di Stati sovrani».

Altro che ripensamento, «la UE farebbe un grave errore se provasse ad andare avanti come se nulla fosse accaduto» e questo lo dice Padoan. La sveglia della Brexit suonerà a lungo nelle orecchie di molti.

Scacco matto all’UE? Inutile e sterile indugiare in piagnistei, la Brexit va affrontata con lucidità, a partire dal nostro Paese e da chi lo governa. Come si dice “non tutto il male viene per nuocere”, nella ondivaga instabilità del momento si nascondono opportunità e possibilità assolutamente da non sprecare: «Bella che così fiera vai, non lo rimpiangerai, cogli la prima mela…».

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