Femminicidio, oggi ha il volto di Alessandra Maffezzoli

Femminicidio, oggi ha il volto di Alessandra Maffezzoli

“La discussione è degenerata e ho perso il lume della ragione per un attimo. È come un interruttore acceso che si è staccato per pochi minuti”. Questo è quello che ha confessato dinanzi al magistrato, Giuliano Falchetto, il 53enne che nella notte, ha accoltellato l’ex compagna nel veronese.

La vittima di questa notte era una maestra elementare, di 46 anni che ha lasciato due figli, uno non ancora maggiorenne.

Ripetute coltellate e colpita con un vaso alla testa per mano dell’ex convivente, la vittima di questa notte era Alessandra Maffezzoli; Debora Fuso, Federica de Luca, Michela Baldo, passando per la 22enne arsa viva, Sara di Pietrantonio.

Sono solo alcuni nomi questi, delle oltre 100 vittime dall’inizio del 2016, tanti nomi, cognomi ma sembra sempre la medesima storia: un ex compagno che non accetta la parola “addio”, una storia lacerata, una lite violenta più delle altre che l’hanno preceduta, una molla che scatta, la mano afferra un coltello, una pistola, va contro la donna spesso anche contro i figli e poi si termina con un tentativo di suicidio da parte dell’uomo.

È un copione già scritto, una storia della quale si conosce la trama e il finale, una storia che nell’intensità del suo ripetersi ha dato vita ad un fenomeno sociale, statale, giuridico; il femminicidio purtroppo non è frutto della fantasia di qualcuno o di estremizzazioni riconducibili alla paura di chi ha un orecchio sensibile per i fatti riportati dai giornali, il femminicidio è un fenomeno pervasivo che negli anni si è affermato come una questione sociale e giuridica a livello internazionale.

Negli anni ’90 un’antropologa messicana, Lagarde, lo definiva come “La forma estrema di violenza di genere contro le donne prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine che comportano l’impunità tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una posizione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa”.

Purtroppo è una triste, amara costatazione, ma che va presa in considerazione e accertata e mai accettata, perché dopo tutte le battaglie e gli obiettivi raggiunti nella storia, non si può accettare che oggi, si muoia per genere all’interno della specie umana.

È aberrante, pare quasi surreale quando si ascoltano notizie di omicidi di donne morte per mano di un compagno, marito o fidanzato che dopo ripetuti casi di violenza, è freddamente pronto a togliere dal suo presente “tutto”, la donna che ha avuto accanto magari per una vita intera e con la quale ha costruito una famiglia, ecco con lucidità si riesce a pianificare lo sterminio dell’intera famiglia, la propria. Sconcertante quello che sembra inconcepibile agli occhi e alle orecchie, ma pianificabile da alcune menti, quelle di uomini che riversano nell’ultimo atto di una violenza efferata, tutta la loro debolezza, sì perché forse gli autori dell’omicidio di genere, sono i rappresentanti del sesso debole.

Il sesso maschile così, diviene debole, incapace di rassegnarsi dinanzi alla parola “fine”; l’uomo costruisce un sistema di appartenenza e ossessione che alimenta con il morbo del possesso e allora piuttosto che accettare un addio, si preferisce uccidere, la donna, i figli e talvolta anche sé stessi.

Per la quotidianità del fenomeno, esso sta divenendo un fattore pericoloso per la portata che ha, esso irrompe nelle case, “fa un’entrata” nelle nostre società e si afferma quasi come doveroso e necessario, sembra quasi che uccidere la propria compagna o quella che era la propria compagna, i propri figli e poi è stessi, sia un modo per eliminare forse per sempre le tracce di un “fallimento” da parte dell’uomo.

Esso però, questo uomo che malato guarda negli occhi non solo la donna, ma anche il figlio che si appresta ad uccidere, ignora che proprio in quel momento, in quegli omicidi sta fallendo.

Indubbiamente questi atti efferati nascono per lo più da episodi di litigi che si ripetono, per cui, si può spesso tentare di evitare simili tragedie se tutti, diretti interessati, forze dell’ordine e educazione a tutti gli ambiti e livelli sociali, prestano attenzione; l’uomo “poco carino” nei modi a cui capita di alzare la voce e poi le mani, non è mai un caso isolato.

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