Muhammad Ali tra le stelle del firmamento

Muhammad Ali tra le stelle del firmamento

Muhammad Ali, al secolo Cassius Marcellus Clay Jr., è morto ieri in un ospedale di Phoenix, in Arizona. Aveva 74 anni. Ricoverato il 2 giugno per motivi precauzionali, le sue condizioni sono progressivamente peggiorate fino al sopraggiungere della morte. Il pugile soffriva del morbo di Parkinson che, unito all’età avanzata, è riuscito – dopo più di trent’anni – a mandare al tappeto il pluridecorato campione del mondo dei pesi massimi. Riconosciuto universalmente come uno dei più grandi sportivi del secolo scorso, Ali è divenuto famoso non solo per i titoli vinti sul ring ma anche per alcune affermazioni e scelte di vita che lo hanno elevato a icona di libertà e lotta all’apartheid in più di un’occasione.

Dopo la conquista dell’oro olimpico di Roma nel 1960 a soli 18 anni (categoria pesi mediomassimi), si consacrò definitivamente come professionista battendo Lamar Clark e Doug Jones. Clay gettò in un fiume la medaglia d’oro conquistata a Roma, come plateale gesto di protesta verso il suo Paese e la discriminazione razziale (la medaglia gli fu riconsegnata in occasione delle Olimpiadi di Atlanta nel 1996, a cui partecipò in veste di ultimo tedoforo). Nel 1964 sconfisse contro ogni pronostico il campione del mondo Sonny Liston e all’indomani dalla conquista del titolo, Clay si convertì alla fede islamica, aderì alla Nation of Islam (da qui il rapporto di amicizia con Malcom X) e cambiò il suo nome in Muhammad Ali. Dopo la conversione religiosa, celebre fu il rifiuto di partire con l’esercito statunitense per andare a combattere in Vietnam: «Li conosco solo via tv – disse Ali riferendosi ai vietcong – loro a me non hanno mai dato sprezzantemente del negro, voi bianchi sì». Il rifiuto costò al campione il ritiro della licenza da parte delle commissioni atletiche pugilistiche statunitensi.

Fino a quel momento Ali aveva difeso il titolo mondiale affrontando i più grandi pugili in circolazione, come Floyd Patterson e Brian London. Ali interpretava in modo molto personale la noble art; la sua agilità sul ring strideva con i canoni classici dell’epoca e inconsapevolmente tracciò la via per un nuovo modo d’interpretare la boxe, che pian piano perse l’elemento di staticità dei pugili in favore del movimento di gambe, che ritroviamo negli incontri moderni. Nel 1971 tornò sul ring, vincendo 2 incontri per ko tecnico con Jerry Quarry e con Oscar Bonavena. In seguito affrontò Joe Frazier (soprannominato “Smokin’ Joe“, noto per lo stile di combattimento aggressivo e per il suo gancio sinistro) e Ken Norton; in entrambi i casì Ali uscì sconfitto ai punti ma – qualche anno più tardi e sempre ai punti – ebbe la sua rivincita.

Nel 1973 Frazier perse il titolo dopo essere stato battuto da George Foreman; quest’ultimo, desideroso di dimostrare al mondo di essere il più forte di tutti i tempi – dopo aver mandato al tappeto anche Ken Norton – decise di organizzare un incontro con Ali a Kinshasa, in Zaire. Anche in quell’occasione Ali non godeva del favore dei pronostici ma riuscì comunque ad avere la meglio gestendo la veemenza dell’avversario che,  dalla quinta ripresa, si ritrovò senza forze e in balìa dei colpi di Ali. L’anno successivo si svolse il terzo e ultimo incontro con Frazier, dal quale Ali uscì nuovamente vincitore a seguito del ritiro dello sfidante (voluto dal preparatore) alla quindicesima ripresa.

Dal 1976 la velocità di Ali cominciò a diminuire e nel 1978 perse il titolo ai punti contro Leon Spinks, riottenendolo però nella successiva rivincita. Tuttavia gli anni cominciavano a farsi sentire sul fisico di Ali, che al termine del combattimento annunciò il suo ritiro. Nel 1980 tentò nuovamente di riconquistare il titolo contro Larry Holmes ma perse per getto della spugna alla decima ripresa. L’ultima apparizione sul ring risale all’11 dicembre 1981; in quell’occasione affrontò Trevor Berbick perdendo ai punti dopo dieci riprese. In quel combattimento Ali apparve molto lento nei movimenti: erano i primi sintomi visibili della sindrome di Parkinson, che da allora fino alla sua morte ha messo sempre più a dura prova le resistenze del campione, fino alla crisi respiratoria che ieri ha definitivamente consegnato Muhammad Ali alla leggenda.

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