Il vigliacco muore più volte al giorno, il coraggioso muore una volta sola

Il vigliacco muore più volte al giorno, il coraggioso muore una volta sola

Ancora… ancora una volta ci troviamo a subire la potenza e la risonanza della parola “ricordo” e forse, se essa è così imprescindibile nella sua presenza e rinnovata attualità, non la si può ignorare, scansare, non possiamo esserne sazi. Oggi meno che mai. In questo giorno, a ventiquattro anni dal 23 maggio 1992, si celebra la giornata della legalità, istituita a buon diritto dal ricordo di una delle stragi che rinnovano ogni giorno l’amaro nelle coscienze civili: la strage di Capaci.

Quel giorno però, sull’A29 presso l’uscita di Capaci a pochi chilometri da Palermo, non perse la vita soltanto un magistrato integerrimo, sua moglie Francesca Morvillo e tre suoi agenti della scorta; Cosa Nostra, con il suo esplosivo, ventiquattro anni fa ridusse a brandelli la legalità, l’etica, squarciò gli ideali di onestà e onore (quello vero) di cui Giovanni Falcone insieme a Paolo Borsellino, ne incarnava il simbolo. Ad oggi essi sono l’emblema italiano e internazionale della lotta alle mafie.

Due magistrati che hanno fatto della lotta il loro pane quotidiano, della legalità il cuore pulsante del loro agire, dell’onestà l’unica via da seguire.

Nonostante i due, insieme ai loro collaboratori, sapessero perfettamente che da Salvatore Riina a Cosa Nostra tutta, si andava pensando a degli attentati alle loro persone, nonostante avvertissero continuamente la concreta presenza della morte, la loro, ogni singolo giorno essi lottavano.

Mi è capitato di vedere uno stralcio di un’intervista a Giovanni Falcone e un solo minuto ha reso l’idea di quanto combattere la mafia, quella di quegli anni in particolar modo, sia stato un compito arduo, un lavoro impegnativo quello del magistrato antimafia che diviene pervasivo e si intreccia con le giornate della persona in questione e alla fine, questo lavoro non solo la condiziona, ma diviene la vita stessa del magistrato.

“Giovanni Falcone è un eroe, costretto a vivere sedici ore su ventiquattro in un piccolo ufficio di acciaio e cemento per lottare contro la mafia non può assaporare i piccoli piaceri della vita quotidiana. È vero quello che dicono?”

“Beh, diciamo che c’è molto di vero sì. Indubbiamente questo tipo di attività incide pesantemente sulla privacy, su questo non c’è dubbio.”

Continua poi la giornalista: “E come lo vive lei?”

Con quel suo sguardo profondo, quel velo di tristezza che d’impatto prende e fa piangere ancora oggi, Falcone cambiando il tono di voce, quasi velatamente risponde: “Mah, direi con rassegnazione, […] l’importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Ecco il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio, è incoscienza.”

Qui un velo di sorriso, gli occhi di un uomo che sta dando la vita per i valori in cui crede che si fanno lucidi, la forza e insieme la debolezza di un uomo che non cessa di battersi ma che sa…

Ecco, il sorriso di Falcone mentre risponde a queste domande fa male, fa piangere! Quel sorriso sotto due occhi quasi al limite della commozione fa male perché è perfettamente tangibile il sentimento che vi si nasconde dietro, quella rassegnazione con la quale un uomo di grande spessore si trova a dover convivere.

Ma quel sorriso e quelle parole, riempiono anche il cuore delle coscienze che Falcone e Borsellino hanno salvato, le nostre.

Quelle “generazioni fututre” per le quali questi grandi hanno lottato, per cambiare le cose, sì perché le cose possono cambiare, quelle siamo noi e siamo grati al sacrificio di chi come Falcone e Borsellino ha creduto, lottato e non ha mollato, neanche dinanzi alla consapevolezza degli attentati che per loro si stavano preparando.

È in qualche modo rassicurante che al 23 maggio sia stata associata la giornata della legalità, quella legalità che rende vivi e che fa presenti tutte le vittime di un sistema avulso dal diritto, dall’etica, dalla legalità stessa, quello mafioso.

Oggi a ventiquattro anni dalle stragi di Capaci e di via d’Amelio, il bisogno della legalità che avvertivano i due magistrati-simbolo, è un bisogno ancora aperto, perché l’esser conforme alla legge e a quanto essa stabilisce non è affatto scontato, perché quella mafia che va combattuta non è radicata solo a Palermo e non appartiene alla Sicilia sola, ma a tutto il Paese.

La mafia si infiltra nelle case, prende in mano le vite, se ne serve, si annida tra le istituzioni, cerca di acquisire il potere necessario all’affare e i mezzi qui non contano, la mafia a cui noi oggi siamo “abituati” (questo termine dovrebbe far riflettere), è una “mafia pulita”, non fa stragi con l’esplosivo, ma non per questo è meno pericolosa!

Allora la realtà e la quotidianità che viviamo è famelica, bisognosa di quel ricordo, dello sforzo e del coraggio di chi fino in fondo ha creduto alla bellezza e alla forza della legge.

Grazie alle scuole che oggi, ognuna con le proprie iniziative, ricordano questi sforzi, grazie a tutte le vittime della mafia, a Borsellino e grazie a Falcone per aver lasciato un monito, quello del cambiamento

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