Yes, you can choos(y)

Yes, you can choos(y)

1 Maggio 1282, i ghibellini forlivesi in una intensa battaglia sconfissero i francesi, famosi per la loro imbattibilità. Il 1 Maggio 1945 Joseph Goebbels, cancelliere del terzo Reich, si suicidò insieme a sua moglie nel bunker della cancelleria di Berlino. Perché citare questi due episodi nel giorno in cui si festeggia la festa del lavoro? Sono due momenti in cui la volontà e la determinazione hanno incontrato il pentimento e il coraggio, ma cosa accomuna questi elementi alla nostra quotidianità?

Ogni giorno veniamo risucchiati e frastornati dall’innumerevole mole di informazioni che descrivono la nostra esistenza, il mondo del lavoro e le sue condizioni. Siamo talmente imbevuti di “metadata” da dimenticarci della realtà sottostante. Facile quindi etichettare i giovani, definendoli choosy, figli di una generazione fatta di sacrifici, fratelli della protezione più sfrenata. È il gioco del tag mediatico, sottilissimo modo becero di sviare dalla messa a fuoco sul preoccupante dato riguardante la disoccupazione, giovanile e non.

Per un momento prendiamoci il “lusso” di esaminare esclusivamente il tasso di disoccupazione italiano dei cosidetti “bamboccioni”: a febbraio il 56,5% dei disoccupati aveva meno di 35 anni. Numeri che sono volti e vite di una generazione messa su una rampa di lancio ma mai fatta decollare, dato ancora più angosciante se a questo si va ad aggiungere la percentuale relativa ai giovani inattivi, ben il 44%, che innalza il tasso degli inoccupati under 35 a 63,15%.

Sommando quindi la disoccupazione reale con quella occulta di chi il lavoro ha smesso di cercarlo, momentaneamente o per sempre, abbiamo il reality check del tessuto umano che dovrebbe rappresentare non solo il presente ma soprattutto il futuro del nostro paese.

Pur essendo la “generazione più istruita di sempre”, è stata però corrotta in nuce la sua capacità di pensare – ancora prima di fare – ad una rivoluzione, perché la sedazione dal “labor correct” oramai sta regnando sovrana. Narcotizza qualsiasi azione, pensiero, e non esiste più coraggio né tantomeno determinazione nel costruire un sistema di desiderata “nuovo”.

Da dove nasce tutto ciò?

Impossibile generare ed imporre qualunque idea che esca dal pensiero unico dominante. Qualsiasi alternativa è negata o esautorata. La comunicazione del sopravvivi per non disdire ha ridotto e minimizzato i giovani a mera generazione perduta, a mercé da baratto con la sottovivenza.

Il minimo comun demolitore è il plagio costante. «Se il tuo pensiero incontra almeno una volta l’idea di morte, ritieniti un uomo vivo (Railey)». I giovani si ritrovano sempre più in quello stato di morte apparente (Sloterdijk), in cui si disattivano gli aspetti della propria esistenza e si impediscono nuovi stadi di un pensiero pensante, di quell’energia vitale fatta di esercizi volti alla elevazione e non alla depravazione, in cui si sprofonda in sé stessi non per oziare o divagare ma per ritrovare – finalmente – quell’arte di vivere, desiderare le proprie ambizioni, veramente. Una mente sociale e non un demente da social.

Qual è il punto di rottura?

«Gli stessi protagonisti in larga parte non se ne avvedono, distratti dai nuovi “beni comuni” della téchne. C’è chi si arrende alla fatalizzazione del mondo reputandosi inadeguato (i NEET), dunque rinunciando agli oneri e agli onori del rispetto di sé (il Thumos); c’è chi punta tutto sulla sua presunta soggettività individuale; e chi emigra, accettando quindi la condizione di una cittadinanza per lo più minore». (I. Rizzi)

Esiliati, autoesiliati, migranti ormai già 4.0 in balia di altre onde e delle grandi contraddizioni che intersecano questo nostro fugace e mortale passaggio. Si scaricano sulle nuove generazioni gli errori del passato e gli effetti di una congiuntura economica impensabile, in una inesauribile sperimentazione a cui non manca purtroppo la carne fresca delle moderne cavie.

Nello status quo immortale ed eterno, in bilico tra una iper valutazione delle proprie performance e una flessibilità quasi ontologica delle proprie competenze – diventate un benchmark nel mercato del lavoro – scaturisce l’inevitabile contrapposizione con l’altrui globale (dumping sociale).

Il nuovo “dio lavoro” detta le regole, e i giovani merce nella merce aprano pure la bocca per far controllare quanto sano e pronto alla soma sia il “cavallo” contemporaneo. Nessuno è assolto, siamo tutti coinvolti. Buon Primo maggio!

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