ESCLUSIVO | Giorgio Santoriello: “Tempa Rossa? Una storia che nasce da molto lontano”. Ed ora, al referendum!

ESCLUSIVO | Giorgio Santoriello: “Tempa Rossa? Una storia che nasce da molto lontano”. Ed ora, al referendum!
Giorgio Santoriello

Di fronte agli scandali recenti, “era ora” è  il commento del giovane attivista lucano, che ormai da anni denuncia il cortocircuito tra lobbies, criminalità e politica nella Regione. “Ho chiesto ai giudici di essere ascoltato e presto porterò il malaffare lucano davanti alla corte europea”. Dai Borbone alla Total, secoli di speculazioni e saccheggi all’«umile gente di Lucania»

Da quindici giorni ormai, da quando cioè è deflagrata la vicenda scomoda che ha portato alle dimissioni del Ministro Guidi, le cronache nazionali si dedicano alle inchieste sul “petrolio sporco” che finalmente sono venute alla luce in Basilicata. I talk ovviamente non fanno che parlare della vicenda e lo spazio che stanno dedicando all’approfondimento della notizia è notevole, ma spesso l’inadeguatezza degli ospiti e la poca informazione, soprattutto sul contesto dove si svolge l’affare petrolio, portano il pubblico ad avere notizie confuse e frammentate. A dispetto dei  commentatori “a gettone”, che parlano di una materia che non conoscono e sono spesso impegnati solo nella acritica e istituzionale difesa del Governo e “del partito”, nella settimana che ci porterà al referendum sulle trivelle  abbiamo raggiunto ed intervistato chi le carte, quelle vere, quelle con numeri, dati e circostanze, le conosce davvero e denuncia già da qualche anno tutto ciò che di “poco chiaro” vi è in Basilicata. Giorgio Santoriello, lucano di nascita e “di passione”, forse tra i massimi esperti in “malaffare lucano”, 32 anni e tanta voglia di capire come stanno le cose, aveva già previsto e segnalato tutto.

Allora Giorgio, iniziamo dando un nome alle cose: è giusto definirti un “attivista lucano”?
Non mi pongo il problema dell’ “etichetta”. Mi ritengo un cittadino attivo, impegnato a difendere la propria terra.

Quando e perché è iniziato questo tuo “impegno”?
Circa 5 anni fa. Ho frequentato i palazzi della Regione Basilicata come assistente del consigliere Mario Venezia e, seguendo le sue attività, ho iniziato ad interessarmi di vicende pubbliche regionali. Ma era ancora un interesse “leggero”, impegnato com’ero ad ultimare gli studi universitari. Ma poi arrivarono le letture delle “inchieste” portate avanti da Andrea Spartaco, un altro “cittadino attivo ed impegnato” e di Maurizio Bolognetti, segretario radicale lucano. Spartaco, abile con la penna  e con la telecamera, sottolineava come la Basilicata fosse già da decenni un hub energetico ed ambientale strategico ed iniziò a denunciare vicende “poco chiare”, circostanziando e facendo nomi e cognomi ‘scomodi’. Sicuramente l’aspetto più importante della sua opera è stato sottolineare le dinamiche che hanno portato alla transizione della comunità lucana, a vocazione prevalentemente agricola, verso la ‘rivoluzione’ industriale scandita dalla presenza dell’ ‘oro nero’. Contemporaneamente la mia tesi mi portò a trascorrere molto tempo presso l’Archivio di Stato di Matera, intraprendendo così dei percorsi di ricerca “propri”: volevo ricostruire la storia della presenza dell’Eni di Mattei nella provincia di Matera e di come cambiavano le condizioni socio-economiche delle persone tra la fine degli anni ’50 e l’inizio dei ’60. Si badi bene: all’epoca, con  l’Eni di Mattei, si parlava solo di metano.

Cosa hai scoperto, leggendo quei documenti?
Erano gli anni della “Guerra Fredda”. In Basilicata, mentre cominciavano le trivellazioni, gli Americani  installavano batterie di missili Jupiter. E più leggevo e studiavo documenti, più mi rendevo conto che guerra e petrolio si intersecavano. E intuivo che il petrolio non fosse solo una faccenda di prezzo alla pompa, ma che avesse una valenza geopolitica nei difficili rapporti tra Oriente ed Occidente.

E nel frattempo, mentre guerra ed affari stringono alleanza, l’«umile  e mite gente di Lucania»…
«L’umile e mite gente di Lucania» non è abituata alla lotta. Ed ha lasciato che queste rispettive invasioni di campo tra politica ed affari si svolgessero senza il minimo disturbo. Il bypass, la saldatura tra lobbies petrolifere e classe politica nasce in questo silenzio. La Basilicata non è una terra che vuole eroi e non cerca il riscatto vero. Non è abituata alle rivendicazioni di diritti e del ‘bene comune’, ma alla cura del proprio interesse particolare ed “individuale”. Anche quello del Brigantaggio è un falso mito, che copre una vera e propria guerra civile, durante la quale Lucani uccidevano Lucani e  Lucani derubavano Lucani. Il Brigantaggio, come l’odierno ‘petrolismo’, aveva una guida eterodossa: la classe dirigente e culturale era filo-borbonica. Ed i Borbone hanno drenato ricchezze dalla Lucania alla corte di Napoli, finanziando le prime ferrovie e l’imponentissima marina mercantile. Nel frattempo il Banco di Napoli era il braccio “monetario” di questa spoliazione. La Basilicata era abbandonata al proprio destino, “salvata” a volte dall’opera di qualche feudatario, sacerdote, funzionario pubblico. Ma la fame,quella vera, nei ceti agricoli, era una situazione diffusa, che mieteva vittime ogni giorno.

Possibile che la classe politica regionale si sia fatta “permeare” con tanta facilità, senza trovare al proprio interno i giusti “anticorpi”?
La politica regionale vive da decenni una pericolosa “continuità” e, se vogliamo, anche un forte consociativismo. Qui Tangentopoli si è manifestata nel suo senso più evidente e significativo: il passaggio tra Prima e Seconda Repubblica ha sigillato la pericolosa alleanza catto-comunista. E di fronte a questa realtà, le opposizioni si sono rivelate arrendevoli, inconsistenti, se non proprio latitanti, e comunque incapaci di un’analisi oggettiva delle continue sconfitte elettorali.

Insomma, il cortocircuito politica ed affari viaggia, sereno, fino al novembre 2003. Quando la politica individua, nella piccola regione del sud, l’area per il deposito unico nazionale delle scorie nucleari.  Lì, la regione dal paesaggio “incantevole”, dei boschi rigogliosi e dei parchi, dei due mari, comincia a rivelare il suo destino grigio, sporco,  se vogliamo anche “tetro”.
Quell’episodio, guardando alla reazione della gente, fu un grande momento di aggregazione  e di “orgoglio”.  Le migliaia di persone che marciarono a Scanzano in difesa del proprio territorio, restano una piccola ed isolata parentesi felice. Ma presto si capì che, chi capeggiava la protesta, era anche chi ci aveva portato a quella situazione. E’ un po’ come il caso del referendum sulle trivelle che ci apprestiamo ad affrontare. Il “Sistema” di potere catto-comunista  è sempre in grado di riciclarsi, di “avvitarsi” su sé stesso, riproporre  volti ed essere “malattia e cura”.

A proposito di nucleare e di “deposito unico” delle scorie, a dieci km dall’area potenzialmente deputata , a quel tempo,allo stoccaggio delle scorie, è sito il Centro Enea-Itrec di Trisaia: sorto anch’esso nel periodo di rivoluzione e  “spinta”  industriale, si occupò  di sperimentazione sulla combustione nucleare torio-uranio.
Come quella del petrolio, fu una scelta meramente economico-occupazionale, priva di alcuna programmazione e lungimiranza della classe politica del tempo. Era l’occasione per dispensare posti di lavoro, molti dei quali dietro le scrivanie, per guadagnare voti e consensi e favorire l’abbandono, irreversibile,delle campagne. Il centro Enea è l’emblema dell’improvvisazione che ha sempre contraddistinto i nostri politici: peraltro, “calato” in un contesto agricolo, ha occupato una delle aree più fertili del Metapontino e pregiudicato lo sviluppo urbano dell‘abitato di Rotondella, comune che ospita il centro. Dopo che per decenni  lo Stato, in quelle zone, aveva speso miliardi in interventi di bonifica del territorio, per dare la terra a contadini, bene (anzi, malissimo) hanno pensato i politici lucani di portarci il nucleare. E l’Itrec è diventato, nel giro di pochi anni, un cimitero di materiale radioattivo, oltre che la sede di significativi traffici illeciti, che lo Stato ha monitorato senza colpire.

A proposito: ho letto che tu insieme ad altre persone, animate dalla tua stessa voglia di “verità” e di legalità, siete addirittura arrivati a procurarvi ed utilizzare strumenti di misurazione da “iniziati”, per fotografare lo stato dell’ambiente e dell’inquinamento lucano.
Tutto parte dai social, grazie  ai quali riusciamo a fa passare le informazioni, le nostre inchieste indipendenti, le nostre domande. Attraverso la condivisione e la partecipazione dei cittadini, cerchiamo anche di raggiungere una certa autonomia strumentale, comprando ciò che serve per avere dati scientifici precisi e credibili, senza dover commissionare studi all‘esterno, per essere veramente ‘indipendenti’. Gli spazi che abbiamo messo a disposizione sono 2: il blog “Punto e Basta” (www.analizebasilicata.altervista.org) e la pagina Facebook “Raccolta fondi  Analizziamo la Basilicata”.

Dalle tue inchieste si evince che il dato allarmante non è solo quello  ambientale, ma anche relativo alla salute dei cittadini.
E’ un aspetto su cui ci siamo focalizzati negli ultimi due anni. Il dato sanitario è  preoccupante, e noi cerchiamo di capire se ci sono state negligenze o dove si è intervenuto ma con poca efficacia. Ad esempio stiamo cercando di acquistare un rilevatore di campi elettromagnetici, per tracciare le radiazioni non ionizzanti e mappare le zone di rischio e restituire dati scientifici certi, perché in Basilicata il “sistema” si è preoccupato di occultare anche il dato sanitario, oltre quello ambientale. Questo ai soli fini di non rendere consapevoli i cittadini e proteggere il malaffare che gira intorno alla questione ambientale ed energetica.

Quando parli di campi elettromagnetici, quindi, capisco che non ti riferisci, e quindi non indaghi esclusivamente nella direzione delle estrazioni petrolifere.
Assolutamente no. Parlo delle varie attività antropiche. Immagina che, ad esempio, la regione non è mai stata sottoposta ad una seria ed approfondita indagine aerea, per mappare anomalie di varia natura.

Quando si toccano le lobbies del petrolio, del nucleare, dell’ambiente, della sanità, della politica, si rischia sempre molto. Soprattutto quando lo si fa senza “l’ombrello” del giornalismo istituzionale sulla testa. Avete (e parlo di te e dei tuoi colleghi) riscontrato qualche anomalia, ostracismo, magari minaccia, nelle vostre attività?
Beh, a riguardo, abbiamo una lunga “letteratura” disponibile.  Cito un episodio tra tanti: circa un anno e mezzo fa Andrea Spartaco perde incredibilmente il controllo della sua auto, peraltro nuova, e finisce fuori strada. Ancora oggi, a distanza di mesi, non si capacita del fatto che la sua vettura, praticamente, non rispondesse più ai comandi.

Entriamo più approfonditamente nelle vicende odierne. Quindici  giorni fa deflagra, a livello nazionale, lo scandalo “Tempa Rossa”. Il ministro Guidi, il cui compagno è “interessato” dai lavori di subappalto sul sito, si dimette. L’ imbarazzo del Governo è forte, il ministro Boschi, che scandisce e pianifica tempi e  attività dell’esecutivo, finisce  davanti ai giudici. Giorgio  Santoriello accende la TV, vede il lancio della notizia sui telegiornali e pensa…?
“Perché solo ora”, mi sono detto, amaramente, nello stupore. Perché il ritardo nelle inchieste è imbarazzante. Ed il sistema con il  quale si sono mosse le compagnie petrolifere ha sempre rivelato poca “liceità”. Quando parliamo di Tempa Rossa parliamo di una comunità di 2000 abitanti dove il “mercato delle vacche” è in essere da tempo. A Corleto, il paese interessato dal sito, tutti sapevano. Il preside dell’istituto comprensivo “16 Agosto 1860”, tra gli altri, ha figli che lavorano per o con Total. Perchè quando il neocolonialismo petrolifero è sbarcato in Basilicata, non ha imposto il suo “protocollo di legalità”, che vanta nel mondo, accreditato da “sistemi certificati di controllo di processi e gestione” per contrastare la criminalità e la corruzione. Vuoti bollini di qualità rigorosamente pagati. Un vecchio dirigente della Total, scendendo in Basilicata, era solito esclamare: “scendo giù dalle scimmie”, ed il neocolonialismo si è subito preoccupato di individuare il ceto dirigente e di “sistemare” prima quello, con le sue regalie. Perchè le grandi compagnie, arrivate in un territorio “nuovo”, lo studiano; ne studiano il “fattore di resistenza culturale” e gli aspetti socio-economici. Nei loro report dell’epoca, si può leggere: “territorio in via di senilizzazione, polverizzazione imprenditoriale, forte disoccupazione, redditi bassi, assenza di infrastrutture, difficoltà di accesso all’informazione”.

I Lucani, alla fine, sono poco meno di 600.000, e quindi facilmente “addomesticabili”; insomma si è fatto lo stesso ragionamento che portò all’individuazione del sito unico nazionale delle scorie, di cui parlavamo prima: “sono pochi e facili da ‘corrompere’ e comprare”.
Certo, ma è un ragionamento che mi fa inorridire e che non posso accettare minimamente. È un discorso che può fare il privato, un’azienda, ma non uno Stato. Perché per quanto possa esserci una ‘”ragion di Stato”, però ci sono dei diritti a cui non si può derogare. Sullo sfondo dev’esserci sempre un principio di diritto dei singoli, e poi  alla salute, alla tutela del territori; il patto generazionale inoltre, va preservato; e deve andare nel senso di un assetto territoriale che va tutelato e preservato, e che era fondamentalmente agricolo. Quindi  lo Stato, se vuole mutare questi equilibri, deve dirmi precisamente quando e perché, spiegarmi tutto senza censure, e dopo lasciarmi libertà di scelta e di autodeterminazione. Ed eventualmente indennizzare questa e le future generazioni del danno che sta portando; ed il giusto indennizzo non è la Carta Idrocarburi, con la quale la classe politica ha pensato di risarcire, con poche centinaia di euro di carburante gratuito, il popolo lucano dell’enorme danno che sta subendo. Ma quello del bonus dato ai cittadini non è che la punta dell’iceberg di un fenomeno di portata ben più imponente: lo capiamo se andiamo a guardare la mole di denaro che arriva dalle aziende petrolifere a finanziare sagre, feste, film, eventi e manifestazioni delle decine di associazioni sorte nel frattempo. I soldi del petrolio sono “soldi sporchi”, e dovrebbero stare fuori dalle diocesi lucane, dalle scuole pubbliche lucane, dall’università lucana, che deve scegliere se fare l’istituzione pubblica o privata. Non ci devono essere mezze misure. Ci vuole una demarcazione netta tra il sistema delle compagnie petrolifere e le istituzioni pubbliche. L’intreccio, la mezza misura, ci sta uccidendo.

Citi l’università della Basilicata, che pure, investendo sui corsi di laurea specializzati sull’ambiente e sull’ uso consapevole delle risorse, nei propositi, un segnale, una “vision”, l’aveva data.
L’università è stata concepita con grandi premesse, con un grande statuto e con l’idea di preservare il suolo lucano dopo il Terremoto dell’Irpinia, ma nel tempo è stata politicizzata. Diventando bene strumentale a disposizione di parlamentari e politici,molti dei quali docenti in aspettativa proprio  presso l’ateneo. E comunque, sia pure con i buoni propositi, il corso di laurea che citi è nato da genitori sbagliati. Tutti sanno che il padre del progetto fu l’attuale presidente dell’Ispra (autorità tecnica nazionale per la protezione ambientale), Bernardo De Bernardinis, che, peraltro, ha avuto una condanna in Cassazione per le vicende relative al terremoto de L’Aquila. Ha collezionato una lunga serie di incarichi per e con la regione Basilicata. Ha gestito, tra l’altro, il piano regionale di tutela dell’acqua e quello dell’aria, che in realtà sarebbero dovuti essere redatti prima dell’arrivo dell’affair petrolio. E bloccarlo, laddove, in alcune zone della Regione, l’investimento delle compagnie sarebbe dovuto essere così oneroso, in rispetto di tutte le garanzie e prescrizioni, da renderlo addirittura antieconomico. Un piano regionale serio di tutela avrebbe dovuto dire dove trivellare e dove no. Altro che vision! E su questo aspetto ho chiesto alla magistratura, nelle persone di Roberti e Gay (rispettivamente procuratore nazionale Antimafia e capo della procura di Potenza) di essere ascoltato.

Quindi hai deciso di mettere a disposizione della giustizia questo tuo lungo lavoro di inchiesta e denuncia?
Si, e spero che mi sia data presto la possibilità di raccontare. E se la magistratura  riterrà di non ascoltarci, andremo in Europa a denunciare soprattutto la lentezza della giustizia italiana. Faccio un esempio: a Tempa Rossa, ma anche al Centro Oli, i campioni sono stati presi a gennaio 2014. In questi due anni, se c’è stato un danno ambientale, che dimensioni ha raggiunto? Forse bisognava intervenire prima.

A proposito di giustizia, permettimi di  lanciarti una provocazione: non credi che l’assenza, in Basilicata, di un’organizzazione criminale di tipo “classico”, sia stato un ostacolo in meno all’invasione dei neocolonizzatori petroliferi?
L’analisi fatta da Gratteri (procuratore aggiunto di Reggio Calabria), due mesi fa, in una trasmissione Rai, credo sia lucida e precisa. La criminalità si è spartita il territorio lucano. La Basilicata, in diverse zone, è esposta alle grandi organizzazioni criminali “tradizionali”. E stiamo parlando di “mafie”, come “Ndrangheta e Camorra”, in grado di fare affari oltreoceano già negli anni ’80, figuriamoci cosa possono fare nella regione accanto. Inoltre Franco Roberti ha detto esplicitamente che in Basilicata ci sono famiglie imprenditoriali che agiscono in maniera mafiosa. E sono imprenditori che non sono andati a “scuola di criminalità” contestualmente all’arrivo dei petrolieri e delle lobbies, ma che sono collusi da anni con la malavita. Imprenditori il cui patrimonio parla da sé.

Quindi niente marchio di fabbrica criminale, tipicamente lucano, ma piuttosto un “franchising”.
Si, perché la mafia nasce come espressione geografica e del territorio. E la Basilicata, nella coscienza del singolo, è solo un’espressione geopolitica. I dialetti, la cucina, le tradizioni, addirittura le liturgie, parlano lingue diverse. Mancando un “Ethnos”, è mancata anche un’articolata espressione criminale in grado di perimetrare la regione. La Mafia, ad esempio, ha un’identità rurale più che centenaria. Che diventa, strutturandosi, fenomeno antropologico. In Basilicata, la piccola criminalità locale che c’è, frammentata, è a metà strada  tra la massoneria, l’Imprenditoria e la politica. Qui i malavitosi hanno paura dei politici e non viceversa, perché siamo stati bravi a creare questo tipo di equilibrio.

Torniamo a Tempa Rossa. In Tv, dagli opinionisti e politici  “a gettone2 onnipresenti nei talk, si è sentito tutto ed il contrario di tutto. Ma l’impressione è che in pochi conoscano (anzi, conosciate) ciò che è veramente accaduto. Che in realtà è…
A Tempa Rossa la politica ha deciso di non programmare. E Nella mancata programmazione la corruzione prospera. Politica nazionale, regionale, perfino comunale, hanno deciso, deliberatamente, di gestire il petrolio per le “vie brevi”. Il sindaco di un comune interessato dall’affare petrolio ha tra le mani un potenziale enorme, per alimentare clientele e “favori”. Purché risponda, in sede regionale, al PD;  ed alla corrente “Defilippiana” del partito (Vito De Filippo è l’ex presidente della regione, attuale sottosegretario alla salute nel Governo Renzi). Corrente che fa il paio con quella di Bubbico (predecessore di De Filippo), in un curioso ma non inedito blocco catto-comunista. Quello che, come dicevo prima, ci ha lasciato in eredità Tangentopoli. Ed in questo duopolio, Pittella, L’attuale presidente, è un “corpo alieno”, che porta in seno la tradizione socialista ed è cresciuto all’ombra dei due giganti, fino ad organizzare il dissenso contro questo blocco dominante e  riuscendo ad emergere. Perchè la Basilicata pensata dal sistema “Bubbico-De Filippo”, basato su un forte meccanismo clientelare, non era sostenibile. Pittella sta perpetrando il sistema, ma con regole nuove; cavalcando anche la congiuntura storica della rottamazione renziana. Ma il ciclo di potere di Pittella si avvia già alla conclusione. Perché, pur essendo “rodato”, non è in grado di tenere testa alla “fossa di leoni” che è la classe politica lucana.

Quindi, classe dirigente “fossa di leoni” e partiti “tradizionali” di opposizione assenti. Ed un tutto questo, il Movimento 5 Stelle?
Sono ottimi ragazzi, ma privi di esperienza. Io dal dicembre del 2014 sono iscritto al Movimento e noto che si sta creando un bel gruppo. Il Movimento può essere un ottimo strumento per difendere la Basilicata. Ma deve selezionare rappresentanti con strumenti cognitivi tali da poter entrare, come ha fatto il sottoscritto, da neofita, in materie specifiche e tecniche, come l’affare petrolifero, maturando subito competenza. C’è ancora molto da lavorare, e per farlo servono doti di ascolto, di analisi, di ricostruzione, di eclettismo, che non vedo in molti dei cittadini portavoce eletti. E dobbiamo valutare anche alcune incompatibilità e conflitti di interesse che toccano proprio chi vuole porre in maniera forte le questioni trasparenza e meritocrazia. La moglie del Senatore pentastellato Petrocelli (senatore che fa parte della commissione industria), lavora da 15 anni al Tecnoparco Valbasento, come chimica,  al laboratorio di analisi delle acque di scarico. Petrocelli, in visita istituzionale con la commissione  del senato in Val Basento, è sostanzialmente andato in visita dalla moglie. E questo “conflitto” di incarichi è stato, a lungo, un argomento tabù all’interno del Cinquestelle lucano.

Posso chiederti, invece,dopo anni di battaglie,  com’è l’umore all’interno  del vostro gruppo di inchiesta?
Il sottoscritto, insieme ai “compagni d’impegno” come la professoressa Colella, Andrea Spartaco, Luca Perri, Giusy Puppo, Gian Paolo Farina, Giambattista Mele, non ci arrenderemo ed andremo avanti a denunciare. Non siamo stanchi ed anzi, ora che finalmente se ne inizia a parlare a livello nazionale, l’umore è ancora più alto.  Noi siamo la resistenza culturale forte che il sistema non aveva preventivato. E con gli amici di Peace Link di Taranto, che si occupano delle vicende dell’Ilva e della centrale Enel a carbone di Brindisi, depositeremo dei fascicoli di inchiesta sul tavolo del Commissario Europeo all’Ambiente. I panni sporchi della Basilicata finiranno in Europa. Così saremo certi che nessuno possa metterci il bavaglio. Vogliamo che la bomba esploda ed investa gli artefici di questi scandali ambientali.

Quale pensi possa essere il prossimo “evento eclatante” nella vicenda petrolio  ed ambente in Basilicata?
Penso che ci dovrebbero essere delle misure giudiziarie verso Bubbico e De Filippo. E con loro tecnici e dirigenti ambientali che hanno coperto i dati regionali ambientali e sanitari. Ci sono stati addirittura dei magistrati che hanno archiviato indagini, nonostante ci fossero tutti gli elementi per proseguire. Ho scritto a Roberti e Gay proponendo di aprire altri due filoni collaterali di inchiesta: uno relativo ai controlli sugli alimenti  prodotti nelle aree contaminate ed uno sui monitoraggi sismici, soprattutto a seguito delle estrazioni. Ma in tutto ciò i Lucani devono starci accanto; e una  prima occasione utile è il referendum contro le trivelle di domenica prossima. Ci serve aiuto per difendere la bellezza di questa terra e mettere fine a decenni di affari illeciti e di danni alla popolazione.

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