Valori e dimensione normativista

Valori e dimensione normativista

I ‘valori’

Questa intervista-storia è parte di un lavoro di ricerca attraverso il quale il professor Marradi ha proposto un’indagine accurata sulla potenza – presenza di valori all’interno del singolo individuo e della società. Indagare sui valori è un’attività complessa ma aiuta certamente a comprendere meglio chi siamo e perché compiamo certe scelte. Seguendo Jarvis, scopriamo che gli atteggiamenti sono «forgiati dal sistema dei valori» inoltre – sottolineano Thomas e Znaniecki – «il valore è la controparte oggettiva dell’atteggiamento». Queste affermazioni, verificate sul singolo, hanno conseguenze anche a un livello più ampio rispetto all’individuo; il persistere di sistemi di valori influenza infatti anche la cultura che prende forma in una società, come evidenziato da psicologi, sociologi e antropologi del calibro di Rockeach, Oskamp, Callegari, Musio e Revelli.

Valori e atteggiamento normativista

Nella storia che segue troviamo un conflitto tra comportamenti guidati dalla propria coscienza e quelli che richiedono norme sanzionate. L’episodio serve a indagare sull’atteggiamento definito ‘normativista’, «la propensione – spiega Marradi – a obbedire a una norma solo perché tale. La struttura normativa è vista come una cappa imposta dall’esterno», della quale non ci si pone il problema di comprenderne l’essenza. All’estremo opposto troviamo gli ‘autonomi’, coloro che – osserva Riesman – «nell’insieme sanno conformarsi alle regole ma rimangono liberi di scegliere se conformarsi o no». Se decidono di obbedire è perché sono intimamente convinti del fatto che tale norma sia rilevante e moralmente giustificata.

Veniamo ora alla storia, per la quale sono state fornite risposte collocabili in una scala da 1 a 9, cioè da un livello ‘normativista’ tout court (1) a uno completamente ‘autonomo’ (9). Scegliendo una risposta si avrà un’idea sulla propria posizione. Leggendo infine le percentuali delle risposte fornite dal campione, si otterrà un quadro complessivo della posizione generale, confrontabile a sua volta con quella del singolo.

La storia:

L’ufficio titoli è un servizio che alcune banche mettono a disposizione dei clienti per consigliarli sui loro investimenti in azioni. In teoria dovrebbe solo consigliare bene il cliente, ed eseguire nelle varie borse le operazioni che lui ordina. Spesso però una banca dà invece ai suoi funzionari disposizioni di fare gli interessi della banca stessa, ad esempio consigliando al cliente di comprare obbligazioni della stessa banca (che rendono meno), oppure azioni di cui la banca vuoole disfarsi. Prendiamo ora il caso di un ufficio titoli, dove un funzionario non segue le istruzioni della banca e consiglia i clienti nel loro interesse.

Domanda 1: approvi il comportamento del funzionario, oppure pensi che chi è pagato da una banca dovrebbe fare gli interessi di quella banca, anche ignorando gli impliciti obblighi di correttezza della banca verso i clienti?

1) No, si devono sempre seguire le regole

2) No, chi fa il bancario deve essere leale verso la sua banca

4) Sì, visto che è un ufficio che dovrebbe consigliare bene i clienti

5) A lungo andare il suo comportamento avvantaggia la banca; è lui che fa i veri interessi della banca

7) Sì, bisogna sempre fare gli interessi dei clienti

8) Sì, le persone vengono prima delle strutture

9) Sì, perché segue la sua coscienza

Prima di fornire le percentuali di risposta e relative osservazioni, procediamo con la seconda parte della storia:

Succede che un cliente incontra il direttore della banca e gli riferisce (per mera ingenuità) un buon consiglio ricevuto, lodando il funzionario per averglielo dato. Ma quel consiglio, appunto, non era nell’interesse della banca. Pertanto il giorno dopo il direttore convoca quel funzionario, gli contesta di non aver rispettato le istruzioni della banca e lo licenzia per aver violato la clausola di ‘lealtà aziendale’, che è prevista in tutti i contratti d’impiego dei bancari. Il funzionario si rivolge al suo sindacato, che ricorre al tribunale del lavoro  per farlo riassumere nella banca. Il cliente è citato come testimone a carico da parte della banca. Ma gli avvocati del funzionario gli spiegano che l’esito della causa dipende da quello che dichiarerà lui, perché un funzionario che viola la lealtà aziendale può essere licenziato anche se lo fa per essere corretto verso i clienti. Saputo questo, il cliente giura il falso, dichiarando al tribunale che il direttore ha capito male: lui aveva solo lodato il funzionario ma non aveva detto che consiglio ne aveva ricevuto per i suoi investimenti.

Domanda 2: approvi il cliente, che giura il falso per coprire il funzionario?

1) No, per principio

2) No, un licenziamento non è motivo sufficiente per giurare il falso

5) Sì, si può giurare il falso per compassione verso una vittima

6) Sì, si può giurare il falso per riconoscenza

7) Sì, si può giurare il falso per evitare un’ingiustizia

8) Visto ch e lui l’ha messo nei guai, deve fare tutto il necessario per rimediare

9) Sì, per una questione di coscienza

Nella prima parte della storia troviamo il conflitto tra dovere etico di fare gli interessi del cliente e l’obbligo contrattuale di fare invece gli interessi della banca. Nella seconda parte troviamo la contrapposizione tra l’obbligo puramente morale (non sanzionato giuridicamente) di rimediare al danno causato a una persona che ha rischiato pur di comportarsi correttamente con il cliente e l’obbligo morale generale e sanzionato di non giurare il falso.

Vediamo la percentuale di risposte del campione intervistato (300 soggetti, selezionati per regione di socializzazione, sesso e fasce d’età).

Alla domanda 1, un intervistato su 7 risponde con la risposta 1 (sottolinea il dovere generale di seguire le norme di qualunque tipo). Un intervistato su 4, invece, dà la risposta 2 (sottolinea l’opportunità che un dipendente faccia gli interessi di chi lo stipendia). Un intervistato su 8 risponde scegliendo la 4 (giustifica l’operato del funzionario facendo appello alle funzioni dichiarate dell’ufficio, quindi a criteri di carattere formale). Più frequente, 1 su 5, è la risposta 5 (giustifica l’operato del funzionario facendo appello ai vantaggi economici di lungo periodo che il suo operato porta alla banca). Chi, invece, dà risposte simili alla 7 fornisce dichiarazioni populiste, generiche e un po’ retoriche. Circa un intervistato su 10 dà la risposta 8 (sottolinea il valore degli esseri umani al di sopra di quello delle norme) mentre uno su 7 sceglie di rispondere in linea alla 9 (sottolinea la superiorità della coscienza morale individuale sopra le norme scritte).

Alla domanda 2, un intervistato su 3 aderisce alla risposta 1, rifiutando lo spergiuro senza riserva. Un intervistato su 10 dà risposte simili alla 2 (rifiuta lo spergiuro non in assoluto, ma in casi come quello raccontato). Chi offre risposte collocabili a livello 3 e 4 – giurare il falso per salvare l’amico/per ricambiare il favore – fornisce un’interpretazione particolarista della vicenda e si colloca fuori dalla dimensione analizzata. Solo il 7% del campione dà la risposta 5 (sottolineando gli aspetti caritativi). La risposta 6 è data da uno su 10 (sottolinea la gratitudine verso chi ha procurato vantaggi), la 7 da 1 su 6 (risposte che si ispirano a criteri generali di equità). Anche la 8 è scelta da un intervistato su 6 (sottolinea il senso di responsabilità per le conseguenze delle proprie azioni) riferendosi in tal modo a un’altra dimensione (responsabilità/dipendenza). Rara – Marradi dice addirittura «sorprendentemente» – la risposta 9: solo il 3% tende a sottolieare il fatto che la propria coscienza morale può in certe cicostanze indurre a violare anche le norme profondamente giustificate.

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