Televisione: continuano le grandi manovre; è la guerra dell’LCN

Televisione: continuano le grandi manovre; è la guerra dell’LCN

Canali che nascono e si spengono, mercato di frequenze in fermento e tanti fallimenti: ecco perché gli ‘angoli di etere’ non sono tutti uguali

In principio era il “Verbo”: perché ‘Verbo’ era la voce che si levava da mamma Rai, col Tg istituzionale di Villy De Luca, e  Canzonissima, e Carosello. Poi arrivarono la TV commerciale, Berlusconi, l’emittenza locale, che tanto aiutarono, nello scenario dell’Italia allegra e ‘con le mani bucate’ negli anni ’80, i telespettatori a farsi una coscienza popolare, plurale, consumista, se vogliamo anche critica. Poi fu l’epoca della TV satellitare, che gli Italiani apprezzarono soprattutto perché permetteva loro di guardare le partite di calcio in simbiosi con il divano di casa, senza sedere sugli scomodi e spesso gelati seggiolini degli stadi delle città italiane. Ma la gestione ‘disinvolta’ delle piattaforme (Tele+ e Stream) e la diffusa ‘pirateria’ ( le ‘smart card’ si fabbricavano in casa con la stessa facilità con la quale si preparava la cena) mandarono in crisi queste nuove tecnologie; ci volle l’intervento dell’esperto Murdoch che, con Sky, aggiustò il tiro sulle strategie commerciali e sui fenomeni di “pirateria”, rilanciando la tv satellitare.

Ma senza dubbio  il passaggio più importante nell’evoluzione dell’italico sistema televisivo fu l’avvento (in realtà fu un processo lungo ed articolato, ‘caldeggiato’ dall’Unione Europea) della televisione digitale terrestre. Con questo nuovo sistema di trasmissione, il canale televisivo (e la relativa frequenza concessa in licenza dallo Stato) diventa “multiplex”, cioè una piattaforma all’interno della quale è possibile far ‘viaggiare’ più canali. È una vera e propria rivoluzione: l’offerta delle emittenti si moltiplica, nascono canali tematici e semi-generalisti, e l’etere nazionale viene inondato da nuovi programmi e produzioni, nella maggior parte dei casi di importazione. Per il ‘Dio Mercato’ sembra essere manna dal cielo: più canali vuol dire più concorrenza tra chi offre spazi pubblicitari, ma soprattutto la possibilità, sfruttando i target dei singoli canali, di poter’personalizzare’ la  réclame in base ai fruitori;  è facile immaginare  quale opportunità sia, per un’azienda che produce abbigliamento per lo sport ed il tempo libero, avere a disposizione un canale che trasmette contenuti  sportivi in chiaro 24 ore al giorno. E chi ha figli ha sicuramente provato odio per le centinaia di passaggi televisivi delle pubblicità dei prodotti, effimeri e costosi, a marchio ‘Violetta’, sui canali di cartoons.

Tanti editori hanno provato l’avventura televisiva nell’epoca del digitale, incoraggiati dalla ‘facilità’ e disponibilità di questa tecnologia: molti hanno fallito e quasi nessuno è riuscito ad arricchirsi fuori dal duopolio Rai-Mediaset.

Nonostante questo ( e nonostante la crisi, che ha inevitabilmente contratto anche il business  pubblicitario), le aziende continuano ad investire le poche risorse a disposizione sul mercato “free on air”, poiché la già citata Sky, ha ‘solo’ 5 milioni (o poco meno) di abbonati, e la ‘selezione in ingresso’ è  intrinsecamente drastica:  chi risparmia sull’abbonamento  della Tv satellitare, oltre a non aver accesso al  suo messaggio pubblicitario, difficilmente potrà permettersi la berlina da 30.000 euro che viene reclamizzata in maniera ridondante sui suoi canali.

Vittima illustre della ‘tv facile’  è stato di recente l’Imprenditore Becchetti col suo canale italo-albanese Agon Channel, naufragato ad un anno dalla nascita (sicuramente anche per i problemi giudiziari del suo fondatore) che,  perso tra format ‘deboli’ autoprodotti ed una libreria “carente” (anzi, inizialmente inesistente), era comunque ben lontano dallo share e dalla raccolta pubblicitaria prevista dal piano industriale, nonostante la massiccia campagna acquisti di volti noti messa in atto in occasione del lancio ufficiale.

Male andò anche alla ‘prima’ Sportitalia, che tentò l’avventura (azzardata) dei 3 canali, monotematici, dei quali uno all-news. Rifondata, facendo tesoro degli errori del passato, ha puntato sulla razionalizzazione dei costi, su un’unica rete che ha reso ‘format’ le notizie di calciomercato, introdotte da giornaliste di bella presenza che di sport ne parlano e ne sanno parlare; come a dire‘siamo donne, oltre le gambe c’è di più’. La rete della premiata ditta Ben Ammar –  Criscitiello ha chiuso il 2015 con un leggero utile e qualche apprezzata esclusiva nel proprio palinsesto.

Rimanendo in tema sportivo, è durata pochi mesi anche l’esperienza ‘catodica’ della Gazzetta dello Sport, che ha chiuso il suo canale con notevoli perdite, pur potendo contare su una redazione sportiva “in house” tra le più apprezzate in Italia.

La7 fu il tentativo di Telecom Italia di spezzare il duopolio Stato-Berlusconi, puntando su una tv di contenuti, di approfondimento, dove però l’assolo del talk show politico o di attualità (Bignardi), era interrotto dalla sola prima serata di Crozza (che di politica, satiricamente, comunque parla). Nonostante gli sforzi (e gli investimenti) e la presenza di prime firme assolute e collaudate  del giornalismo televisivo italiano, il ‘prestigioso’ muro del 5% di share non venne sfondato. Rilevata dal lungimirante Urbano Cairo, subisce anch’essa una rigorosa ‘spending review; è notizia di questi giorni che l’emittente ha rimesso i conti in ordine e  rilevato dei multiplex e che quindi, dalla prossima stagione televisiva, trasmetterà su spazi ‘propri’, liberando così risorse da destinare ai contenuti.

Ma il maggior fermento negli ultimi mesi lo ha manifestato Sky, la cui presenza, in chiave digitale terrestre, diventa sempre più imponente, forte anche dei numerosi contenuti, già ‘ammortizzati’ sulla pay-tv, che può mettere in campo.  Alla ormai veterana “Cielo” ed agli altri canali semigeneralisti e di life-style editi dalle ‘consociate’, ha affiancato, già da qualche tempo, il canale all-news Skytg24. Ma il passaggio più significativo è stato compiuto con l’acquisizione del canale (e relativo posto sul telecomando) MTV, diventato dapprima MTV8 e da qualche giorno semplicemente TV8.  Che sta lì, immediatamente a ridosso dei sette ‘canali tradizionali’ e trasmette contenuti della ricca ‘mediateca’ o repliche della prima serata precedente delle ‘sorelle’ a pagamento . In tutta risposta uno dei maggiori ‘contenitori’ della piattaforma Sky, Discovery, ha rilevato Deejay TV, di stanza al tasto 9 del telecomando, ribattezzandola a partire dal 22 febbraio scorso, appunto, ‘NOVE’.

Nel frattempo le news in chiaro di Sky hanno traslocato dal canale 27 (presidiato ora dalla cineteca Paramount) al 50, tra le omologhe( e quindi in diretta concorrenza) di Rai e Mediaset.

Perché tutto questo fermento? La risposta è semplice ed ha una sigla: LCN; che non è una nuova organizzazione terroristica che minaccia l’Occidente, né un nuovo, pericoloso virus.

L’acronimo sta per “Logical channel numbering”; in sostanza, la numerazione automatica che viene assegnata all’interno della lista dei canali ad ogni singola ‘emittente’. Questo sistema, nell’era della tv in chiaro degli oltre 100 canali, è una delle discriminanti del successo dell’impresa televisiva. Se nel ‘medioevo’ del digitale analogico bastava premere il tasto 1 per vedere l’omonimo canale Rai o  il 5 per l’ammiraglia Mediaset, adesso per vedere taluni canali occorre comporre una sequenza anche di 3 cifre: per gli esperti, questo aspetto fa la differenza eccome. La facilità con la quale si muovono le dita sul telecomando o la sequenza con la quale i canali si susseguono nel ‘famoso’ LCN possono orientare, pare, lo share. Da queste considerazioni, inevitabilmente, viene fuori una ‘gerarchia’ di valore delle frequenze che segue  dei criteri abbastanza intuitivi: i canali più ‘pregiati’ sono quelli che gli esperti chiamano ‘del single-digit’, cioè ad una cifra. Questo spiega l’urgenza con la quale Sky e Discovery hanno trasferito armi, bagagli e contenuti rispettivamente sull’8 e 9. Seguono le cosiddette ‘twins’, quelle frequenze raggiungibili da un duplice tocco sul singolo numero: 11, 22, 33 e così via. Vengono poi tutti gli altri canali a due cifre, seguiti, in ultima istanza, da quelli a ‘tre tocchi’; anche qui, è facile intuire dove ‘aprire’ il proprio canale televisivo dovendo scegliere tra il 111 e il 267 (gli esperti però vedono anche qui delle cervellotiche  ‘diagonali privilegiate’ all’interno del quadrato formato dalle cifre 1-9 di un telecomando classico).  Strategica è poi ritenuta la posizione in pole-position al’interno di quelle sequenze di canali  dal contenuto simile ormai delineatesi (la terza decina è occupata da canali di cinema e fiction,  i canali vicini al 40 dai cartoons, quelli attigui al 50 dalle news e quelli del 60 dai contenuti sportivi).

Quindi, almeno in tv, i numeri non sono tutti uguali, e servono a fare altri numeri (ascolti e pubblicità). Sicuramente, ad una, a due o tre cifre, tutti abbiamo memorizzato la posizione del nostro canale preferito; anzi, spesso corrisponde ad un numero che per noi vuol dire qualcosa. A tal proposito ho condotto un esperimento ‘numerologico’: ho appena guardato sul canale corrispondente al mio anno di nascita: una tv locale vende degli orribili tappeti orientali, apparentemente finti, a prezzi  equivalenti all’abbonamento per 8 anni alla tv satellitare.  Ci siete? Non siete svenuti? Allora dite, anzi, digitate, 33.

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