Pablo Neruda, un mistero lungo più di quarant’anni

Pablo Neruda, un mistero lungo più di quarant’anni

Si trattò di omicidio o fu morte naturale?

Era il 23 settembre 1973 quando il cuore del poeta romantico più amato ed apprezzato del Novecento, quello di Pablo Neruda, smise di battere. Un cancro alla prostata, questa la causa ufficiale del decesso. Dopo più di quarant’anni, però, torna ad aleggiare il mistero sulla morte del cantore cileno che, secondo quanto raccontato dal suo stesso autista Manuel Araya, fu invece ucciso con un’iniezione letale durante il ricovero nella clinica di Santiago, capitale del Cile. Ma procediamo per gradi e ripercorriamo assieme la storia di questo magnifico poeta. Chi era Pablo Neruda? Pseudonimo di Ricardo Eliezer Neftalì Reyes Basoalto, Neruda nacque il 12 luglio 1904 da un impiegato delle ferrovie e da un’insegnante che, a soltanto un mese dal parto, morì di febbre lasciandolo orfano di madre. Seppur ostacolato dal padre, sin da bambino dimostrò un grande e vivo interesse per la scrittura e la letteratura. Il suo primo lavoro ufficiale, infatti, può esser fatto risalire al 1917 quando, appena tredicenne, pubblicò sul giornale diretto dallo zio adottivo il suo primo articolo “Entusiasmo y perseverancia”. Dal 1920 cominciò ad utilizzare per le sue pubblicazioni lo pseudonimo di Pablo Neruda per evitare che il padre (il quale riteneva poco rispettabili queste attività) ne venisse a conoscenza. Ma, attività poetica a parte, ritrovatosi in condizioni di estrema povertà, fu costretto ad accettare numerosi incarichi diplomatici che lo portarono a sviluppare iniziali tendenze anarco-individualiste fino ad abbracciare completamente idee comuniste e di solidarietà civile. Idee che divennero sempre più forti poiché alimentate dai soprusi compiuti dai fascisti di Francisco Franco durante la guerra civile spagnola. La profonda avversione verso il regime dittatoriale franchista fu totale, anche negli scritti, quando ad essere barbaramente ucciso fu Federico Garcia Lorca, di cui era divenuto grande amico. Negli anni successivi, dopo diversi altri incarichi consolari, espresse più volte ammirazione per l’Unione Sovietica e, in particolare, per Stalin a cui dedicò peraltro una composizione poetica in occasione della morte. L’errore di valutazione circa la persona del dittatore lo portò successivamente a cambiare opinione anche in merito alla sua politica, manifestando profondo rammarico per aver contribuito alla realizzazione di una falsa immagine del leader sovietico. Nel 1946 appoggiò con fervore la candidatura alle elezioni presidenziali dell’esponente del Partito Radicale Gabriel Gonzàlez Videla che, una volta nominato presidente, voltò le spalle al Partito comunista facendo reprimere violentemente lo sciopero dei minatori della regione di Bio Bio, i quali vennero imprigionati in campi di concentramento e carceri militari. La reazione di Neruda non si fece attendere e culminò nel drammatico discorso, chiamato più tardi “Yo acuso”, in cui lesse davanti all’assemblea del senato cileno l’elenco dei minatori tenuti prigionieri. Per sottrarsi all’ordine di arresto, Pablo si rifugiò per 13 mesi presso amici e compagni, prima di fermarsi in Argentina per un periodo di 3 anni. Di poco successivo è anche il soggiorno a Capri in una villa messagli a disposizione da Edwin Cerio. Tale permanenza sarà poi divinamente rappresentata anche nel film “Il Postino” con Philippe Noiret nelle vesti del poeta cileno ed un immenso Massimo Troisi. Neruda fece poi ritorno in patria in occasione delle nuove elezioni presidenziali da cui uscì vittorioso Salvador Allende. Negli ultimi anni assistette al disfacimento del governo democratico cileno e al colpo di stato del generale Pinochet dell’11 settembre 1973 (quest’ultimo a pochi giorni dalla morte del poeta). Nell’intervallo di tempo che passò tra l’insediamento della dittatura e la sua morte pare che più volte i militari l’avessero vessato con perquisizioni ordinate dal generale golpista. Perquisizioni a cui, in un’occasione, Neruda si sarebbe fermamente opposto con una frase : «Guardatevi in giro. Qui la sola forma di pericolo per voi è la poesia». Morì il 23 settembre in attesa di poter espatriare in Messico.

Eccoci quindi al mistero sulla morte. Si è detto in precedenza che la versione ufficiale (come da bollettino medico) riferì di un tumore alla prostata. Questa la causa del decesso. Ed effettivamente il poeta ne soffriva da tempo. Nel 2011 però l’ex autista Araya concesse un’intervista, pubblicata su un settimanale messicano, nella quale raccontò di “una strana iniezione praticatagli in clinica poco prima della morte”. I primi sospetti ricadono dunque sulla clinica Santa Maria (la stessa in cui, anni dopo, fu avvelenato anche l’ex presidente Montalva) che ancora oggi si rifiuta di consegnare la cartella clinica di Neruda ed i nomi di coloro che in quel periodo vi lavoravano. Se a ciò si aggiunge il fatto, strano anch’esso, che il medico che aveva disposto l’iniezione, Sergio Draper, aveva in realtà preso servizio solo il giorno successivo e che l’ultimo a visitare Neruda fu un altro medico a cui non corrisponde però alcun tipo di laurea in università cilene, allora il mistero vede una soluzione sempre più lontana e fa sì che i dubbi, legittimamente sollevati da Araya e dall’avvocato Contreras, siano validi. Così validi che l’ 8 aprile 2013 il giudice cileno Mario Carroza ha disposto l’ordine di riapertura delle indagini sulla morte del poeta facendone riesumare la salma.

Campioni del tessuto osseo di Neruda sono stati esaminati da un’équipe di esperti dell’Università della Carolina del Nord, negli Stati Uniti, guidata dalla tossicologa Ruth Winecker. Dai primi risultati degli esami radiologici ed istologici è risultato che il cancro fosse ad uno stadio talmente avanzato da far pensare che l’ipotesi della morte naturale sia ancora quella più accreditabile.

Ma, comunque sia andata quel 23 settembre, sempre più vivo resta il ricordo di colui che ha saputo cantare l’amore in tutte le sue forme. “Il mio amore ha due vite per amarti. Per questo t’amo quando non t’amo e per questo t’amo quando t’amo” – scriveva il poeta in una perla di sonetto. Amore che trova in sé la forza di amare sempre, anche a dispetto delle turbolente vicissitudini della vita o di un futuro mutevole ed incostante. Amore che sopravvive, in ogni caso. Amore che dura. Amore che non trova la necessità di doversi spiegare. Amore completo, smisurato ed incondizionato. “T’amo senza sapere come, né quando, né da dove, t’amo direttamente senza problemi né orgoglio: così t’amo perché non so amare altrimenti”.

 

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