La mia generazione ha perso: share Festival 52,52%, PIL +0,1%

La mia generazione ha perso: share Festival 52,52%, PIL +0,1%

Il Festival di Sanremo ha fatto ascolti da record, 10,1 milioni di spettatori; leggo che la quarta serata nella prima parte ha addirittura avuto una media di oltre 12 milioni di spettatori. Le percentuali dello share strabordano, 52,52% nell’ultima serata, con tutti soddisfatti per l’andamento del festival della normalità e della consuetudine, anche se turba gli animi il lievissimo calo di ascolti rispetto alla scorsa edizione. Hanno vinto gli Stadio, e sono gli stessi Stadio che suonavano quando ero bambina.
Il canone in bolletta è ben speso direi, mi regala ad un modico prezzo la tranquillizzante sensazione che vada tutto bene. In fin dei conti “va tutto bene” è il leitmotiv degli ultimi anni, potrebbero farci una canzonetta per il festival, quello con la effe maiuscola. O l’hanno già fatta? Tanto non cambierebbe molto, le imitazioni sorpassano l’originale, e se la cantasse Renzi sicuramente vincerebbe, sarebbe un gran successo.

Assurdo però che ci sia più attenzione mediatica ‒ e non solo ‒ per lo share che per il PIL.
Il nostro PIL è cresciuto dello 0,1% nell’ultimo trimestre 2015, e chi governa snobba volutamente questo dato continuando ad asserire, con ancora maggior ridanciana vivacità, che “va tutto bene”. Ma i politicastri forse non spiegano a sufficienza che non è una cosa buona, che la ripresa non riprende, anzi. Ma il Governo ci crede e baratta una maggior flessibilità da parte dell’UE ‒ legittima ‒ promettendo in cambio che il suo rapporto debito/Pil  scenderà magicamente nel 2016, prima volta in ben otto anni. Ma come è possibile con un PIL in picchiata libera:
+0,4% nel primo trimestre
+0,3% nel secondo trimestre
+0,2% nel terzo trimestre
+0,1% nel quarto trimestre.
Shhhh, non diciamolo. La sedazione e la seduzione dei tempi nostri deve continuare, a che serve sapere che la crescita del PIL italiano dello 0,1% è preoccupante? Mi tocca leggere il Financial Times per trovare scritto nero su bianco che «la debolezza del dato della terza maggiore economia dell’Eurozona è un colpo per il governo guidato dal primo ministro Matteo Renzi, che conta sull’accelerazione della ripresa per sostenere i suoi sforzi di riforma». Se poi, alla produzione industriale in affanno e ai numeri sulla disoccupazione di dicembre, aggiungiamo il caos dei mercati azionari ‒ veleno aggiunto che ha “mannaiato” con particolare dovizia e accanimento i titoli azionari italiani, soprattutto quelli delle banche, che stanno espiando la bassa redditività e il carico massiccio di crediti deteriorati nei bilanci ‒, entriamo in una landa desolata, dove si respira polvere e poco altro.
È vero, tutta l’Eurozona non se la passa bene, ma noi non arriviamo nemmeno al suo 0,3% di crescita, sempre in riferimento all’ultimo trimestre del 2015. Insomma, “va tutto bene”, stiamo sereni, con il culo ben poggiato sopra un’immensa polveriera, quella italiana a braccetto con quella europea, che ci tiene a galla come un bel salvagente fatto di cemento. Un salvagente malato, che sta in piedi grazie alla massiccia iniezione di liquidità pompata dalla BCE, puro doping fatto di QE e tassi negativi.

Ma come scrive il Signor G, in “La razza in estinzione”: «Non vedo più nessuno che s’incazza / Tra tutti gli assuefatti della nuova razza / E chi si inventa un bel Partito / Per il nostro bene / Sembra proprio destinato / A diventare un buffone. / (…) E la tecnologia ci porterà lontano / Ma non c’è più nessuno che sappia l’italiano / (…) Non mi piace nessuna ideologia / Non faccio neanche il tifo per la democrazia / Di gente che ha da dire ce n’è tanta / La qualità non è richiesta / È il numero che conta. / Non mi piace il mercato globale / Che è il paradiso di ogni multinazionale / E un domani state pur tranquilli / Ci saranno sempre più poveri e più ricchi / Ma tutti più imbecilli. / E immagino un futuro / Senza alcun rimedio / Una specie di massa / Senza più individuo / E vedo il nostro Stato / Che è pavido e impotente / È sempre più allo sfascio / E non gliene frega niente / E vedo una Chiesa / Che incalza più che mai / Io vorrei che sprofondasse / Con tutti i Papi e i Giubilei». Ho fatto fatica a scorporarla, e pur tagliando la citazione rimane lunga. Vi invito comunque all’ascolto, con il testo integrale a fianco. Gaber a mio parere andrebbe studiato a scuola, è formativo, ed ha una capacità da visionario anticipatore perché amava la realtà e ne scorgeva i segni.

Questa canzone è un testamento, quello di una generazione che ha perso, una razza in estinzione appunto, che era pronta a cambiare il mondo e lascia invece in eredità alle nuove generazioni una guerra differente da combattere, quella economica, del lavoro che manca, del precariato, del crollo valoriale peggio di quello del PIL. Vengono fatte battaglie per allargare a tutti i conviventi i diritti ‒ e non entro nel merito della questione ‒ senza però soffermarsi a dire che la reversibilità creerebbe un problema di politica economica non irrilevante che pensano di risolvere con soldi che non hanno; e abbiamo ministri che si accaparrano immeritatamente successi, come il ministro dell’Istruzione Giannini che scrive impunemente: «Un’altra ottima notizia per la ricerca italiana. Siamo al terzo posto in Europa insieme alla Francia, primi per numero di ricercatrici donne», per sentirsi rispondere: «Ministra, la prego di non vantarsi dei miei risultati. La mia Erc e quella del collega Francesco Berto sono olandesi, non italiane. L’Italia non ci ha voluto, preferendoci, nei vari concorsi, persone che nella lista degli assegnatari dei fondi Erc non compaiono, né compariranno mai».

Politica del marketing e del paradosso ormai, che sembra totalmente scollata dai dati di fatto, evidenti e visibilissimi. Ma “va tutto bene”, giusto? Questa è la tecnica dei messaggi subliminali. Ma il rapporto sui giovani della Commissione Europea (EU Youth Report) parla di un’altra realtà: i giovani oggi sono più istruiti e meno occupati delle generazioni precedenti, in quanto seppure più istruiti, più informati e più connessi dei loro genitori, quasi un terzo dei giovani in Europa è a rischio povertà o di esclusione sociale.
Fermandoci entro i confini italiani, i dati del 2014 parlano di una disoccupazione giovanile superiore al 42%; inoltre deteniamo la percentuale più alta di Neet, con oltre il 22% di giovani che non studia e non lavora.

Facile definirli bamboccioni, scansafatiche, schizzinosi, senza fare un passo in più per vedere che forse una spintarella gliela abbiamo data e gliela stiamo tuttora dando noi.
A mio parere è vergognoso anche stringersi intorno ai giovani e valorizzarli solamente quando questi perdono la vita, come nel caso di Valeria Solesin e Giulio Regeni, due volti di una generazione perduta e sperduta, con la quale è sempre più urgente farci i conti dato che viviamo assurdamente in uno Stato che invecchia ma che si ostina a non lasciar il posto alle generazioni successive, o perlomeno stringersi un po’ per fare spazio anche a loro. Non va tutto bene e non c’è da star sereni.

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