Prigioniero e internato ad Auschwitz III, Monowitz

Prigioniero e internato ad Auschwitz III, Monowitz
Campo di lavoro di Monowitz

Ho sempre amato la storia e mi ha sempre emozionata la storia che usciva dalle bocche degli anziani sotto casa, quelle bocche che in prima persona avevano sofferto la fame della guerra. Io bambina ascoltavo, mi emozionavo, mi arrabbiavo per quanto quelle persone avevano sofferto, a tratti non capivo, tornavo a casa e chiedevo ai miei nonni e lì, ogni volta, era come se la questione “II Guerra Mondiale” fosse un tabù. Puntualmente alle mie domande, gli occhi di mio nonno si facevano gonfi di lacrime che sembrava non avessero il coraggio di scendere. Continuavo a non capire, mio nonno era nato nel 1942, la guerra non poteva averlo toccato personalmente.

Allora io chiedevo, insistevo e mia nonna un giorno decide di raccontarmi… è vero, un neonato non può aver fatto esperienza diretta delle atrocità della guerra, ma queste possono lasciare comunque un segno indelebile nella vita di quel neonato. La guerra aveva toccato il padre di mio nonno, Vincenzo Trapani, chiamato a 21 anni, nel 1941, a combattere in Libia, contro gli inglesi. “Il deserto era uno dei primi gironi danteschi, poi ho conosciuto gli inferi, quelli veri, ho conosciuto Auschwitz!”- questo era quello che il mio bisnonno ripeteva ai suoi nipoti, a sua moglie e ai suoi figli.

A Vincenzo, nel Febbraio del 1942, dopo sei mesi di costrizione a partecipare alla Campagna di conquista del Nordafrica, gli venne accordato un mese di esonero dalle armi per permettergli di rientrare in Italia e sposare Adele, la sua ragazza. “Un mese passa in fretta, torni a casa, ti scaldi con il calore della famiglia che stai costruendo, cerchi di rimuovere i cadaveri, le urla, gli spari nel deserto, il sangue, intermittenze che appaiono e scompaiono nella mente; poi guardi la tua giovane sposa, ti perdi nei suoi occhi e queste intermittenze cessano, ma per pochi secondi, poi arriva la consapevolezza che di lì a poco dovrai lasciare quegli occhi, te ne dovrai separare e tornare nel deserto e forse sarà un addio definitivo. E allora diviene una sofferenza nella sofferenza, senti dolore fisico e psicologico”. La sua fortuna fu che arrivò un avviso in quel Febbraio del ‘42, la Patria lo voleva ancora, ma non più in Africa, questa volta Vincenzo Trapani sarebbe andato su un altro fronte, doveva andare a combattere in Jugoslavia subito dopo il suo matrimonio.

Così, nei primi giorni di Marzo, prese qualche salsiccia, un pezzo di formaggio, le mise nel suo zaino, baciò sua moglie e dalla Ciociaria, andò verso Venezia, per poi raggiungere la Jugoslavia. Ci fu un fuoriprogramma però, c’era troppo ghiaccio e la nave che avrebbe dovuto condurre questi soldati italiani in Jugoslavia, faceva difficoltà, allora il Governo accordò un altro mese a questi uomini, tanto sarebbero tornati a combattere in primavera, più entusiasti e con i cuori più caldi come il sole riscalda i primi frutti primaverili.

Vincenzo tornò a casa, ora più sereno della prima volta, -“Se ci lasciano andare ora, forse è perché sta per finire, iniziano a non aver più bisogno di noi!”- questo lo ripeteva ogni sera, lo ripeteva ad Adele e lo ripeteva a se stesso e iniziava a crederci, nasceva in lui una speranza dopo tanto tempo. I due giovani sposi riscoprirono il tempo e la bellezza di amarsi.

Ma i giorni passano in fretta e una lettera, consegnata da un momento all’altro, ha la capacità di far scendere il buio in un cuore. La sua Nazione lo voleva, bisognava partire sul serio, terminava così anche quella precaria, momentanea, ma ugualmente bella serenità. Così il soldato ripartì e andò a controllare i ribelli in Jugoslavia, in una caserma dove convivevano italiani e tedeschi, tanto erano amici. Qui era di gran lunga più sereno, non era così dura come in Africa, qui poteva portare avanti una corrispondenza con la moglie, che un giorno, a fine Aprile lo avvisò di aspettare un bambino. Quel ghiaccio che aveva ostacolato la nave, aveva fatto sì che potesse arrivare una speranza, una nuova vita, un figlio.

Vincenzo era agitato, entusiasta, speranzoso, certo anche addolorato, chissà quanto di suo figlio avrebbe perso… quanti giorni, attimi, momenti effettivi della crescita di suo figlio, quella guerra gli avrebbe rubato.
I suoi giorni in Jugoslavia procedono, tra pensieri, rabbia, immaginazione, immagina come sia quel bambino, se gli somiglia, come sarà nel frattempo la moglie, continua ad essere il regista della sua mente fino all’8 settembre del 1943.

Lì si interrompono i sogni, si interrompe la speranza, si interrompe anche il reale. Adesso sono i nemici di quei tedeschi, fino ad allora compagni di caserma, adesso gli italiani divengono prigionieri di guerra. Inizia uno di quei viaggi a mo’ di bestiame, viaggi che durano giorni e nei quali iniziano a morire i più deboli, si muore di fame, di sete. Si viaggia ignari e nella paura, si vede scorrere il paesaggio tra le fessure nelle tavole dei vagoni, e insieme a quelle immagini si fanno scorrere anche i momenti felici che si sono vissuti. Si scorre sulle rotaie, si lasciano scorrere i pensieri e anche le lacrime, si arriva in un campo. Il treno di Vincenzo è giunto ad Auschwitz II- Birkenau, lì i passeggeri sono stati smistati con dei colpi di manganello sulle spalle, velocemente e senza dare spiegazioni, andava fatta una selezione e in fretta. Intanto un primo smistamento: gli ebrei sarebbero restati in quel campo e sottoposti ad ulteriore selezione per dividere chi sarebbe andato direttamente nella parte finale del campo, verso il bosco dove tra gli alberi usciva uno strano fumo, gli altri, i più giovani e forti avrebbero prima lavorato, sofferto, si sarebbero prima ammalati e solo alla fine di questo percorso sarebbero volati tra quegli alberi; i prigionieri politici invece dovevano andare in un campo di lavoro specifico che aveva una sorta di fabbrica al suo interno e faceva parte anch’esso del complesso di Auschwitz, era il campo di lavoro di Monowitz, lo stesso campo che ospitò Primo Levi, insieme ad altre 35.000 persone.

Da Birkenau a Monowitz i prigionieri si spostarono a piedi, nella fredda Polonia, con lo stomaco che aveva già smesso di brontolare da giorni, e con le teste che iniziavano anch’esse a rassegnarsi, -” avremmo potuto reagire”- raccontava il mio bisnonno-”noi eravamo molti di più rispetto ai tedeschi, ma loro ci controllavano con i fucili e noi non avevamo neanche i vestiti, e poi hanno creato un meccanismo perfetto, prima di distruggere i corpi, distruggevano gli animi, le menti, ti spegnevano come persona e restavi un oggetto, gli oggetti non possono ribellarsi!”

Insomma, tra l’autunno del ‘43 e il Gennaio 1945, Vincenzo e gli altri prigionieri mandavano avanti le loro giornate tra lavoro, frustate perché la produttività era bassa, ancora lavoro e di nuovo frustate. Si lavorava sodo, non ricorda quante ore al giorno, -”se penso ai miei giorni al campo, ho presente solo la fabbrica, le urla delle SS, dovevamo lavorare svelti, mai alzare gli occhi per guardare intorno, e molte, tante frustate se si rallentava, ma quello che loro non capivano era che la produttività non cresceva, nonostante i loro sistemi di ingegno, come accorciare la distanza tra gli alloggi e la fabbrica, organizzare continuamente il lavoro, perché noi, avevamo fame!”

I metodici tedeschi non avevano calcolato che quei numeri, per loro macchine, avevano bisogno di carburante per procedere e allora li frustavano, e “non ci uccidevano loro a Monowitz, maggiormente eravamo noi prigionieri a morire, spontaneamente e senza crear rumore, si moriva ma avveniva in modo naturale eravamo come le candele, la luce inizia a farsi man mano più debole, la cera termina e si spegne, spontaneamente, nel silenzio, lasciando spazio al buio; ecco ognuno che moriva, ogni giorno, lasciava spazio nei cuori di noi che restavamo, al buio, calava il sipario sui nostri giorni e aspettavamo ciascuno il suo turno”.

Racconta ancora Vincenzo:-”Avevo smesso di pensare a mio figlio, non immaginavo più quale potesse essere il suo volto, iniziava a farsi debole anche il ricordo di mia moglie, non ho deciso io di smettere di pensare, loro mi hanno annullato, io non ero più una persona, non sapevo più chi ero, alla sera, dopo il lavoro massacrante non pensavo più ai miei cari, mi abbandonavo al sonno e aspettavo che anche io mi spegnessi”.
I giorni trascorrevano per tutti i prigionieri allo stesso modo, tra il lavoro e l’attesa, tra un piatto di zuppa che aveva le sembianze di acqua sporca al giorno e qualche buccia di patate che alla sera riuscivano a trovare tra i rifiuti della cucina.

Così il lavoro trascorreva, molte candele di quel campo si spegnevano, fino a che nel Gennaio del 1945 entrarono nel campo dei soldati che in alcuni di quei corpi denutriti, stremati, non più animati, riportarono la speranza. Entrarono i russi a Monowitz e portarono con sé i prigionieri ancora vivi. Così Vincenzo ed altri andarono in Russia, alcuni vennero curati, altri non ce la fecero, alcuni vennero lasciati in balìa degli eventi lì in Russia, altri furono più fortunati.

Il mio bisnonno rientrò in Italia nei primi giorni di Gennaio del 1946, aveva addosso solo la pelle e i pidocchi; il suo peso era di 36kg. E’ assurdo, fa male a chi lo vide, fa male a chi ascoltò i suoi racconti, fa ancora male al figlio, un bambino di quattro anni che vide uno scheletro davanti a sé che cercava di abbracciarlo. Solo la madre capì che quella figura arrivata dal nulla, sporca, così distante dalla realtà, era Vincenzo.

Per lui non fu semplice raccontare quanto aveva vissuto, cosa aveva visto; per lui però, non fu semplice affrontare il rifiuto di quel figlio che per quattro anni aveva immaginato, sognato, desiderato, e che ora lo guardava con paura. Questa sua esperienza gli costò molto a livello psicologico e non riuscì più a riprendere una vita serena, quella che fino al 1942 aveva atteso e desiderato. Ma lui tornò a casa.

Questa esperienza, solo una tra le tante, diverse e svariate storie di uomini e donne, è solo un piccolo esempio di cosa è accaduto non in un tempo remoto, ma solo due generazioni fa.

La Memoria è proprio questo, un passato che si fa presente perpetuo, perché fatto di storie, dolori, lacrime e morti di Uomini che realmente hanno vissuto e che hanno visto le proprie vite e quelle dei propri cari annientate da un razionalismo e un positivismo portato agli estremi.
La Memoria è parte della nostra vita oggi, ci dà la consapevolezza che l’Uomo è quanto di più meraviglioso esista ma che a volte è in grado di elaborare e attuare la propria distruzione.

Un pensiero oggi e non solo, va alle sofferenze del mio bisnonno e agli oltre 6 milioni di uomini e donne vittime della Shoah, vittime degli uomini.

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