Canone Rai, perché è una tassa ingiusta

Canone Rai, perché è una tassa ingiusta

Nonostante la palese contrarietà dei cittadini e gli inviti a ripensamenti da parte degli esperti, Matteo Renzi è riuscito nel suo intento: dal 2016 tutti gli italiani vedranno addebitarsi, con la bolletta elettrica, la somma di 100€ per il canone Rai. Tutti i cittadini, sì proprio tutti. Ed è questo il nodo fondamentale che il Premier, da buon oratore quale è, ha deciso di sviare incaricando di non far comparire la parola “tutti” nel ddl, ma di inserire “i titolari di utenze a uso domestico”, risultava più fine probabilmente. Conseguenze? Piovono polemiche da tutti i versanti, come la faccenda del ddl “Buona Scuola” in pratica: esperti, studiosi di comunicazione, giornalisti ed editori puntano il dito contro la nuova imposta Renzi. “Tassa iniqua e ingiustificata” si legge nei commenti sui social. Ma, caro Renzi, come mai l’opinione pubblica italiana -che ricordiamo essere una delle più disgregate- quando si tratta delle tue riforme si oppone unanime? Basta un brevissimo excursus storico per comprenderne le ragioni: citiamo l’indissolubile legame tra politica e informazione sin dagli anni sessanta, quando la tv divenne un accessorio più diffuso -tanto per dirne una-, oppure parliamo del condizionamento delle scelte economico-pubblicitarie di cui la Rai risente. Già nel 1957, Carosello di Mike Buongiorno aveva un’interruzione di 135 secondi perché doveva andare in onda la pubblicità.
Ma l’unico proprietario dei prodotti mediali mandati in onda dagli studi di viale Mazzini non dovrebbe essere proprio il cittadino italiano? Dovrebbe, risuona bene in questo caso. Perché, in realtà, il cittadino italiano tutto è tranne che il proprietario della tv pubblica. Tanto per fare un confronto con la BBC: quest’emittente inglese cosa fa per garantire un servizio pubblico efficiente? Consulta le categorie che rappresentano le forze vive della società britannica: vengono chiamate in causa le associazioni dei lavoratori, le associazioni per la tutela dei minori, i grandi editori, e tra questi, non a caso, i politici e i religiosi sono banditi. Inoltre, per scrupolosità, la BBC ha deciso di non accogliere pubblicità per i canali trasmessi all’interno del Regno Unito. E, come se tutto ciò non bastasse, a cadenza annuale i vertici dell’emittente inglese pubblicano i propri curricula, così da garantire trasparenza davanti all’intera popolazione inglese. Proprio per questi motivi il canone BBC, che serve a mandare in onda intere trasmissioni senza uno stralcio di pubblicità, si aggira intorno ai 160€. Giusto, più che giusto pagare per un servizio che lo Stato offre. Tutto, ovviamente, dipende da come il servizio viene offerto: in Italia, purtroppo, ciò che va in onda non tiene minimamente conto della volontà di chi paga il canone. Più che altro, nello stivale si sceglie in base all’appartenenza politica dei dirigenti e dei responsabili -e se questa combacia con la preparazione è già una fortuna!- che si occupano delle scelte editoriali, spesso lontane dal nobile e originario obiettivo di divulgare informazione e cultura.
Mio malgrado, e solo per questa volta, forse ha ragione Salvini quando dice che “il canone Rai è una delle tasse più ingiuste del mondo. Nel 2015 -ha proseguito il leader della Lega Nord- riproveremo a privatizzare due reti televisive su tre e ad abolire il canone”.
In conclusione, siamo ancora lontani anni luce dal poter parlare di libertà di informazione e di una televisione che si occupi di inchieste e di reportage scevri di condizionamenti politico-finanziari e che, possibilmente, non riguardino i Casamonica.

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