Colpevoli d’innocenza, le giovani vittime degli uomini d’onore

Colpevoli d’innocenza, le giovani vittime degli uomini d’onore

Nicola Campolongo, il bimbo di 3 anni ucciso e poi bruciato nel 2014 da Cosimo Donato e Faustino Campilongo – ora assicurati alla giustizia – è una delle tante vittime della malavita organizzata, un innocente che ha dovuto pagare con la vita gli sgarri di qualcun altro. La sua unica ‘colpa’ sarebbe stata quella di aver visto in faccia i killer che Antonio Iannicelli, nonno del bambino, aveva incontrato assieme alla compagna marocchina per regolare alcune questioni su un losco traffico di stupefacenti. L’anziano avrebbe portato con sé Nicola a mo’ di lasciapassare ma gli omicidi, temendo che il piccolo potesse rivelare indizi alle forze dell’ordine, hanno deciso di riservare al giovane lo stesso destino del nonno affidatario, ucciso a colpi di pistola e bruciato assieme alla compagna.

Durante l’Angelus del 26 gennaio 2014 il Pontefice parlò di “evento senza precedenti”: purtroppo si sbagliava. La smentita temporalmente più vicina arrivò infatti già a maggio 2014, quando Pietro Azzena – 12 anni – fu trovato morto strangolato assieme ai genitori all’interno della loro casa a Tempio Pausania, in Gallura. La malavita tutela i propri interessi senza pietà e poco importa se a farne le spese sono persone innocenti.

L’elenco delle vittime, destinato inesorabilmente ad aggiornarsi almeno fin quando la malavità organizzata esisterà (www.archivioantimafia.org), ne è la testimonianza; scorrendolo troviamo altri esempi di giovani uccisi per mano mafiosa come Giuseppe Di Matteo, il 13enne tenuto in ostaggio per 789 giorni (23/11/93 – 11/1/1996) e poi strangolato e sciolto nell’acido solo perché figlio del collaboratore di giustizia – ed ex mafioso – Santino Di Matteo.

Andando ancora più a ritroso troviamo anche il nome di una ragazza, Graziella Campagna, uccisa a 17 anni con 5 colpi di lupara dopo aver trovato per puro caso – la giovane lavorava in una lavanderia – un documento nella tasca di una camicia di proprietà di un certo ‘Ingegner Cannata’. Il documento rivelò che il vero nome dell’uomo era Gerlando Alberti junior, nipote latitante del boss Gerlando Alberti: questo fu il motivo sufficiente per dare l’ordine di ucciderla. Morì il 12 dicembre 1985.

Ci fermiamo quà, lasciando al lettore la volontà di andare a rivedere le singole storie di coloro che da innocenti sono caduti in nome di quell’onore così tanto portato in auge dalla criminalità organizzata.

Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook