Carceri vuote: il caso scandinavo

Carceri vuote: il caso scandinavo

Si possono ridurre le incarcerazioni attraverso pene alternative e una diversa concezione del carcere? In molti paesi scandinavi tutto questo è già realtà. Piccolo viaggio nei penitenziari di Scandinavia.

Prigioni vuote. Sembra un’utopia ma in alcuni paesi democratici dell’Europa del nord i penitenziari hanno un aspetto e un valore assai diverso da come si interpretano generalmente. Qui i condannati per reati minori vengono letteralmente seguiti in un percorso volto al reinserimento nella società, senza essere stigmatizzati dalle comunità grazie a un sistema giudiziario incline alla fiducia verso il detenuto. Tutto ciò è possibile soltanto per il famigerato senso civico scandinavo? Non proprio. Il merito sta nell’’impostare un sistema carcerario sul concetto di non recidività che, unito a un complesso di leggi volte alla rieducazione, rende la Svezia un esempio a livello mondiale assieme ai paesi cugini Finlandia, Danimarca e Norvegia.

Ogni paese scandinavo possiede sostanzialmente lo stesso approccio nei confronti dei detenuti seppur con caratteristiche diverse. Nel caso norvegese per esempio, il giornalista Erwin James in un articolo del 2013 per il britannico Guardian, descrisse il carcere di Bastoy – lo stesso che ospitò anche Anders Breivik, il carnefice della strage filo-nazista di Oslo nel 2011– come “rivoluzionario” per i metodi applicati e la vivibilità dei locali. In Finlandia il carcere di Hameenlinna viene descritto in un articolo del New York Times riproposto da Repubblica come un complesso penitenziario “senza muri e con un sistema di larga indulgenza da parte dello stato” che ha portato a una riduzione drastica del numero di detenuti. Risultato: tasso di recidività dimezzato. Nel regno di Danimarca invece una grande attenzione è rivolta nei confronti dei rapporti umani che i carcerati possono intrattenere con i loro familiari durante il periodo di detenzione. Attraverso appositi colloqui organizzati in modo da garantire il ruolo sociale in famiglia del condannato prima dell’incarcerazione, il detenuto puo’ trascorrere molto tempo con i figli in aree gioco pedagogicamente studiate o consumare l’intimità con il proprio partner nella più totale privacy. Tornando in Svezia è interessante l’articolo pubblicato da Libération e tradotto dal settimanale Internazionale, dove viene descritta la prigione di media sicurezza di Skänninge, posta a duecento chilometri da Stoccolma: 234 persone – condannate da pene minori fino all’ergastolo – in celle confortevoli e senza sbarre. Qui i detenuti svolgono attività di vario genere volte alla riacquisizione di un equilibrio prima di tutto umano e predisposto al reinserimento nella società: dalla meditazione con i frati nella vicina cappella cristiana allo yoga; dall’acquisizione di vari certificati – come la patente nautica – alle attività sportive. Soltanto il filo spinato sulle lontane recinzioni ricordano l’immagine di un carcere. A questo va aggiunta l’opera di lavoro svolta dai carcerati che, insieme alle suddette attività, occupano gran parte della loro giornata: sei ore al giorno per cinque volte a settimana, tutti sono impegnati a lavorare.  All’interno dell’edificio, rientrato nel processo nazionale per la ristrutturazione dei penitenziari, i secondini non sono armati e sono rari i casi di ribellione registrati. Rilevanza è data anche all’attività delle varie associazioni che, assieme a diversi enti pubblici, lavorano a stretto contatto con il carcere affinché possano stabilire i presupposti umani e logistici per raggiungere l’obiettivo di una corretta riabilitazione civica dei detenuti. In maniera costruttiva la persona condannata viene seguita anche nel periodo successivo all’incarcerazione grazie a numerose iniziative educative svolte dal Brå, il Consiglio Statale per la Prevenzione del crimine. Nessuno viene abbandonato neanche in casi di droga: il percorso prevede metodi psicoterapeutici di cui anche i secondini conoscono le tecniche basilari per eventuale interventi volti ad aiutare i detenuti in caso di crisi d’astinenza e problematiche correlate.

Eppure la Svezia è una pese per alcuni frangenti ci è similare. In Italia la criminalizzazione vede un elevato numero di stranieri coinvolti, un dato fortemente distorto e strumentalizzato. La Svezia ha vissuto – e ancora vive – un alto flusso di immigrazione adeguatamente regolamentato che l’ha resa nel corso dell’ultimo decenni  uno dei paesi più ospitali in occidente. Dai focolai di immigrazione infatti il paese scandinavo ha accolto 100mila richiedenti asilo nel 2014 e ne aspetta oltre 105mila per l’anno corrente. Al di la delle tensioni interne riguardo la questione immigrazione – con i recenti fatti di cronaca in cui è coinvolta la destra xenofoba svedese per l’incendio di tre moschee a Uppsala – il paese appare fra i più organizzati in tal senso: quinto in tutta Europa per numero di immigrati. Il problema carceri nel nostro paese non è legato all’etnia del detenuto ma all’intero sistema carcerario italiano: il metodo punitivo ha dimostrato più volte i suoi limiti. Di carceri alternative ce ne sono in tutta Svezia e Scandinavia e la loro diffusione è resa possibile solo attraverso un sistema giuridico evoluto e basato su una profonda radice umanista. I magistrati infatti hanno a disposizione un corpus di leggi tali da poter assegnare a ogni caso diverse pene giudiziarie alternative come la sospensione condizionale o le cure mediche obbligatorie. La depenalizzazione dei reati minori ha consentito maggiore elasticità nel giudizio dei togati che, specie nelle sentenze con minori coinvolti,  vedono nel percorso riabilitativo eseguito da operatori e professionisti presso strutture riconosciute, la migliore via alla legalità. Questo sistema ormai consolidato rende le carceri svedesi praticamente vuote e le strade ‘paradossalmente’ più sicure: solo 4300 persone sono ospitate all’interno delle varie carceri e circa 13mila scontano il proprio conto con la giustizia al di fuori di queste grazie alle pene alternative. Non si tratta permessivismo ma civiltà e numeri alla mano il risultato finale parla chiaro. Dai dati UE emersi sulla popolazione carceraria, la Svezia ha 61 detenuti ogni 100mila abitanti, per un totale di 5868 carcerati, con una media delle pene attorno ai dieci anni e un tasso di criminalità- recidività fra i più bassi del mondo: record europeo di civiltà.

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