Migranti, rifugiati e migrazioni: chi e cosa sono al netto del filo spinato

Migranti, rifugiati e migrazioni: chi e cosa sono al netto del filo spinato

La pressione migratoria è l’insieme di condizioni che spingono le persone ad abbandonare i luoghi di origine per trasferirsi altrove. Il fenomeno trae origine addirittura dal periodo neolitico e i fattori che originano le migrazioni possono essere inquadrati in alcune macrocategorie: difficili condizioni economiche, politiche, socio-culturali e ambientali. E’ facile osservare un processo di accelerazione dei movimenti migratori, favorito – in epoca attuale – dalla creazione di unità territoriali transnazionali come il Nafta, l’Asean, l’Ue e alimentato dalla transizione demografica, dalla differenza di reddito e dalla mondializzazione dei trasporti. Come conseguenza dell’insieme di tutti questi aspetti, alcune aree del globo stanno attraversando una fase di mutamento dei rapporti con il fenomeno migratorio e l’Europa è proprio una di queste aree: essa, dopo secoli d’emigrazione, è divenuta terra d’immigrazione e la cattiva gestione politica del fenomeno sta originando problematiche che polarizzano – dividendola – l’opinione pubblica e alimentano fenomeni deprecabili riassumibili in una guerra tra poveri (anche di materia grigia).

L’Europa che oggi chiude le frontiere e tutti coloro che propendono verso politiche di esclusione – spesso alimentate con tecniche discutibili di mainstreaming e controllo dell’informazione – dovrebbero ricordare – o rendersi conto – che su 38 milioni di immigrati entrati negli USA tra il 1800 e il 1935, circa 35 milioni erano europei e – considerando lo stesso periodo – dei 14 milioni di immigrati giunti in america latina, 10 provenivano dall’Europa. Queste persone lasciarono il loro continente d’origine in cerca di una vita migliore, proprio come accade oggi, e come oggi, fenomeni di discriminazione, esclusione e violenza caratterizzarono il destino di quelle persone: basti ricordare il famoso linciaggio di New Orleans del 1891 o i fatti (riguardanti emigranti italiani in Francia) delle saline di Aigues Mortes del 1893. Tenendo conto di queste osservazioni, è chiaro come la democrazia e i princìpi di libertà siano stati violati in favore di un odio verso lo straniero che, nel caso italiano, si tradusse in una vera e propria ‘italofobia’, presente in USA, Canada, Svizzera, Belgio, Germania, Francia, UK, Slovenia e Croazia. Oggi, purtroppo, si assiste allo stesso fenomeno – con buona pace della democrazia e dei valori ad essa legati – e all’innalzamento di barriere (anche psicologiche) per chiamarsi fuori da un compito – quello dell’accoglienza – che tutta l’Europa dovrebbe invece prodigarsi a regolamentare e difendere in modo organico. Non farlo significa non aver recepito nulla dal passato da emigranti, significa trasformazione da vittima a carnefice, un cambio di posizione che si alimenta con motivazioni discutibili. Certo, il terrorismo è un elemento da non sottovalutare, ma – parole, non a caso, di Benjamin Franklin – è bene tenere presente una cosa: “Qualsiasi società che sacrifica un po’ di libertà per una maggiore sicurezza, non si merita nessuna delle due cose e le perde entrambe”. Va detto che l’Italia è vittima di un’ondata di immigrati irregolari (stimati in circa 1 milione e 300mila nel 2003) ma il problema non è dei migranti che arrivano nel territorio ma del sostanziale menefreghismo della politica, che chiude un occhio – come nel caso di Mafia Capitale – e consente agli speculatori di guadagnare soldi pubblici sfruttando la tragedia.

Menzione a parte meritano i cosiddetti rifugiati politici; secondo le stime dell’ONU sono circa 30 milioni e – sorprendentemente per alcuni ‘teorici’ catastrofistici del ‘siamo vittime di un’invasione’ – la maggior parte di essi è accolta nel cosiddetto Sud del mondo: essi, ad esempio, rappresentano circa il 21% della popolazione giordana e circa il 15% di quella del Sudan. La condizione del rifugiato politico è spesso penosa dal punto di vista sociale e psicologico e non di rado diviene tragica se si considerano le condizioni in cui sono costretti a vivere; ad esempio in Sudan o nel Mar Rosso i rifugiati sono malnutrti e si accalcano in aree sovraffollate, flagellati da malattie mortali come il colera e lo scorbuto.

Contrastare i ‘teorici’ pseudo politicanti nostrani del tweet o del post su Facebook, che pontificano sul fenomeno immigrazione per mero tornaconto elettorale, è abbastanza agevole: basta conoscere i dati ufficiali sui flussi per rendersi conto che nel periodo 1989 – 1995 il Paese dell’attuale Ue che ha accolto più immigrati dall’Est europeo è la Germania (+3.947.000), poi la Russia (+2.952.000) e così via fino ad arrivare all’Italia (che nel periodo registrò solo un +400mila). Alla luce di questi dati non sorprende il tentativo odierno di razionalizzazione degli ingressi in Germania (ma anche Francia e Regno Unito), sorprende la finta miopia (per mero tornaconto elettorale) di certa politica italiana che fonda il suo consenso alimentando una linea di terrore verso lo straniero che ci riconduce a due secoli fa. Lo stesso vale per chi oggi avalla l’innalzamento di reti di filo spinato o chiude le frontiere e ciononostante raccoglie consensi. Le soluzioni per stabilizzare (arrestare non è possibile) i flussi esistono, ma a quanto pare non c’è sufficiente volontà politica di attivarle in breve tempo. Una di queste potrebbe essere l’attivazione di strategie concrete e durevoli atte ad abbassare il livello di miseria nel terzo mondo, ma la manodopera a basso costo è un osso troppo succulento perché il cane lo molli facilmente. Numerose a tal proposito sono le aziende che realizzano un prodotto in una nazione sviluppata e poi – per risparmiare – delocalizzano la produzione in Paesi poveri servendosi, inoltre, di materiali più economici reperiti in loco.

Davide Lazzini
16 settembre 2015

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