Sblocca trivelle: Greenpeace e i ricercatori dell’università contro il decreto

Sblocca trivelle: Greenpeace e i ricercatori dell’università contro il decreto

trivellazioni“Il presidente Renzi e la sua maggioranza non vogliono ascoltare i cittadini che da mesi si stanno opponendo a questa folle politica fossile”, dichiara Giorgia Monti, responsabile della Campagna mare per Greenpeace Italia. Gli attivisti protestano in particolare contro l’articolo 38 del decreto ‘Sblocca Italia’, ribattezzato con sarcasmo ‘Sblocca trivelle’, perché rischierebbe di rendere i mari italiani un ‘far west’ in mano dei petrolieri, mettendo in pericolo l’ecosistema marino per estrarre poche gocce di petrolio.

Sempre secondo Giorgia Monti: “Matteo Renzi, che parla sempre di futuro e innovazione, sta legando il nostro Paese alle fonti fossili, energia del passato, attaccando le rinnovabili e ignorando le potenzialità dell’efficienza energetica. A pagare le conseguenze di queste scelte, in termini ambientali – ma anche economici e di occupazione – saranno, ancora una volta, i cittadini”.

A fianco di Greenpeace, che a giugno ha lanciato la petizione #nonfossilizziamoci – superando già le 80mila firme (www.greenpeace.org/italy) – c’è un gruppo di docenti e ricercatori dell’Università e dei Centri di ricerca di Bologna che, in virtù della conoscenza acquisita con gli studi e la quotidiana consultazione della letteratura scientifica internazionale, sentono il dovere di esprimere la loro opinione sulla crisi energetica e sul modo di uscirne. Questo gruppo ha quindi scritto al Presidente del Consiglio – e ai Ministri competenti – una lettera aperta nella quale criticano la politica energetica del Governo e presentano proposte alternative. Il pool di ricercatori ha altresì avviato una campagna di firme sul sito www.energiaperlitalia.it.

E’ palese la polarizzazione di vedute tra chi ha firmato il decreto e chi scorge in esso pericoli da non sottovalutare e opportunità mancate per quanto riguarda l’individuazione di fonti energetiche ‘pulite’. Ma quanto petrolio c’è in Italia? quali sono i possibili danni all’ambiente? I pozzi di petrolio e di gas in Italia sono modesti, molto frammentati e spesso situati a grandi profondità oppure ‘offshore’, e questo ha reso difficile sia la loro localizzazione che il loro sfruttamento. L’Italia è il 49° produttore di petrolio nel mondo. I giacimenti di greggio più importanti si trovano in Sicilia e nel suo immediato offshore, in particolare il giacimento di Ragusa (1500 metri di profondità) o quello di Gela (scoperto nel 1956, ha caratteristiche simili a quello di Ragusa e si trova a 3500 metri di profondità) e quello di Gagliano Castelferrato – scoperto nel 1960 – produce gas ed è situato a circa 2000 metri di profondità. Oltre a questi vi sono anche altri giacimenti nell’isola.

Nel resto della penisola ricordiamo – tra i più rilevanti – quelli dalla Val d’Agri in Basilicata e quello di Porto Orsini nell’Adriatico ravennate. La produzione petrolifera italiana si aggira attorno agli 80.000 barili al giorno, mentre quella gassifera è di circa 15 miliardi di metri cubi. La produzione nazionale rappresenta circa il 7% del consumo totale di petrolio, il rimanente 93% è pertanto importato dall’estero; la produzione nostrana, infine, corrisponde all’1% dellla produzione mondiale.

In sostanza il nostro petrolio è effettivamente poco e difficoltoso da estrarre, è reale il pericolo di fenomeni di subsidenza ovvero di lento sprofondamento verticale della bacino in superficie (continentale o marino), per la diminuzione della contropressione interna esercitata dalle rocce del ‘reservoir’, ormai sempre più povere di idrocarburi. La pressione dei pacchi rocciosi interposti tra la superficie e il giacimento subisce un aumento relativo, con il risultato di provocare una compattazione delle rocce porose, nelle quali la mancanza di idrocarburi nelle cavità provoca una diminuzione drastica della resistenza meccanica.

Questo fenomeno è alla base di forti instabilità geologiche non solo nei pressi dell’area di perforazione, ma anche nelle zone contigue, dove il riassestamento delle rocce in profondità può generare sismi, spesso entità rilevante. Un classico esempio di sprofondamento da subsidenza, è quello che si registra presso il delta del Po. In questo caso, si verifica l’azione combinata dell’accumulo di materiale sedimentario deposto dal fiume, e del progressivo svuotamento dei depositi di gas naturale lungo la costa adriatica. Per cercare di limitare simili problemi, oggi si inietta acqua salata all’interno delle rocce del ‘reservoir’, in modo tale che questa possa sostituire il petrolio e contribuire, al contempo, a mantenere un’adeguata contropressione interna alla roccia, da opporre alla spinta verticale dei pacchi soprastanti.

Il processo di iniezione dell’acqua nelle rocce parzialmente svuotate del giacimento non provoca un miscelamento con il petrolio ancora presente: le due sostanze hanno densità differenti. L’acqua favorisce l’estrazione del greggio poichè essa tende a migrare verso il fondo del giacimento e a sollevare l’oro nero, tuttavia occorre tener presente che secondo le stime, da un giacimento si riesce ad estrarre soltanto circa il 60% del greggio potenziale. Questo dato è significativo in quanto avverte che del poco petrolio che c’è, se ne potrebbe ricavare solo una percentuale piuttosto modesta. E’ vero che l’articolo 38 del decreto ‘Sblocca Italia’ prevede una valutazione di impatto ambientale e un processo di monitoraggio costante, ma questo non impedirà comunque l’incremento di trivellazioni e brillamenti (metodo di rilevamento sismico) in tutto il territorio della penisola.

Davide Lazzini
1 novembre 2014

 

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