Giovani e violenza, la “ragione della non-ragione”

Giovani e violenza, la “ragione della non-ragione”

giovani-e-violenzaMorto un ragazzo durante una lite scoppiata per futili motivi. Oggi finisce così la vita dei giovani, si interrompe bruscamente fuori dai locali, per strada, nei luoghi in cui dovrebbe essere l’aggregazione – e non un’arma – ad essere portata in tasca per essere adoperata. Ogni giorno si muore per uno sguardo – si dice – per un apprezzamento di troppo, per un’offesa o per il parcheggio sotto casa, ma siamo sicuri che le motivazioni che spingono all’omicidio siano solo quelle che leggiamo nelle cronache?

Chi ha già vissuto il fiore degli anni sa bene che in passato le liti tra coetanei esistevano, ma raramente l’omicidio veniva considerato una “prima ratio”, per spiegare l’inversione di tendenza si parte dal punto di vista antropologico. L’uomo è un animale sociale, e come tale si misura con gli altri simili: lo fa da millenni, ma il repentino cambiamento di “metodo” non è innato, deriva da diversi fattori che agiscono nelle coscienze, ipnotizzandole e trasformando il soggetto colpito in una macchina per uccidere.

La mancanza di educazione è uno dei motivi per cui la violenza sta dilagando, si stanno esaurendo i rapporti familiari e la conseguente mancanza di dialogo può costituire un grave pericolo in età formativa: è vero che viviamo in un’epoca chiamata (anche) post-idealismo, ma chi è genitore dovrebbe comprendere che se si vuole imprimere un cambiamento sostanziale all’incremento delle morti in età giovanile è necessario fornire una morale ai propri figli, altrimenti – diceva Ortega y Gasset – prevarrà un unico tipo di ragione: la ragione della “non-ragione”. Spesso è la miseria – intesa come precarie condizioni economiche e come pochezza intellettuale e di spirito – l’altro ingrediente che spinge i giovani ad uccidere con facilità: la brama di potere – non più semplice aspirazione innocente – e la paura di essere derisi se si rifugge lo scontro fisico completano il profilo di coloro che, educati dalla televisione e dai “mi piace” nei social network, hanno assorbito tutto il peggio da queste tecnologie.

La mente fa economia, cerca sempre la via più breve per risolvere un problema e, in quanto avvezza a scene di violenza di cui – purtroppo – ignora la gravità allora, al ripresentarsi di una condizione simile, la tendenza sarà quella di emulare il comportamento più efficace e più economico: ti uccido e non mi disturbi più.

Lo Stato riconosce i futili motivi come un’aggravante, con conseguente inasprimento della detenzione, ma questo non fermerà la violenza: è sufficiente considerare i paesi in cui vige la pena di morte per rendersi conto che nemmeno quest’ultima funge da deterrente. Se non si reintroducono i “valori” nel circuito educativo, presto anche chi ripudia la violenza sarà costretto ad andare in giro armato, si ritornerà verso un primitivismo della nostra storia, altro che postmodernismo.

Davide Lazzini
21 febbraio 2014

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