Il movente, la telefonata e i nodi irrisolti: cosa sappiamo davvero del caso Ranucci-Lavitola
Il 16 ottobre 2025 un ordigno esplode davanti alla casa di Sigfrido Ranucci, a Pomezia, distruggendo la sua auto e quella della figlia. Nessun ferito, ma un’onda d’urto — mediatica prima ancora che politica — che nei mesi successivi travolge tutti: il conduttore di Report, il suo entourage, e infine il suo amico di lunga data Valter Lavitola, ex direttore dell’Avanti!, arrestato il 10 agosto come presunto mandante dell’attentato. Dieci mesi dopo l’esplosione, il caso non si è chiuso: si è complicato. Perché se da un lato il gip di Roma Iole Moricca ha ricostruito un movente e ha escluso, allo stato, che Ranucci fosse consapevole del piano, dall’altro la stessa Procura ha ritenuto necessario tornare a sentire il conduttore di Report, e diverse testate hanno pubblicato nelle ultime settimane stralci di intercettazioni che sollevano interrogativi sinora senza risposta.
Il movente secondo il Gip: una bomba per far crescere Ranucci
Il punto di partenza per capire la vicenda è l’ordinanza di custodia cautelare firmata il 10 agosto dalla giudice per le indagini preliminari Iole Moricca, che ha disposto il carcere per Lavitola e per il suo collaboratore Gomes Clesio Tavares, ritenuto esecutore materiale insieme ad altri e oggi latitante in Africa. Secondo la ricostruzione accolta dalla giudice, l’attentato sarebbe stato architettato da Lavitola non per colpire Ranucci, ma per proteggerlo e insieme lanciarlo: un gesto pensato per apparire come un’intimidazione mafiosa, capace di aumentarne la popolarità e accelerarne un possibile ingresso in politica, di cui lo stesso Lavitola avrebbe sperato di beneficiare come «consulente ombra».
L’attentato sarebbe stato commissionato esclusivamente per accrescere la popolarità del giornalista e accelerare i suoi progetti in ambito politico. — dall’ordinanza del gip Iole Moricca, 10 agosto 2026
Secondo quanto riportano numerose agenzie e testate che hanno avuto accesso alle carte, il progetto affonderebbe le radici già nel 2024, quando in una chat Lavitola avrebbe scritto a Ranucci un messaggio diventato tra i più citati di questa vicenda, in cui ipotizzava per lui un futuro da candidato alle elezioni politiche. Negli stessi atti, il gip sottolinea come Lavitola coltivasse quell’idea da tempo, alimentandola ogni volta che il conduttore attraversava momenti di tensione professionale, e come al giornalista attribuisse un ruolo da protagonista di un possibile scenario politico nuovo. Su un punto, tuttavia, l’ordinanza è netta: allo stato degli atti non risulterebbe alcun elemento che indichi la consapevolezza di Ranucci rispetto al piano dell’amico. Il giudice descrive anzi il conduttore come vittima di una manipolazione costruita nel tempo, favorita dal legame personale tra i due e dall’abilità con cui Lavitola si sarebbe presentato come sostenitore leale nei momenti difficili.
La telefonata della notte del 4-5 luglio
È in questo quadro che si inserisce l’episodio più discusso delle ultime settimane. Nella notte tra il 4 e il 5 luglio, poche ore dopo la perquisizione con cui i carabinieri sequestrano computer e telefoni a Lavitola nel suo ristorante romano, l’ex direttore dell’Avanti! chiama Ranucci. Lo fa, secondo le ricostruzioni di stampa, usando il telefono della compagna, in un’auto dove però gli investigatori avevano già installato una microspia: la conversazione dura oltre due ore, ma solo una ventina di minuti — quelli in viva voce — vengono effettivamente intercettati. Il pubblico ministero Edoardo De Santis, titolare dell’inchiesta, la definisce negli atti «di fondamentale importanza per le indagini».
Nel tratto captato, secondo quanto ricostruito da più quotidiani, Ranucci mostra insofferenza per le domande sui possibili complici e invita l’amico a concentrarsi su un’altra pista, quella di un uomo identificato solo con il nome «Corrado», comparso in un’intercettazione tra due degli esecutori materiali che si raccomandavano di non farlo sapere a quest’ultimo. L’identità di questo Corrado resta a tutt’oggi incerta. Nella stessa telefonata, secondo la ricostruzione del Giornale, i due avrebbero anche ripercorso insieme diverse possibili spiegazioni — un pranzo, una birra con un terzo conoscente — per giustificare la presenza dei telefoni di Lavitola e di Tavares nei pressi dell’abitazione di Ranucci il 15 settembre 2025, un mese prima dell’attentato: ricostruzioni che, sempre secondo questa versione giornalistica, non avrebbero retto al confronto con i tabulati.
I nodi che la procura non considera chiusi
Il primo riguarda proprio il «buco» di circa due ore di conversazione mai intercettata: gli inquirenti starebbero verificando, tramite l’analisi dei telefoni sequestrati a Lavitola, quali contenuti — messaggi, documenti, file — si siano scambiati i due in quella finestra non captata dalla microspia. Il secondo filone riguarda un messaggio Signal che Daniele Autieri, giornalista e stretto collaboratore di Ranucci a Report, avrebbe inviato a Lavitola la sera stessa della perquisizione, chiedendo di sentirsi: una iniziativa che Autieri ha spiegato con finalità giornalistiche, ma che — secondo quanto riferito dal Giornale — non avrebbe del tutto convinto chi indaga, anche perché arriva a programma fermo per la pausa estiva e a ridosso della lunga telefonata tra Lavitola e Ranucci. Il terzo filone è quello, più circostanziale, di eventuali «segnali in codice» o allusioni scambiate nella conversazione, ipotesi su cui – secondo alcune ricostruzioni di stampa – gli investigatori avrebbero insistito a lungo nell’interrogatorio di garanzia di Lavitola del 12 agosto. Il quarto riguarda la fase successiva all’attentato: dai telefoni sequestrati emergerebbero messaggi in cui Lavitola indirizzava Ranucci verso piste alternative, compreso un possibile coinvolgimento di servizi segreti stranieri, e in cui lo avvertiva di un «livello di rischio potenziale con gli odiatori» molto alto — parole che, alla luce della confessione, assumono ora un significato diverso da quello con cui erano state lette all’epoca.
Va detto con chiarezza che questi elementi restano, allo stato, oggetto di verifica investigativa e non hanno prodotto alcuna iscrizione di Ranucci nel registro degli indagati: il conduttore di Report conserva la qualifica di persona offesa dal reato, la stessa attribuitagli fin dal 16 ottobre 2025. Fonti giudiziarie citate da diverse testate sottolineano che l’obiettivo di un possibile nuovo ascolto del giornalista sarebbe circoscritto a chiarire cosa sapesse delle intenzioni dell’amico, non a valutarne una responsabilità penale.
La versione di Lavitola e le sue crepe
Nell’interrogatorio di garanzia del 12 agosto, durato circa sei ore, Lavitola ha ammesso di essere il mandante dell’attentato, sostenendo però di averlo organizzato per rafforzare la protezione dell’amico, non per danneggiarlo. È la stessa versione che il gip definisce, nell’ordinanza, «fumosa» e priva di riscontri concreti: per la giudice lo scopo reale sarebbe stato quello di costruire, attorno a un finto attentato mafioso, una narrazione capace di aumentare l’esposizione mediatica di Ranucci senza mai metterne realmente a rischio l’incolumità — da qui, secondo l’accusa, la scelta di un ordigno collocato in modo da colpire le auto e non le persone. L’avvocato di Lavitola, Sergio Cola, ha annunciato ricorso al Tribunale del Riesame contestando sia le esigenze cautelari sia l’aggravante del metodo mafioso, e ha fatto sapere che dagli atti risulterebbe che lo stesso Ranucci avrebbe in precedenza chiesto un rafforzamento della scorta — elemento che la difesa userebbe per sostenere la tesi della finalità protettiva, e che la Procura non ritiene comunque sufficiente a giustificare l’azione dinamitarda.
La reazione di Ranucci e il fronte editoriale
Il 9 luglio, due giorni dopo l’iscrizione di Lavitola nel registro degli indagati, Ranucci è uscito allo scoperto raccontando pubblicamente il rapporto personale con l’amico — le cene, le frequentazioni — e precisando di non averlo più contattato dopo la perquisizione. Il 13 luglio, tramite il proprio legale, il conduttore e altri giornalisti di Report hanno presentato una denuncia per la diffusione di atti coperti da segreto istruttorio, comprese intercettazioni e verbali. È un fronte che si intreccia con quello, più strettamente politico-editoriale, del futuro di Report e dello stesso Ranucci dentro la Rai: diverse ricostruzioni giornalistiche danno per acquisita, all’interno dell’azienda, una linea che porterebbe a un suo allontanamento dalla conduzione, scenario che alimenta il timore — evocato da alcuni osservatori vicini al programma — di un «effetto Santoro», il riferimento al conduttore allontanato dalla Rai nel 2002.
Che Cosa È Accertato, Che Cosa Resta Da Accertare
Riassumere lo stato della vicenda richiede di tenere separati due piani che il dibattito pubblico tende a sovrapporre. Il primo è quello giudiziario: a oggi risulta accertato, nella ricostruzione fatta propria dal gip, che l’attentato sia stato voluto da Lavitola per un movente legato alla popolarità e alle ambizioni politiche del conduttore, e che non vi siano elementi per ritenere Ranucci consapevole del piano prima della sua esecuzione. Il secondo piano è quello, ancora aperto, delle verifiche sulla condotta di Ranucci dopo l’attentato: che cosa sapesse dei sospetti a carico dell’amico, perché nella telefonata del 5 luglio abbia insistito su piste alternative, e quale sia il contenuto delle due ore di conversazione non intercettate. Su questo secondo piano, allo stato, esistono solo domande formulate dagli inquirenti e ricostruzioni giornalistiche — in parte provenienti da testate storicamente critiche verso Report — non ancora tradotte in atti di accusa nei confronti del conduttore.
È una distinzione che vale la pena mantenere, perché la tentazione di leggere ogni nuovo stralcio di intercettazione come una prova di complicità rischia di anticipare un giudizio che, al momento, né la Procura di Roma né il gip hanno formulato. Resta, semmai, la domanda di fondo che la vicenda pone all’opinione pubblica: come sia stato possibile che un attentato dinamitardo — capace, per ammissione degli stessi inquirenti, di provocare vittime se qualcuno fosse passato in quel momento — sia maturato per anni all’interno di un rapporto di amicizia, senza che nessuno, a quanto risulta finora, se ne accorgesse in tempo.




