La bomba che avrebbe fatto “esplodere” l’ascesa politica di Mr Report

Per nove mesi la vicenda dell’ordigno esploso davanti a casa di Sigfrido Ranucci, la sera del 16 ottobre 2025 a Campo Ascolano, frazione di Pomezia, è stata raccontata secondo il copione più prevedibile: un giornalista d’inchiesta, la squadra di Report, minacce arrivate come ritorsione per i servizi scomodi trasmessi su Rai3. Un canovaccio che si è capovolto quando gli inquirenti hanno individuato, come presunto mandante dell’attentato, non un nemico di Ranucci ma un suo amico di lunga data: Valter Lavitola, ex direttore dell’Avanti!, ex editore, faccendiere già protagonista di alcuni dei più torbidi capitoli della cronaca politica italiana degli ultimi vent’anni.
Arrestato il 10 agosto scorso su ordinanza della gip di Roma Iole Moricca, Lavitola è accusato di aver commissionato l’esplosivo non per colpire Ranucci, ma, sostiene l’accusa, per lanciarlo verso una sua ascesa politica.
L’attentato risale alla notte tra il 15 e il 16 ottobre 2025: un ordigno rudimentale, composto da gelatina esplosiva per cava, distrugge due automobili parcheggiate davanti all’abitazione di Ranucci, quella del conduttore e quella della figlia. Nessun ferito, ma un impatto mediatico enorme, con solidarietà bipartisan e l’apertura immediata di un’indagine della Direzione distrettuale antimafia capitolina, che ipotizza fin dall’inizio l’aggravante del metodo mafioso.
A fine giugno 2026 scatta il primo giro di arresti: quattro persone di area avellinese-campana — Antonio Passariello, Saverio Mutone, Pellegrino D’Avino e Marika De Filippis — vengono ritenute gli esecutori materiali. Pochi giorni dopo, il 4 luglio, i carabinieri perquisiscono anche l’abitazione di Lavitola, che l’8 luglio viene sentito in Procura e si avvale della facoltà di non rispondere, pur rilasciando dichiarazioni spontanee. Il 10 agosto arriva la misura cautelare in carcere: per la Procura, Lavitola è il mandante, insieme al suo collaboratore camerunense Gomes Clesio Tavares, individuato come l’anello di collegamento con gli esecutori materiali e destinatario a sua volta di un ordine di arresto — mentre si trova, secondo gli investigatori, in Africa e non ha intenzione di rientrare.
Un’amicizia Sotto Processo
Il rapporto tra i due uomini risale a lungo tempo prima dell’esplosione. Lavitola, secondo quanto lo stesso Ranucci ha raccontato pubblicamente, era diventato negli anni tanto un amico quanto una fonte per alcune inchieste di Report, compresa quella del 2019 sugli appalti dei Canadair e degli elicotteri antincendio. I due si sentivano, per stessa ammissione del conduttore, con una frequenza quasi quotidiana, e si incontravano spesso nel ristorante romano di Lavitola a Monteverde, luogo di passaggio per politici, giornalisti e volti noti della Roma bene. Un’amicizia mai nascosta: già nel 2023 una foto pubblicata dal Riformista aveva ritratto Ranucci a cena con Lavitola, tanto da spingere il senatore Maurizio Gasparri a chiedere spiegazioni in Commissione di vigilanza Rai.
È proprio su questo legame che la Procura costruisce la sua ricostruzione più delicata: quella di un’amicizia usata, e non condivisa. Nell’ordinanza si legge che non è emerso alcun elemento per sostenere che Ranucci fosse a conoscenza del piano, e la gip Moricca descrive il conduttore come vittima due volte — dell’attentato e della manipolazione dell’amico. Una lettura che si scontra però con un’altra biografia, quella di Lavitola: dietro di lui ci sono la vicenda della casa di Montecarlo che affossò la carriera politica di Gianfranco Fini, l’inchiesta sulla presunta compravendita di senatori per far cadere un governo di centrosinistra, il tentativo di estorsione ai danni di Silvio Berlusconi legato al giro di escort delle cene eleganti, tangenti su appalti a Panama e uno scandalo legato a fondi per l’editoria. Un curriculum che agli occhi degli inquirenti rende Lavitola tutt’altro che un ingenuo protettore, e che la stessa gip definisce di persona spregiudicata, dotata di una fitta rete di conoscenze internazionali.
Il movente: “tra due anni fai il presidente”
Il cuore della vicenda, quello su cui vale la pena soffermarsi, è la ricostruzione del movente contenuta nelle circa duecento pagine dell’ordinanza di custodia cautelare. Secondo la Procura, capeggiata dal pm Edoardo De Santis, l’attentato non doveva mettere in pericolo l’incolumità di Ranucci, ma produrre l’effetto opposto:
trasformarlo in un simbolo, aumentarne l’esposizione mediatica, blindarne la posizione alla guida di Report proprio mentre da destra si moltiplicavano gli attacchi al programma e le pressioni per un suo allontanamento dalla conduzione. Un’operazione di ingegneria dell’immagine costruita, secondo l’accusa, per generare consenso attorno alla figura del giornalista e accelerare un progetto più ambizioso: la sua discesa in politica.
“Sarebbe il momento di andarsene. Una buonuscita da botto e fra due anni fai il presidente.” Queste le parole incriminate da una conversazione intercettata attribuita a Valter Lavitola
Le intercettazioni citate negli atti restituiscono un Lavitola convinto di poter guidare in prima persona la costruzione del futuro politico dell’amico, arrivando a immaginare per sé una percentuale di consenso enorme in caso di corsa elettorale condotta senza il sostegno di un partito organizzato. Un disegno che, secondo la ricostruzione della gip, avrebbe avuto un duplice obiettivo: da un lato proteggere Ranucci dagli attacchi che ne minacciavano la conduzione di Report, rendendolo un bersaglio della criminalità organizzata e quindi, paradossalmente, più difficile da rimuovere; dall’altro costruirgli una visibilità capace di tradursi in consenso elettorale, con Lavitola pronto a ritagliarsi un ruolo di primissimo piano nel nuovo scenario politico che immaginava di aver contribuito a creare.
Gli investigatori ricostruiscono anche i sopralluoghi che avrebbero preceduto l’attentato: un primo, effettuato da Lavitola da solo il 7 settembre 2025 davanti all’abitazione di Ranucci a Pomezia; un secondo, il 15 settembre, compiuto insieme a Tavares, che avrebbe preso nota dei luoghi senza alcun contatto con il conduttore; infine, il 10 ottobre, sarebbe stato lo stesso Tavares a mostrare l’abitazione ai quattro esecutori, che agiranno sei giorni più tardi. Una filiera organizzativa che la Procura considera coerente con l’aggravante del metodo mafioso, contestata sia a Lavitola sia alla banda irpina incaricata di piazzare l’ordigno.
il caso report
Ranucci, appresa la notizia dell’incriminazione dell’amico, si è detto pubblicamente sconcertato, ribadendo di non credere che Lavitola avrebbe mai voluto fare del male a lui o alla sua famiglia, e definendo l’esplosivo un messaggio destinato in realtà a qualcun altro. Il suo avvocato, Roberto De Vita, ha parlato di un arresto che conferma la gravità e la complessità della vicenda, sottolineando come sarà fondamentale ricostruirne movente e contesto. Nel frattempo la vicenda ha avuto ricadute dirette sul programma: la Rai ha sospeso le repliche estive di Report e avviato verifiche interne sul metodo di lavoro della trasmissione, mentre da settori del centrodestra — a partire dalle pressioni riferite dallo stesso Ranucci in una conversazione con Lavitola sul presunto giro di vite deciso ai vertici Rai — si è alzato un pressing politico-mediatico interpretato da più parti come un tentativo di indebolire il programma proprio nel momento più delicato dell’inchiesta.
I Nodi Ancora Aperti
Restano diversi punti da chiarire. Il primo riguarda la latitanza di Gomes Clesio Tavares, l’uomo indicato come cerniera operativa tra Lavitola e gli esecutori materiali, attualmente ricercato e presumibilmente in Camerun: un viaggio in Africa che lo stesso Lavitola aveva programmato a giugno, salvo annullarlo dopo la notifica del decreto di perquisizione, viene citato dagli inquirenti come indizio del rischio di fuga che ha motivato l’arresto. Il secondo nodo è la tenuta stessa della tesi accusatoria: una bomba pensata per aumentare la popolarità di un giornalista, anziché per intimidirlo, è un’ipotesi che richiede di essere sorretta da riscontri solidi, e non a caso diverse testate — compresa quella online più attenta ai retroscena della politica romana — hanno sollevato il dubbio se il cosiddetto progetto “Ranucci premier” fosse davvero un piano d’aiuto oppure, al contrario, un disegno per bruciare mediaticamente il conduttore, magari sfruttando il suo stesso passato professionale come leva di pressione. Resta infine da chiarire il ruolo che, in questa architettura, avrebbero giocato i tentativi di Lavitola di accreditare fin da subito piste alternative, dai servizi segreti stranieri alla criminalità organizzata generica, ipotesi che secondo l’accusa avrebbero potuto servire proprio a coprire la sua regia.
Il processo, con l’udienza di convalida e i successivi gradi di giudizio, dovrà stabilire se la ricostruzione della Procura reggerà al vaglio dibattimentale. Nel frattempo, il caso Ranucci-Lavitola resta un caso di scuola sul rapporto opaco tra giornalismo, potere e ambizione politica in Italia: la storia di un’amicizia trasformata, secondo l’accusa, in un dispositivo di costruzione del consenso — con un ordigno esplosivo come acceleratore di carriera.




