Il caso Sea Watch

In questi giorni è stato revocato il provvedimento di fermo della Sea Watch 5. A deciderlo il tribunale di Catania che ha deciso di stoppare il fermo di 15 giorni e la relativa multa. “Presto torneremo nel Mediterraneo e saremo pronti a supportare le persone in transito”, afferma la ONG tedesca. La decisione arriva quasi nelle stesse ore del dispositivo del tribunale di Palermo che ieri ha stabilito che Sea-Watch sarà risarcita di 76 mila euro, più spese legali per circa 14 mila euro, per il blocco subito nel 2019 dopo il caso della comandante Carola Rackete.
Cos’è la Sea Watch
La Sea-Watch è una organizzazione non governativa umanitaria senza scopo di lucro tedesca fondata nel 2014, avente come scopo la conduzione di attività di ricerca e salvataggio in mare nella regione del Mediterraneo. Oltre alle missioni di salvataggio con le sue navi di soccorso, Sea-Watch sostiene anche l’iniziativa di sorvolo del Mar Mediterraneo alla ricerca di imbarcazioni in difficoltà avviata nel 2016 dal pilota svizzero Fabio Zgraggen. Sea-Watch è un’entità in continua espansione, formata prevalentemente da volontari che arrivano da ogni angolo d’Europa. Essa mantiene la sua indipendenza sia politica che religiosa e si sostiene unicamente attraverso contributi volontari. Sea-Watch è stata finora coinvolta nel soccorso di oltre 50.000 persone.
Il caso Rackete
La Sea Watch è stata nel 2019 al centro del dibattito pubblico per un fatto che riguardava Carola Rackete, attivista umanitaria e comandante della nave umanitaria Sea-Watch 3. La Rackete, il 29 giugno 2019, forzò il blocco navale a Lampedusa per far sbarcare 42 migranti, speronando una motovedetta della Guardia di Finanza. Arrestata per resistenza e violenza, fu presto rilasciata perché il GIP riconobbe lo stato di necessità per salvare vite umane, archiviando poi le accuse. La Sea-Watch 3 era rimasta bloccata in mare per oltre due settimane. Rackete decise di entrare in porto nonostante il divieto dell’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini. Sebbene inizialmente arrestata, le indagini sul presunto favoreggiamento dell’immigrazione clandestina sono state archiviate. Dopo la vicenda, Rackete si è candidata ed è stata eletta al Parlamento Europeo nel 2024 con il partito tedesco Die Linke, dimettendosi poi nel luglio 2025 per tornare all’attivismo ambientale.
Cosa accade oggi tra Catania e Palermo
La decisione di Catania fa riferimento al salvataggio di 18 persone lo scorso 25 gennaio e alla conseguente assegnazione della città siciliana quale porto sicuro. Nel barchino in difficoltà soccorso dalla Sea-Watch 5 c’erano anche due bambini piccoli. L’intervento spiega la ONG, è avvenuto in acque internazionali, nella zona SAR libica, e la sanzione sarebbe stata disposta dalle autorità italiane poiché non avrebbe comunicato alle autorità libiche le posizioni di soccorso, “viste le continue violazioni dei diritti umani”, spiega la ONG. Almeno 15 cadaveri sono stati trovati sulle coste di Calabria e Sicilia negli ultimi giorni. Quindici persone che hanno tentato di attraversare il Mediterraneo. A riferirlo il cartello delle ong. Sarebbe una delle conseguenze della furia del mare provocata dal Ciclone Harry nelle scorse settimane. Secondo le organizzazioni umanitarie sarebbero un migliaio i dispersi in mare. “Vite che si sono concluse ai confini dell’Europa. E queste sono solo quelle che vediamo”, commenta Sea Watch.
Il tribunale di Palermo, inoltre, in questi giorni ha disposto che i ministeri dell’Interno, dei Trasporti e dell’Economia e la prefettura di Agrigento dovranno risarcire alla Ong tedesca Sea Watch le spese documentate dalla stessa organizzazione, pari a 76mila euro – più 14mila euro per spese di giudizio – per i danni patrimoniali subiti dalla nave Sea Watch 3 in seguito al fermo amministrativo avvenuto dal 12 luglio al 19 dicembre del 2019, a Lampedusa. A quanto pare, la premier Giorgia Meloni non l’ha presa benissimo, postando un video sui social allo scopo di commentare una decisione “che lascia letteralmente senza parole”. “La sentenza del Tribunale di Palermo è stata emessa da una magistrata competente e preparata, dopo l’esame del materiale probatorio e il contraddittorio tra le parti. Come ogni decisione è impugnabile. Denigrare i giudici per un provvedimento non condiviso o non gradito, magari senza neppure conoscerne le motivazioni, non ha nulla a che vedere con quel diritto di critica delle decisioni giudiziarie che va riconosciuto ad ogni cittadino”. ha replicato alle critiche il presidente del tribunale di Palermo Piergiorgio Morosini.
Secondo il Tribunale di Palermo, la responsabilità dello Stato è stata duplice: da un lato non ha risposto al ricorso nei tempi previsti, dall’altro ha continuato a trattenere la nave, sostenendo che la pratica fosse ancora «in fase di definizione», nonostante per legge l’efficacia del sequestro dovesse ritenersi cessata già dal 1° ottobre 2019. Questa condotta è stata giudicata come una negligenza colpevole dello Stato, e da questa negligenza è derivato un effetto concreto: la nave è rimasta ferma più a lungo di quanto avrebbe dovuto. Proprio quel prolungamento, giudicato illegittimo, ha generato un danno che, secondo la sentenza, deve essere risarcito. Oltre ai circa 76 mila euro a titolo di risarcimento, lo Stato è stato condannato al rimborso delle spese di lite dell’intero giudizio civile. Il Tribunale le ha liquidate in 14.103 euro, secondo il criterio ordinario della cosiddetta “soccombenza”: in concreto, chi perde la causa paga i costi del processo.
Alla luce della motivazione della sentenza, le polemiche politiche si concentrano su un dato che, nel testo del provvedimento, non ha un significato simbolico o “politico”. Il Tribunale non ha riconosciuto somme forfettarie o punitive, ma esclusivamente danni patrimoniali documentati e direttamente collegati al protrarsi ritenuto illegittimo del fermo. La decisione del Tribunale di Palermo applica un principio di diritto generale: quando lo Stato viola una norma e da quella violazione deriva un danno economicamente dimostrato, quel danno va risarcito. In questo quadro, la sentenza non si fonda sull’identità del soggetto coinvolto, ma sul fatto che un obbligo previsto dalla legge non è stato rispettato e che da quell’inadempimento sono scaturiti costi concreti.




