Cancellare la Cancel culture?
Attualità
11 Novembre 2021

Cancellare la Cancel culture?

Dopo #MeeToo e Black Lives Matter l’espressione è in voga e ha creato divisione nell’opinione pubblica americana e non solo, anche e soprattutto perché ad imporre una sola visione sono quelle considerate, impropriamente, ‘minoranze’.
La questione è però ben più delicata e l'importazione dei termini dalla lingua madre ha generato in Italia un calderone nauseabondo, il cui ingrediente principale è uno soltanto: la polemica.

di Diana Daneluz

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«La denigrazione morale, il boicottaggio e la cancellazione delle concezioni del mondo opposte alle proprie hanno accompagnato la storia dell’umanità» ci ricorda Marco Damilano in uno dei suoi “spiegoni”. Qualcuno, scrive ancora Nicola Porro in un suo articolo, crede alla “pretesa di originalità” della cancel culture, quando invece è dai tempi delle avanguardie che pretendono di avere la verità in tasca che essa esiste. 
Ma dopo #MeeToo e Black Lives Matter l’espressione è in voga e ha creato divisione nell’opinione pubblica americana e non solo, anche e soprattutto perché ad imporre una sola visione sono quelle considerate, impropriamente, ‘minoranze’.
Rispetto alla “cancel culture” si pongono problemi innanzitutto di corretta definizione della stessa, ma anche di comprensione alla fine se tale cancel culture, e similiarmente il politically correct, – come di fatto impedimento/annullamento del confronto e del dibattito – esista davvero o meno.
I due termini non si equivarrebbero, in realtà, ma sovente sono impiegati come sinonimi e usati per dibattiti senza uscita su cosa voglia dire essere «corretti» oppure «cancellati» oggi.

Cancel Culture

Si parta dalle definizioni. Per la Treccani l’espressione inglese composta dai sostantivi cancel (cancellazione) e culture (cultura, con riferimento in particolare alla rimozione dal proprio elenco di amici, preferiti e simili nei social media), definisce «un atteggiamento di colpevolizzazione, di solito espresso tramite i social media, nei confronti di personaggi pubblici o aziende che avrebbero detto o fatto qualcosa di offensivo o politicamente scorretto ai quali vengono pertanto tolti sostegno e gradimento».
L’attivista nera Loretta Ross, invece, la definisce così: «Cancel culture è quando le persone cercano di espellere chiunque non sia perfettamente d’accordo con loro, piuttosto che rimanere concentrate su coloro che traggono profitto dalla discriminazione e dall’ingiustizia»: una cultura della cancellazione in questo caso come mezzo di pressione. E in Wikipedia la locuzione viene intesa come una forma moderna di ostracismo nella quale qualcuno diviene oggetto di indignate proteste e di conseguenza estromesso da cerchie sociali o professionali, sia online sui social media che nel mondo reale, o in entrambi. 

Ab origine e a seguire

La Cancel culture nasce, si evolve negli USA, viene strumentalizzata dalle destre, e, da noi, in Italia probabilmente travisata. E’ Clyde McGrady ad individuare il preciso momento in cui “to cancel” è entrato nel gergo degli afroamericani, per poi utilizzato contro di loro dai bianchi: quando lo sceneggiatore Barry Michael Cooper fece pronunciare le parole «Cancel that bastard» ad uno dei personaggi del film del 1990 “New Jack City”, che narra la storia di alcuni spacciatori afroamericani durante la così detta invasione del crack a New York. A pronunciare la frase è Nino Brown, esponente di punta dello spaccio in città, e nelle intenzioni di Cooper il verbo “to cancel” serviva ad esprimere la sua onnipotenza. L’espressione, qualche anno dopo, viene fatta propria dalla community detta Black Twitter: su twitter e sui social “to Cancel someone” diventa un modo di dire per intendere “togliere il like”, “smettere di seguire” e “togliere il supporto”.

In Italia, fino alla fine del 2019, la stampa riporta abbastanza correttamente cosa sia la Cancel culture. La locuzione non è ancora distorta. «Il Foglio» sarà il primo giornale italiano ad occuparsi di Cancel culture nel senso deteriore odierno.  Nel dicembre 2019, il Macquarie Dictionary elegge parola dell’anno Cancel culturel’atteggiamento all’interno di una comunità che richiede o determina il ritiro del sostegno ad un personaggio pubblico”, motivando la scelta col fatto che si tratta di «un atteggiamento così pervasivo che ora ha un nome, la Cancel culture della società è diventata, nel bene e nel male, una forza potente». «Il Foglio», nel commentare la notizia, si chiede: «Quanti sono i libri finiti al macero ancor prima di essere pubblicati? Quanti i quadri, da Balthus a Gauguin passando per Schiele e Picasso, che si è fatto o si voleva far sparire dalla vista del pubblico nei grandi musei, processandoli ex post per la condotta sessuale poco reprensibile dei loro autori? Quanti i direttori d’orchestra, i cantanti, i ballerini, scomparsi dal mondo della musica classica e operistica? […] Quante le statue […] tirate giù? Quanti i cartoni animati archiviati per sempre o le musichette jazz poco edificanti fagocitate dalla nuova doxa antirazzista e militante?»

Ecco che, per la prima volta, il #MeToo, la richiesta di abbattimento delle statue, il macero, la censura e persino i cartoni animati vengono mischiati in un unico calderone sotto l’egida della Cancel culture. In concomitanza con l’omicidio di George Floyd e l’ondata ondata di proteste che prese piede in tutto il mondo. Floyd viene assassinato da un poliziotto il 25 maggio 2020, negli USA la comunità afroamericana e non solo scende in piazza, il mondo dello sport si schiera, anche in Italia.
La stampa, che per la prima metà del 2020 ha del tutto ignorato il fenomeno, comincia ad occuparsi in maniera compulsiva di (quella che chiama) Cancel culture: “non si può più dire niente”, “per colpa del politicamente corretto non si può dire nulla” o “dittatura del politicamente corretto” sono ormai una costante del dibattito pubblico, a livello internazionale, per denunciare una sorta di polizia morale della sinistra. In questa narrazione, chi sta dalla parte del “politicamente corretto” è spesso etichettato in modo negativo – “nazifemminista”, “buonista”, “radical chic”,”moralista”, “talebano”. A queste etichette vanno aggiunte due ampiamente dispregiative ampiamente usate in Gran Bretagna e Stati Uniti, e che si stanno affacciando anche in Italia: “social justice warrior” e “woke”. 

Qualche caso

A gennaio scorso un deputato nero del Missouri conclude il suo intervento al Congresso così: “Amen and a-woman”, in riconoscimento del numero di donne appena elette a Washington. Il mondo ne ride, di lui, della battuta e della sua pretesa di inclusività. Si scatenano le destre, non solo in Italia, tuonando contro la cancel culture e il politically correct che a loro dire non permetterebbero più la libertà di espressione. Arriva maggio e stavolta tocca a Biancaneve e al bacio “non consensuale” datole dal Principe Azzurro. Anche qui in Italia avvio al dibattito, su ogni mezzo e canale. In verità, nel primo caso si tratta di un modo di dire che non ha niente a che fare con il progressismo contemporaneo, ma con la tradizione dei predicatori del Sud degli Stati Uniti e il gioco di parole aveva lo scopo di rispettare la neutralità di genere: insomma, è stato tutto un misunderstanding.  Nel secondo caso si è trattato di una bufala. Ma i casi controversi sono molti di più.

La polemica

Il dibattito in corso sulla cancel culture, spesso sovrapposto a quello sul politicamente corretto, ha dentro molto e ha al centro la diffusione di nuove sensibilità sui linguaggi da adottare e sulle parole da evitare e su quelle da usare per il rispetto delle diversità. I difensori della cancel culture la vedono come mezzo per combattere le diseguaglianze razziali, di genere ed economica, pur rendendosi conto che le sue manifestazioni possono a volte essere sommarie. Più in generale è visto come strumento di attivismo da parte di un certo progressismo popolare per lo più giovane e di matrice, appunto, statunitense. D’altra parte essa ha molti detrattori sia da destra – per la quale limiterebbe la libertà d’espressione – sia da sinistra, con le stesse motivazioni, o per il rischio connesso di un impoverimento del dibattito intellettuale, o per i metodi considerati intimidatori o infine per la pretestuosità, in molti casi, dei contenuti.

Molti intellettuali infatti avvertono come la polemica sulla cancel culture sia in realtà frutto di un fraintendimento o quanto meno di un ingigantimento e parlano di un’“ansia generazionale” per  quelle élite che cadono nella tentazione di servirsi di analogie storiche drammatiche per descriverla. Come «L’Economist» che ha paragonato l’avanguardia culturale progressista di oggi alle chiese di stato del 1600. «Nell’Inghilterra della Restaurazione, l’Università di Oxford bruciava le opere di Hobbes e Milton nel grande cortile accanto alla Biblioteca Bodleiana. Oggi gli accademici mettono avvertimenti sui libri, avvisando gli studenti dei pericoli che si corrono leggendoli. I giovani editori cercano di far ‘cancellare’ i libri controversi».

C’è poi chi sostiene che la cancel culture miri a cancellare le tracce di un passato caratterizzato da valori e ideali anacronistici per i nostri tempi, in particolare la cultura patriarcale e l’odio razziale. In Italia, per esempio, viene utilizzata quasi esclusivamente con la seconda accezione. Come ha evidenziato da ultimo Mario Del Pero, la discussione in Europa viene portata avanti su binari diversi da quelli statunitensi e cade sovente in eccessi mentre quello che conta è cercare un compromesso: essere sensibilizzati e consapevoli che il linguaggio, che noi diamo per scontato, è in realtà gravido di implicazioni e che una battuta innocente può essere considerata facilmente scorretta; d’altra parte il radicalismo sui temi legati alla razza e al genere non è nato dal nulla perché nella storia europea e, in particolare, statunitense, tali discriminazioni di razza e di genere hanno segnato dall’inizioquella stessa storia. In Italia Zerocalcare ha dedicato un suo fumetto a rispondere, in modo forse affastellato, alle “discussioni sulla censura, la cancel culture, il politicamentecorretto“ e a proposito del politicamente corretto parla di una «dittatura immaginaria». Il che forse, però, non significa che la sottovaluti. Nelle ventisei pagine del fumetto, Zerocalcare mostra di avvertire una inquietudine, che cerca di esplicare, mentre nel prologo fa sua una definizione quasi accademica, chiamando la cancel culture una «forma di boicottaggio» tarata su parametri del dibattito statunitense «sulla diversità e l’inclusività». Una moda d’importazione che farebbe dire a molti che «non si può più dire niente». Chi denuncia ogni giorno casi immaginari di politicamente corretto e cancel culture è solo qualcuno spaventato dai cambiamenti che stanno investendo il mondo. Insomma, la cancel culture non esisterebbe. Quelli tirati fuori dai giornali americani e poi gonfiati dalla stampa e in qualche caso strumentalizzati dalle destre sarebbero solo episodi travisati o insignificanti. 

Alla fine, un problema di linguaggio

L’utilizzo dell’espressione “cancel culture” per identificare i fenomeni più disparati è un esempio di ridefinizione del significato, un processo che ingenera confusione e rischia di far perdere il senso originario del termine. Per motivi polemici, è stato detto, o politici. E il rischio è anche quello concreto di contribuire ad aumentare la sfiducia delle persone verso la necessità e opportunità di un proficuo scambio e dibattito pubblico. Sui contenuti e nel merito delle cose.