Attualità
7 Settembre 2021

Pangea: l’importanza di una Onlus a Kabul

La fondazione ha aiutato negli anni 63.000 donne, 315.000 bambini e dato vita ad undici progetti in tre paesi tra cui l’Afghanistan

di Marta Giorgi

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Se si digita Pangea su un qualsiasi motore di ricerca, tra i primi risultati ci sarà sicuramente il sito della Fondazione Pangea Onlus

Pangea è un termine che sentiamo dalle elementari, da quando la maestra ti spiegava l’origine di quest’ultimo: prima ancora di Internet e della Onlus in cima alle ricerche, tra il Paleozoico e il Mesozoico, Pangea era il supercontinente che includeva tutte le terre emerse della Terra, fino a dividersi con lo scorrere degli anni e a formare tutti i continenti che conosciamo oggi.  Molti secoli dopo, un gruppo di persone decide di aprire una Onlus con lo stesso nome.
Fondata da Luca Alberto Lo Presti nel 2002, la Onlus si presenta come un gruppo di donne, famiglie e comunità:

“Pangea siamo tutti… siamo decine di migliaia di donne e di famiglie che hanno ricominciato a vivere e a sentirsi parte attiva del mondo, grazie alla volontà, al coraggio e a progetti che si basano sulle reali aspirazioni e potenzialità delle persone”

La fondazione ha aiutato negli anni 63.000 donne, 315.000 bambini e dato vita ad undici progetti in tre paesi: l’Italia, l’India e l’Afghanistan. Quest’ultimo, negli ultimi mesi, è stato quello che è finito al centro delle notizie principali, in seguito all’arrivo dei talebani a Kabul a metà agosto, dopo la ritirata delle truppe americane.

La crisi afghana e il ruolo delle Onlus

Un progetto nato nel 2003 con l’intento di aiutare, tramite microcrediti, progetti lavorativi e di formazione, le donne e i bambini del territorio. 
Sullo sfondo della fine dell’occupazione americana e del ritorno dei talebani, il progetto di Pangea rischia di chiudere. Ma i membri della fondazione non si arrendono e nelle settimane che seguono l’annuncio del presidente americano Biden, le loro grida d’aiuto risaltano sulle pagine dei principali social. Le loro vicende, la loro sopravvivenza, diventano una sorta di diario, aggiornato continuamente tramite storie di Instagram e post di Facebook. 

E’ in momenti come questo che il ruolo delle Onlus e delle varie associazioni mostrano al mondo il ruolo per il quale sono state fondate: non abbandonare le persone che credono in loro. 

Il diario della paura: aggiornamenti da Kabul

È il 10 agosto quando per le strade di Kabul iniziano ad esserci le prime tensioni: 

“l’Afghanistan vive un momento di incertezza e di paura. Pangea ha fatto delle promesse e continua con coraggio il suo lavoro…Pangea non si ferma.”

E’ questo il primo post sulla vicenda, il primo campanello d’allarme. Una paura che si concretizza il 14 agosto, quando le attiviste della fondazione sono costrette a nascondersi in casa e gli attivisti dall’ Italia rimangono in contatto con loro grazie ad internet, trasmettendo tutta l’angoscia di quegli istanti sulle pagine social:

“Sono ore piene di angoscia e preoccupazione. Mentre scriviamo queste righe i talebani sono alle porte di Kabul e non sappiamo cosa succederà… abbiamo fatto delle promesse e faremo di tutto per mantenerle. Non le lasciamo sole. Non lasciateci soli!”

Seguono giorni di terrore: le attiviste nascoste nelle varie abitazioni passano notti insonni, con la paura che da un momento all’altro i talebani possano entrare nelle loro case, prelevarle e ucciderle.

In tutta questa vicenda però c’è anche una nota positiva: dall’ Italia, in migliaia rispondono alla chiamata d’aiuto della Onlus. Tra profili noti o meno dei social, Pangea si ritrova sommersa da notifiche: molti profili cominciano a menzionarli nei propri post e storie, c’è gente che vuole aiutarli. È così che parte una raccolta fondi sul sito della Onlus destinata ad aiutare le attiviste rimaste a Kabul, dove la loro esistenza è in bilico tra la vita e la morte. 

Nel frattempo altre donne si presentano alla porta della sede, in cerca d’aiuto mentre altre quindici attiviste vengono fucilate per le strade della città. 

L’aereoporto di Kabul nei giorni successivi l’arrivo dei talebani (Photo by – / AFP)

Le persone cominciano a recarsi all’aeroporto, nella speranza di una via di fuga. C’è chi sale sulle ruote dei carrelli degli ultimi aerei di linea, chi cade nel vuoto. Immagini queste che ricordano molto i falling men dell’11 Settembre. 

Nello stesso momento, le donne di Pangea con le loro famiglie hanno paura di uscire per raggiungere l’unica via di salvezza, l’aeroporto della capitale, dove nel frattempo i soldati americani insieme a quelli di altre nazioni tra cui l’Italia, stanno allestendo le ultime partenze dei voli militari, per portare in salvo connazionali e collaboratori afghani. Si creano lunghe code, ci sono risse per le strade. Gente che muore schiacciata tra la folla o che viene picchiata e uccisa dai talebani. Ci sono madri disperate che passano i figli ai soldati, oltre il filo spinato. 
In tutto questo, le attiviste di Pangea, dopo aver prelevato più soldi possibili dalle banche in chiusura, cominciano a distruggere tutto quello che prova la loro attività all’interno di una Onlus che promuove l’emancipazione femminile, un’organizzazione scomoda ai talebani: tutti i documenti in loro possesso vengono bruciati insieme alle foto, quelle digitali vengono eliminate dai cellulari e censurate sui social della fondazione. 
Una delle ragazze decide anche di cambiare i nomi degli attivisti dall’Italia con cui è in contatto: chiede a quest’ultimi di cambiare la foto di whatsapp perché ha paura che se i talebani scoprono il suo telefono, potrebbero capire che è un attivista e ucciderla. 
Tutti i sogni di queste ragazze, tra cui la costruzione di una scuola per bambini sordi, sembrano andare distrutti insieme alle ceneri dei documenti. 

È in questa situazione d’emergenza che i membri di Pangea cominciano a capire che l’unica soluzione è quella di portare in salvo le attiviste, donne che hanno avuto il coraggio di non accettare la condizione d’inferiorità femminile di un paese martoriato come l’Afghanistan e di provare a cambiarla. Pangea racchiude molte storie: ci sono ragazze che hanno aperto attività commerciali, chi ha cominciato a studiare e ad andare all’università, chi ha frequentato corsi di formazione. 

Documenti bruciati dalle donne in fuga

Ma la priorità della Onlus è sempre stata quella di mettere in salvo chi si era recato da loro per chiedere aiuto: è così che a pochi giorni dalla fine dell’evacuazione le ragazze trovano il coraggio di uscire da casa e di recarsi, munite di pochi indumenti, verso gli aerei militari italiani. 

Ma è una salvezza riservata a poche: Pangea ha dovuto stilare una lista delle attiviste maggiormente a rischio e per evitare infiltrazioni di terroristi intenti a raggiungere il territorio europeo. 
Con un post del 23 agosto, la Onlus annuncia che le attiviste sono in salvo. La P di Pangea, scritta sul palmo della mano, è il lasciapassare richiesto dal governo italiano prima dei controlli più approfonditi all’arrivo in Italia. Una P che fa il giro del web, che finisce sui tg italiani e che fa tirare un sospiro di sollievo a tutte quelle persone che in quelle settimane hanno seguito con ansia e un briciolo di speranza le vicende di Pangea:

“La P di Pangea è diventata il lasciapassare verso la salvezza, verso una nuova vita…voi stanotte le avete salvate insieme a noi…”. Queste le parole degli attivisti sui social.

Pangea Onlus

Il diario continua: tra speranza e terrore

Dalla fine di agosto, la Onlus è stata costretta a cambiare, dividendosi in due: una parte ancora attiva sul territorio che rischia tutti i giorni la vita e che solo ultimamente è riuscita a riaprire la scuola per bambini sordi, togliendo le classi miste e dividendole in base al sesso, nel rispetto delle nuove leggi introdotte dai talebani. Un’altra parte, quella che era più a rischio in Afghanistan, sta ricostruendo la propria vita in Italia, ripartendo da zero:

“La sera prima avevo preparato un piccolo zainetto con all’interno, solo un cambio. L’ho perso tra la folla, non avevo portato nessun ricordo. Gli appunti e le fotografie li avevo bruciati perché non volevo che i talebani li trovassero. Ho tutti i ricordi belli nel mio cuore.”

Racconta R. un’attivista di 34 anni, insegnante dei corsi di salute riproduttiva di Pangea, scappata in Italia e costretta a lasciare ogni traccia della sua vita passata tra le ceneri del camino di una casa abbandonata. 

Ora più che mai Pangea continua a portare avanti la sua missione, come avvenuto secoli prima, oggi la Onlus vuole riunire tutti quei continenti della Terra in un unico obiettivo, facilmente traducibile in un solo termine: parità.

I post di Pangea continuano ad essere pubblicati e a tenere aggiornati chi crede in loro: “Pangea c’è. Non le lasceremo sole. Non lasciateci soli!”