Riuscirà il Covax a diminuire il gap vaccinale tra Occidente e Terzo mondo?

Riuscirà il Covax a diminuire il gap vaccinale tra Occidente e Terzo mondo?

Negli ultimi due mesi c’è stata una netta sterzata all’interno del dibattito pubblico in tema Coronavirus. Si è passati, in brevissimo tempo, dall’informazione frenetica sui progressi nella ricerca di un vaccino, al come distribuirlo. I tre vaccini principali prodotti ed approvati dall’European Medicines Agency, oggi, sono distribuiti in tutto il mondo, ma ben settanta paesi sono ancora lontani dall’avere un vero piano vaccinale. La situazione si è aggravata dalle continue pressioni dei paesi sviluppati nella corsa ad accaparrarsi il maggior numero possibile di forniture per i prossimi mesi. Tutto questo a discapito dei paesi in via di sviluppo. In questi ultimi, non è solo un problema di numero di dosi, ma pesa la carenza che riguarda ogni anfratto del sistema sanitario.

Con uno sguardo approfondito l’Africa è uno degli stati che soffre di più delle politiche economiche e sanitarie. In Africa subsahariana, solo il 58% delle persone ha accesso a forniture di acque sicure e dei venti paesi con il più alto tasso di mortalità materna nel mondo, diciannove si trovano in Africa.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha annunciato l’obiettivo di vaccinare entro marzo 2021, cioè tra poco più di un mese, il 3% della popolazione africana. Difficile pensare ad un effettivo raggiungimento dell’obiettivo visto che al 3 febbraio, come mostra il sito della Croce Rossa, solo 4 paesi africani su 54 hanno iniziato realmente le operazioni di vaccinazione di massa; I paesi sono Egitto, Marocco, Guinea, Seychelles. Il meccanismo COVAX, pensato per la salvaguardia del piano vaccinale nei paesi poveri in via di sviluppo, ha previsto 600 milioni di dosi entro la fine del 2021, anche se il presidente sudafricano Ramaphosa segnala che le 600 milioni di dosi riuscirebbero a vaccinare esclusivamente il personale sanitario. Ad oggi del totale delle dosi di vaccino prodotte nel mondo, sono state destinate per il 70% ai 50 paesi più ricchi e solo per lo 0,1% ai Paesi poveri.

Fonte: open.online

Covax

Ad aprile del 2020, in seguito allo scoppio della pandemia, i paesi sviluppati assieme all’organizzazione internazionale per i vaccini Gavi – che si occupa di salvaguardare le somministrazioni di vaccini – hanno istituito un meccanismo denominato COVAX, volto a preservare ed assicurare la somministrazione di vaccini a paesi sottosviluppati o in via di sviluppo. Covax ha permesso di stringere accordi per 92 paesi, metà dei quali in Africa. Le dosi concordate con il meccanismo Covax si aggirano attorno ai due miliardi di unità, numero che rimane lontano dalla reale richiesta – ne servono 1.5 miliardi per raggiungere l’immunità di gregge soltanto in Africa.

Ad agosto del 2020 la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen si impegnava a diventare parte attiva nel meccanismo COVAX: ” La collaborazione a livello planetario è l’unica soluzione ad una pandemia mondiale. Nell’ambito della risposta globale al coronavirus e della campagna “Obiettivo globale”, uniti per il nostro futuro abbiamo visto il mondo fare fronte comune. Finora sono stati impegnati quasi 16 miliardi di €, mentre i ricercatori più brillanti e le organizzazioni più attive stanno mettendo in comune i loro sforzi per fornire vaccini, test e cure che costituiranno un bene comune universale. Oggi la Commissione annuncia un contributo di 400 milioni di € a favore del COVAX per finanziare la collaborazione volta all’acquisto di futuri vaccini a beneficio dei paesi a basso e medio reddito. Sono certa che in questo modo ci avvicineremo al nostro obiettivo: sconfiggere insieme questo virus.”

Il meccanismo Covax si inscrive in una più ampia collaborazione denominata ACT (Access to Covid-19 Tools Accelerator) creata lo scorso aprile dall’OMS per garantire dosi sicure a Paesi aderenti. ACT è un progetto co-fondato e sostenuto da diverse ONG e privati ( OMS, CEPI, Gavi, The Global Fund, Unitaid, Bill e Melinda Gates Foundation, Wellcome e Banca Mondiale). Il progetto Act è volto ad accellerare ed implementare meccanismi di distribuzione, strutture sanitarie e ricerca. Ad oggi un obiettivo principale del meccanismo Covax è quello di salvaguardare il gap che si sta già creando all’interno del programma di distribuzione mondiale di vaccini.

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Il piano di vaccinazione e il meccanismo Covax

Diciotto paesi, per adesso, saranno i primi destinatari di 1.2 milioni di dosi di vaccino a marchio Pfizer/Biontech. I paesi saranno rispettivamente: Bhutan, Bolivia, Bosnia ed Erzegovina, Capo Verde, Colombia, El Salvador, Georgia, Maldive, Moldavia, Mongolia, Perù, Filippine, Corea del Sud, Ruanda, Sudafrica, Tunisia, Ucraina, Cisgiordania, Gaza. Unicef in questo momento entra nel meccanismo come partner per la effettiva distribuzione. L’obiettivo del piano Covax è acquistare attraverso piani di finanziamento condiviso, abbastanza vaccini al fine di immunizzare il 20% della popolazione più a rischio in tutto il mondo.

Il problema attuale, però, riguarda la tipologia di vaccino scelta per l’Africa. All’interno del sito Della WHO (World Health Organization), il 22 Gennaio di quest’anno, viene pubblicato un accordo di consegna di 100 milioni più altre 50 milioni di dosi in seguito, da parte della casa di produzione vaccinale AstraZeneca. L’obiettivo di vaccinare il 3% della popolazione africana, oggi, si allontana ancora di più, data la sospensione da parte del Sudafrica della somministrazione del vaccino AsraZeneca poiché sospetto di avere un’efficacia limitata contro la variante sudafricana del virus. Lo studio che ha portato a questa decisione arriva dall’Università del Witwatersrand di Johannesburg affermando che con il vaccino AstraZeneca non si è potuta “accertare l’efficacia contro i casi gravi della malattia e nei casi di ospedalizzazione perché i soggetti esaminati erano giovani adulti in salute”.

Primo paese al mondo per numero di dosi somministrate sono gli Stati Uniti con oltre 40 milioni di somministrazioni, seguite quasi a pari numero dalla Cina. E’ bene evidenziare che la Cina, seppur ha aderito al meccanismo di supporto Covax, le oltre 40 milioni di dosi somministrate restano prodotte all’interno del territorio cinese e denominate Sinopharm e Sinovac. Il paese con il più alto numero di vaccinazioni è Israele, che ha raggiunto la soglia minima di immunità di gregge, arrivando a vaccinare in due mesi il 67% della popolazione totale. Cifre che restano totalmente lontane dallo 0.02 % di vaccinazione di paesi come il Bangladesh, dove su 163 milioni di abitanti, ad oggi, ne sono state vaccinate meno di 35 mila.

vaccinazioni

 

Il costo del vaccino è relativo alla ricchezza del paese

Il costo della singola dose di vaccino è un aspetto in più che rimarca le possibilità reali di vaccinazione dei singoli paesi dettate dal potere economico e politico. Il vaccino meno costoso di tutti è l’indiano AstraZeneca. Per assurdo se per l’Europa una dose di AstraZeneca viene venduta a 2 dollari, contro i 14.50 di Pfizer-Biontech, in Sudafrica viene venduta a 5 dollari e in Uganda addirittura a 7. Si stima che tra trasporto e costi di gestione l’Uganda spenderà 17 dollari per ogni singola dose di vaccino AstraZeneca. Diventa così anche il pano vaccinale una corsa alla ricchezza, in cui chi ha più disponibilità e forza economica compra un maggior numero di dosi.

Secondo uno studio della Northwestern University (Usa), nel tentativo di calcolare gli effetti della disuguaglianza sanitaria ha stimato che se i vaccini fossero stati distribuiti in base alla effettiva popolazione di ogni nazione, il numero di morti conseguenti al virus Covid-19 sarebbero diminuite del 61% mentre con il monopolio vaccinale restano al 33%. Diventa fondamentale evidenziare che il Canada abbia comprato dosi per vaccinare ogni canadese 5 volte, mentre come evidenziato in precedenza, il Bangladesh ha vaccinato lo 0.02% della popolazione.

Per una più approfondita comprensione del potere economico è utile approfondire i numeri di vaccinazione di Israele. Come riportato da Internazionale alla base ci sarebbero questioni politiche e un contratto in cui Israele avrebbe funzionato da laboratorio a cielo aperto. Israele si sarebbe impegnata con Pfizer a fornire dati rapidi sugli effetti del vaccino, mentre la casa di vaccini avrebbe assicurato dosi su larga scala. Differenze di confine incidono, ad esempio, sui 4.5 milioni di palestinesi che vivono in Cisgiordania o nella Striscia di Gaza,  che non hanno preso parte al programma vaccinale governativo, rientrando del meccanismo di aiuti Covax e in attesa quindi della fornitura di vaccino a garanzia. Israele rimane anche il paese che – tralasciando accordi privati – ha pagato il prezzo più alto, ben 28 dollari per singola dose.

 

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