Ambiente, territorio e relazioni, durante (e dopo) il Covid-19. La parola al sociologo: intervista ad Elena Battaglini

Ambiente, territorio e relazioni, durante (e dopo) il Covid-19. La parola al sociologo: intervista ad Elena Battaglini

Cosa è cambiato, forse per sempre, nell’ambiente che abitiamo e in come lo abitiamo con la diffusione del Covid-19?

Ne parliamo con Elena Battaglini, studiosa e speaker internazionale in tema di innovazione socio-territoriale, Senior Scientist presso la Fondazione Giuseppe Di Vittorio e, assieme al Prof. Alfredo Mela – Politecnico di Torino, curatrice di un numero monografico dedicato alle innovazioni teoriche e metodologiche della sociologia dell’ambiente e del territorio della rivista accademica Sociologia Urbana e Rurale, Franco Angeli (n. 1 – 2022, in preparazione).

Partiamo dalle “relazioni”. Il distanziamento – ha ribadito di recente il Professor Massimo Recalcati in uno dei suoi interventi – ha aperto un vuoto tra le nostre vite e nella nostra vita. Le relazioni hanno subito un’alterazione profonda. Per contro, l’essere umano non è nulla se non è in relazione, ma la relazione è diventata luogo di una minaccia. In questo senso siamo tutti costretti ad essere vicini, ma lontani. Cosa diventa possibile donare all’altro – se c’è ancora qualcosa che sia possibile donare – in questo tempo traumatizzato? Cosa possono diventare le nostre relazioni?

Sebbene stimi Massimo Recalcati, come si suol dire … à chacun son metiér: Non parlerei quindi di ‘vuoto’, ma di spazio, di spazio del possibile. Da questo punto di vista, proprio volendo ragionare sul tema delle relazioni, il passaggio epocale che offre questa pandemia è quello di riflettere sul significato, per noi, delle relazioni e quindi di viverle con una maggiore consapevolezza all’interno di nuove possibili riconfigurazioni, di nuovi ‘spazi del possibile’.

Cosa intendo dire? La pandemia ha offerto a tutti noi, a qualsiasi latitudine, la possibilità di essere consapevoli che la vita “è” incertezza e che non risponda affatto alle nostre pretese di controllo. Ormai è chiaro che l’andamento della morbilità da Covid-19, non solo non permette risposte chiare e distinte (neanche da parte delle comunità scientifiche), ma ha anche cambiato tutte le domande: sta cioè sfidando gli assunti di fondo, i mindset, le teorie su cui le appoggiavamo. In estrema sintesi, questa pandemia ha messo sotto scacco le nostre narrative, le modalità con cui ‘ce la raccontavamo’.

Rispetto al tema delle relazioni, è stata sfidata l’idea stessa di città che, per definizione, dovrebbe agevolare relazioni attraverso la prossimità. Costringendoci a guardare il mondo da una finestra, solo in alcuni stabili ben costruiti e in quartieri vivibili alcuni di noi hanno potuto godere del cielo in una stanza. Come fosse un evidenziatore giallo fosforescente, questa pandemia ha sottolineato gli stili costruttivi dell’edilizia mainstream, il modo con cui abbiamo strutturato lo spazio pubblico…

Come abitanti è stata proprio l’esperienza del lockdown a renderci palese quanto siamo ostaggio di processi urbanistici anestetizzanti, finalizzati a un uso sempre più indifferente degli spazi e riverberati da brusche diminuzioni dei livelli di coinvolgimento emozionale. Gli assunti efficientisti delle culture dominanti – le stesse che conducono alle note forme di spaesamento e di marginalità sociale, economica e abitativa – hanno finora pervaso il progetto urbano, omologando le architetture e conducendole verso una standardizzazione, direi desacralizzazione, di luoghi e relazioni. Nella città contemporanea la dimensione che è prevalsa è la smart city al mero servizio dell’efficienza sull’emotional city: in una zona si abita, in una si lavora, nell’altra si fanno acquisti, in un’altra ancora si passa il tempo libero. Anzi, nello spazio del leisure, si sono voluti surrogare e relegare i nostri tempi interni, in una parola, l’identità degli individui che gli spazi della città razionalista hanno contribuito ulteriormente a disarticolare e a zonizzare.

Ritornando alle riflessioni di Recalcati, la domanda ora è: siamo proprio convinti che il distanziamento fisico apra a dei vuoti, o forse piuttosto ci induce l’urgenza di ripensare gli spazi che la città concede alle relazioni?

Il cambiamento cd. di paradigma, reso palese dalla pandemia, riguarda esattamente questo: la necessità di rivedere il nostro mindset, i nostri ‘assunti’. Dalla città contemporanea alle nostre piccole vite personali, gli assunti infatti agiscono come ‘rotaie neurali’, assi perimetrali che vincolano il nostro spazio del possibile.

In tema di relazioni, in sostanza, la domanda se ci sentiremo o meno minacciati dallo stare assieme dopo lunghi periodi di distanziamento e l’uso della mascherina, riflettiamoci bene, ci è utile?  Adire a storytelling come ‘minaccia’ e ‘pericolo’ potrebbe favorire risposte politiche fondate su ulteriori microfisiche coercitive.  La pandemia potrebbe diventare, invece, un’opportunità, se non costituire una vera svolta epocale se, dimostrando che la realtà delle cose non sta come è comodo ai nostri schemi organizzarle, finalmente ci renda consapevoli degli assunti che finora hanno vincolato, avvolto, incapsulato le nostre relazioni in spazi-funzione: l’ufficio, la casa, magari costruita con materiali scadenti, il centro commerciale … Su un piano più elevato di senso, quanto stiamo vivendo potrebbe dunque segnare uno spartiacque tra un prima e un dopo nelle modalità con cui costruiamo le nostre domande e dirigiamo i nostri assunti verso nuovi spazi di possibilità di vedere, pensare, immaginare e vivere le relazioni, verso un progetto urbano, dunque, che riconnetta i tempi interni e circolari della vita degli individui alle piazze, ai parchi, alle nostre strade.

Infine, cosa diventa possibile donare all’altro in questo tempo traumatizzato? Cosa possono diventare le nostre relazioni?

Ciò che possiamo donare all’altro e a noi stessi è, forse, proprio la capacità di ‘pensiero critico’, quel sano, costante, esercizio che ci può spingere, ad esempio, a essere consapevoli della differenza tra fatti e narrazioni, tra assunti, senso e valore dei nostri comportamenti. Esercizio questo che allude anche alla capacità di definire e ri-definire la ‘realtà’ come ciò che abbiamo a disposizione, come spazio del possibile, sapendola altresì interrogare ponendo le domande giuste e possibilmente cercando di far buon uso delle risposte.

Di cosa parliamo quando usiamo il termine “territorio”? C’è accordo tra gli studiosi di scienze regionali sull’uso e, soprattutto, sulla operativizzazione di questo concetto nelle ricerche?

Un territorio si struttura e vive della complessa rete di relazioni che si instaurano tra la natura dei suoi luoghi, i prodotti socio-culturali delle comunità che vi insistono e i significati da esse attribuiti ai segni e alle risorse materiali e immateriali del paesaggio. In questo senso, ogni territorio, ogni una città, ogni borgo nascosto tra valli remote e marginali, ha le sue specifiche tessiture che richiedono adeguate lenti attraverso cui osservarle e quindi specifiche tecniche di analisi con cui gli studiosi possono coadiuvare la politica per trasformarlo o riprogrammarne le sorti.

Come ho argomentato nel mio libro ‘Sviluppo Territoriale’ (FrancoAngeli, 2014), se tra gli studiosi italiani il concetto di territorio allude semanticamente alla dimensione elettiva e organizzativa di un luogo, nel caso dei geografi o sociologi spazialisti che afferiscono alle letterature anglosassoni l’accento è invece posto sulla dimensione di potere e controllo da parte dello Stato.

Nella concezione anglosassone, territory si riferisce quindi a una relazione di proprietà o di controllo statuale che sussume il significato di terra (land) e terreno (terrain). Nel primo caso, il termine land rimanda ad una relazione di proprietà nei confronti di una risorsa di tipo limitato che è distribuita, allocata e posseduta e che, in quanto tale, è oggetto di competizione. Nel caso del termine terrain, si pone, invece, l’accento su una relazione di scala più ampia, di potere e di controllo da parte di un livello gerarchico superiore, deputato a stabilire e mantenere l’ordine.

In entrambe le accezioni, la tematizzazione anglosassone si riferisce a un concetto che fa leva sul qui ed ora della territorialità, intesa come controllo ed espressione primaria del potere sociale.

Personalmente, assieme alla comunità scientifica cui faccio riferimento, preferisco confrontarmi con il territorio inteso come luogo identitario in cui si stratificano, nel tempo, gli esiti dell’adattamento di una comunità all’ambiente circostante.

Qual è lo specifico apporto che il vostro lavoro offre al possibile superamento del dualismo natura-cultura e alla valorizzazione piuttosto delle interazioni tra individui, comunità e territori che tanta rilevanza assume, anche per i meno addetti ai lavori, in una situazione emergenziale come quella che stiamo vivendo?

Mai come ora, in piena crisi pandemica, le relazioni complesse tra natura e cultura, tra comunità e territori sono al centro dell’attenzione. Inoltre, il Covid-19 sta profondamente sfidando i paradigmi, gli ‘assunti’, appunto, che hanno informato fino ad adesso le scienze: gli apparati concettuali e metodologici, gli statuti disciplinari su cui si poggiavano, stanno infatti mostrando la loro inadeguatezza tanto da rendersi necessarie reinterpretazioni e ricodifiche.

In che misura il Covid-19 ci sfida come sociologi e sociologhe dell’ambiente e del territorio?  Esattamente sul tema delle relazioni complesse tra natura e cultura, come lei mi chiede.

Per andare oltre il riduzionismo natura-cultura di cartesiana memoria, il tema delle relazioni è fondamentale. E l’abbiamo osservato proprio nel corso di questa pandemia, nel modo con cui essa ha catalizzato gli effetti complessi, sulla nostra salute, di ambienti naturali sempre più antropizzati.

Nuovi orizzonti scientifici, che convergono attorno alla strategia OneHealth e, in particolare, si riferiscono alla ‘zoonosi’ e all’‘esposoma’, propongono infatti nuove e interessanti evidenze nella valutazione della relazione tra esposizione ambientale e salute umana. In sostanza, la pandemia da Covid-19 ci ha costretto a interrogarci, con urgenza, su cosa significhi ‘vivere bene’ all’interno dei limiti del pianeta. La connessione tra salute, benessere e rispetto dell’ambiente bio-fisico è diventata, se possibile, ancora più importante in questo anno così drammatico.

Solo facendo oggetto dei nostri studi le relazioni complesse che legano i sistemi naturali a quelli antropici  riusciremo a superare i dualismi che finora hanno schiacciato la natura e il sociale come su un campo di bigliardo, laddove singole cause sono ridotte a stecche ed i loro effetti a delle palline. I più recenti risultati delle neuroscienze e, in particolare della neurologia della percezione, ci permettono invece di osservare come natura e cultura siano profondamente interrelate, a partire dalle nostre menti, nella loro relazione con il paesaggio, laddove la topografia fisica funziona da matrice del pensiero simbolico e topologico e, dunque, mindscapes e landscapes fanno parte di medesimi ecosistemi.

L’idea che informa il numero monografico della nostra principale rivista accademica è quindi quella di individuare dei concetti-chiave che possano, da una parte, restituire la ricchezza teorica della tradizione italiana di studi socio-territoriali e, dall’altra, le innovazioni operate all’interno della nostra disciplina, anche a seguito dei nuovi paradigmi scientifici e dei passaggi epistemici che il Covid-19 ha reso palesi. Quindici tra i più importanti studiosi italiani della sociologia dell’ambiente e del territorio si confronteranno sui seguenti temi:

  • Territorio e Metaterritorio come spazi di relazione
  • Relazione complesse tra natura e cultura: la coevoluzione tra comunità e luoghi
  • Povertà e vulnerabilità urbana
  • Progetto urbano tra monoscalarità e interscalarità
  • 2020: processi partecipativi, storie di vita, politiche collaborative
  • Mobilità e identità multilocali
  • Modelli di sviluppo urbano e di integrazione socio-territoriale in epoca di pandemie
  • Situazione socio-spaziale ed eventi disruptive
  • Riconoscere l’urbano in un mondo che cambia
  • Sociologia delle aree marginali e nuovi modelli di ricatto delle aree interne
  • Oltre la natura? Nuovo materialismo e critica dell’Antropocene.

Gli articoli dovranno non solo fare il punto – in modo sintetico e selettivo – sugli aspetti emergenti nel dibattito teorico, ma contenere anche una presa di posizione da parte di chi scrive. Per tutti noi, e questo in fondo è entusiasmante, si tratterà di inoltrarci in territori sconosciuti, su cui magari altre discipline si stanno già confrontando, come nel caso della OneHealth citata prima, territori, questi, verso cui ci ha spinto la stessa pandemia.

Egoisticamente, per un sociologo, e direi per ogni scienziato oggi, questi sono tempi estremamente generativi. Di approfondimento, studio, insegnamento, ricerca di terapie – per il corpo, per le menti, per il pianeta – quali solo si verificano, forse, in emergenza. La storia spesso procede a scatti e mai come oggi deve farlo la scienza. Ma come “discente”, invece, che lezione sta apprendendo, se ce n’è una o più d’una che voglia condividere con noi?

Intanto (ride) ho appreso che sarò sempre una discente! Addirittura in alcuni post mi sono scoperta ad usare l’hashtag #foreverlearner. D’altronde la vita stessa è apprendimento laddove, come scriveva Nietzsche ne La Gaia Scienza, si può anche gioiosamente ridere e gioiosamente vivere. In fondo, poi, io non sono quello che ‘faccio’ ma faccio ciò che io ‘sono’ e, per me, fin da piccola, la ricerca, la scienza sono stati gli unici ambiti in cui ho sentito di poter disporre del mio libero arbitrio, fuori da perimetri di potere gerarchico.

Come ho già detto tra le righe di questa intervista, la lezione più importante che ho appreso in questo periodo è stata quella di affinare gli strumenti che avevo per mettermi in discussione, sfidando i miei assunti, i miei circoscritti perimetri neurali.

La cosa di cui ho sofferto di più, fin dall’inizio, è stata il senso di coercizione, la politica sui corpi, il regime invasivo sull’unica sfera privata di cui pensavo poter disporre liberamente. Non ricordo dove, ma da qualche parte ho scritto che la pandemia ha sfidato il mio sguardo monodirezionale, schiacciato sulla sicurezza delle conoscenze che possedevo, aprendolo agli orizzonti e alle prospettive più ampi dello sconosciuto, dell’estraniante, dell’uneimlich, in tedesco.

Ho imparato a selezionare il più possibile le mie relazioni, a sfuggire – come la peste – quello che chiamo ‘lamento tossico’. D’altra parte, molti altri come me si sono posti la domanda se sia stato più tirannico il Covid-19, il dolore, la bio-politica, il piove-governo-ladro o il nostro sguardo lineare che, come un’autostrada, asfalta tutte le asperità del terreno e, dritto davanti a sé, uniforma e irregimenta tutto sotto l’egida della ‘colpa’ assegnata strumentalmente a qualsivoglia persona o situazione.

Ecco, se c’è una cosa che ho imparato quest’anno è stata la libertà del guardare ‘attraverso’ rispetto alla tirannia di uno sguardo monoteista, unidirezionale.  Il primo, infatti, è uno sguardo che sfida in nuce quello linear-autostradale: sa aderire alle curve. È uno sguardo immersivo, cangiante e, in alcuni casi, trasformativo. E si sa, le cose belle sono curve: come le onde, come i ponti, i sorrisi, gli arcobaleni.

Si rimanda a questo link per il profilo della Prof.ssa Elena Battaglini: https://roma3.academia.edu/ElenaBattaglini

Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook