Pasticcio Scuola. Si riapre, sì ma non tutti, poi dall’11 e poi a metà… E dilaga la protesta per una gestione migliorabile

Pasticcio Scuola. Si riapre, sì ma non tutti, poi dall’11 e poi a metà… E dilaga la protesta per una gestione migliorabile

Sciopero! Il Comitato Priorità alla Scuola ha indetto per il 7 e l’8 gennaio (e per la giornata dell’11 gennaio è invece lo sciopero indetto dai licei romani) una mobilitazione per chiedere l’apertura di tutte le scuole in presenza e in sicurezza, e sono tanti gli istituti scolastici ad aderire, in diciannove città italiane, con presidi e lezioni in DAD. Firenze, Roma, Bologna, Torino, Milano, Napoli, Faenza, Mantova – qui l’iniziativa è andata pressoché deserta, ma si confida in una presenza di duecento persone per la giornata di venerdì –, Salerno, Massa Carrara, Modena, Pontedera, Prato, Pisa, Cremona, Brescia, Treviso, Padova le città per ora, interessate dalla mobilitazione. Nel Lazio, si mobilitano anche gli istituti dei Castelli romani – Vallati, Foscolo, Pertini di Genzano e di Albano, Volterra, Mancinelli, Joyce e Mercuri -, per protestare contro una gestione della scuola definita “da ordine pubblico” e “subordinata ai bisogni della produzione mentre le necessità degli studenti vengono ignorate”. “Entrare alle 10 non è accettabile – sottolineano in una nota riportata dall’Ansa – la soluzione per la carenza dei mezzi pubblici è investire sui trasporti, non penalizzare ulteriormente la scuola”.

Le richieste

Tra le specifiche richieste avanzate dal Comitato: lo screening sanitario completo della comunità scolastica (docenti, Ata, studenti); annullamento delle prove Invalsi per l’anno in corso; riapertura in presenza delle scuole superiori, chiuse da circa un anno, per favorire il recupero non solo scolastico degli studenti, fortemente penalizzati dal punto di vista didattico e psicologico a causa della Didattica a Distanza, ma anche delle relazioni umane tra docenti e studenti stessi; l’inserimento, soprattutto,  come categoria prioritaria del personale scolastico ad alto rischio nella fase 1 dell’agenda vaccinale.

L’anticipazione dei vaccini per il personale scolastico e per gli studenti sopra i 16 anni è una richiesta che viene anche dei Sindacati, che hanno aderito il 7 gennaio al sit-in a Montecitorio indetto dal Coordinamento dei Presidenti dei Consigli di Istituto del Lazio: Flc Cgil Lazio, CISL Scuola, UIL Scuola, SNALS, CONFSAL, GILDA, UNAMS, sigle che sottolineano tra le altre priorità il ritorno a scuola in sicurezza, attraverso una implementazione del tracciamento e dei tamponi e un rafforzamento dei presidi sanitari per distretti e drive in dedicati alla scuola. Se la mobilitazione è regionale, il problema è nazionale e riguarda tutta la trama delle scuole italiane.

Sui vaccini la pensa così anche l’epidemiologo e assessore alla sanità della Regione Puglia, Pierluigi Lopalco, che reputa “assurdo” aspettare l’estate per vaccinare gli insegnanti e lancia su Facebook viceversa la proposta di iniziare la fase 2 della campagna vaccinale proprio dalla scuola, per proteggere una popolazione a rischio di contagio e con molti portatori di fragilità, limitare i focolai scolastici, evitare l’interruzione dell’attività scolastica in presenza di uno o più studenti positivi,  creare dei blocchi nelle catene di trasmissione che passano per la scuola. Idem il presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio che ha chiesto al Governo di

anticipare la vaccinazione anti Covid del personale scolastico già in questa fase, come arma fondamentale attraverso la quale difendere da subito il personale delle scuole, tra le categorie più colpite dalla seconda ondata del contagio, almeno in Piemonte.

E nel Far West delle Regioni fai da te, maturano scontri come quello finito avanti al Tar di Catanzaro, per iniziativa di un gruppo di genitori contro l’ordinanza del presidente ff della Regione Calabria Nino Spirlì sulla chiusura di scuole elementari e medie fino al 15 gennaio e delle superiori fino al 31. Ed è la seconda ordinanza di Spirlì, da lui presa sostiene nel solo interesse della salute dei ragazzi e di chi li aspetta a casa, a finire davanti al Tar.  Con motivazioni diverse, la protesta delle madri contro la Dad. Tra le prime a scendere in piazza quelle di Napoli, che denunciano una frequenza dei loro figli in presenza fino ad oggi di soli 15 giorni. Convinto della necessità di spingere sull’acceleratore delle vaccinazioni in Calabria anche Ernesto Mogorno, sindaco di Diamante, che chiede di vaccinare subito operatori della scuola e anche i sindaci d’Italia, che rispondono quotidianamente alle più disparate esigenze sui territori, sono sempre a contatto con i cittadini e non possono in alcun modo sottrarsi alla loro funzione di avamposto delle istituzioni.

NO DAD, Sì DAD e il modello svizzero

Ancora a Napoli, a confrontarsi/scontrarsi, in qualche caso, con i No DAD, anche i Sì DAD, coloro che favorevoli alla didattica a distanza lo sono, come gli iscritti, più di 25.000, al Gruppo “Tuteliamo i nostri figli in Campania” che vedono la DAD come un’opportunità chi consente ai ragazzi studiare, avere un’istruzione, arrivare ad un uso davvero consapevole della tecnologia, senza esporsi al rischio di contagio e che, ove prevalesse la linea del ritorno alla didattica in presenza, non sono certi di mandare i loro figli a scuola.

Diverso il misto “modello svizzero”, raccontato in un recente articolo da Massimo Gezzi, insegnante in una scuola di Lugano. In Svizzera la scuola è rimasta regolarmente aperta dalla fine di agosto al 23 dicembre 2020. In termini sanitari, si sono ammalati circa 200 docenti su 6400 e circa 1000 allievi. Senza addentrarsi sulla bontà della scelta operata, alla luce di questi dati, all’insegnante premeva soprattutto raccontare la sua percezione sull’esperienza della DAD facendo un raffronto tra il semestre primaverile di DAD e quello successivo in presenza, riscontrando che nella stragrande maggioranza dei casi la DAD di marzo-giugno aveva prodotto un buco cognitivo difficile da colmare, seppure con eccezioni, poiché ci sono stati allievi che invece hanno anzi apprezzato e sfruttato al meglio le opportunità della DAD. Resta il fatto, tuttavia, che la DAD è anche uno strumento non democratico – lo ricorda l’insegnante, ma lo pensa anche chi scrive – perché a casa, a distanza, vengono a galla le differenze sociali e di competenze tecnologiche proprie e dei propri familiari, di disponibilità dei dispositivi, di condivisione di spazi più o meno adatti. Per cui la DAD, che è un sicuramente uno strumento che fa parte degli sforzi messi in campo per tutelare il diritto all’istruzione in questi particolari frangenti, forse non ci sta riuscendo fino in fondo. L’insegnante conclude con un apprezzamento positivo per questo modello svizzero che prova con l’alternanza di presenza e distanza a colmare le lacune del solo insegnamento a distanza.

Il “vuoto formativo”, provocato negli studenti da DAD e chiusure, sembra essere un po’ in secondo piano rispetto alla discussione sulle riaperture. Lo denuncia ad esempio Andrea Cangini, capogruppo di Forza Italia in commissione Istruzione, che prova ad avanzare due proposte che chiama “minime”: riaprire le scuole superiori dividendo in due le classi, metà classe frequentando le lezioni al mattino, l’altra metà al pomeriggio, gestendo il raddoppio del lavoro per i docenti con assunzioni a tempo determinato e con il pagamento degli straordinari agli insegnanti disponibili ad affrontare il doppio turno; recuperare, nei limiti del possibile, il tempo perduto spostando in avanti le date di esame e prolungando le lezioni almeno fino a luglio recuperando così un mese e mezzo di scuola.

Proposte minime, a cui si potrebbe aggiungere che per il ritorno a scuola, nella quale la relazione docente-alunno è imprescindibile, la politica forse poteva fare meglio o anche altro: l’emendamento presentato dalla senatrice Paola Nugnes (Prc) in Parlamento che abolisce le “classi pollaio” è stato respinto. L’emendamento, che avrebbe aumentato la quota di spazio per alunno all’interno delle classi e fissato per gli alunni un numero non superiore ai 15, non è stato ammesso in commissione, a riprova che le “classi pollaio” non sono un problema per maggioranza e opposizione, nonostante i proclami sull’importanza della scuola e della formazione per il futuro del Paese. Questo tentativo avrebbe comportato invece una vera inversione di tendenza, necessaria da tempo, perché non dimentichiamoci che la scuola aveva qualche problema anche prima della diffusione del Covis-19, ma urgente per i problemi posti dalla pandemia. Di più. Si sarebbero potuti affittare degli spazi dove distribuire la popolazione scolastica. Si sarebbe potuto distribuire il trasporto dei ragazzi a scuola tra trasporto pubblico e trasporto privato impegnando delle risorse economiche in questo. Nel tempo alcune idee sul piatto sono state anche messe, ma non perseguite.

E tra chi non hai smesso di caldeggiare la scuola in presenza, pur comprendendo gli sforzi fatti dalle Istituzioni nel cercare di mettere in atto le misure ritenute più idonee a contrastare la diffusione del Covid-19 e plaudendo a quelli dei docenti delle scuole di ogni ordine e grado per tenere in piedi il sistema formativo con videolezioni, videoconferenze e sessioni telefoniche, ampliando le proprie competenze tecnologiche ove necessario, c’è Alberto Asor Rosa, che mette in guardia tutti dal dimenticare quali siano le architravi del sistema scolastico: la classe e il rapporto insegnante-alunni, con il suo vicendevole scambio di informazioni, gesti e sguardi, esempi, rielaborazioni: tutto quello che Asor Rosa descrive come una vera e propria “nebulizzazione del sapere”, nel tempo, che si ferma un po’ nell’aria, tra i muri della classe appunto, per poi discendere e sedimentarsi in capo allo studente. La classe come luogo fisico, dove si intersecano rapporti, reali, e perciò vivo. E la classe come insieme di giovani individui, per lo più coetanei, che seguono gli insegnamenti di un altro insieme, quello dei docenti, diversi fra loro, ma accomunati dal compito che devono svolgere. Una “comunità fisica” indispensabile per una “comunità intellettuale” davvero funzionante. Un discorso che ci pare condivisibile, a parte le scelte da prendere, sempre migliorabili, e prese, durante l’emergenza epidemiologica, anche nei confronti dei sostenitori dell’innovazione ad ogni costo, anche se il costo è quello di minare le “architravi” più consolidate e necessarie della scuola.

 

La “base”

E gli studenti? Studentesse e studenti di alcuni licei romani – che hanno proclamato uno sciopero per l’11 dicembre – hanno indirizzato alla ministra dell’Istruzione Azzolina una lettera per chiedere di tornare a scuola in presenza, ma a condizioni praticabili, e l’apertura di un tavolo di confronto regolare e duraturo con la rappresentanza di tutte le parti socio-istituzionali che compongono il mondo della scuola. Ne ha parlato la senatrice Pd Valeria Fedeli, auspicando che la politica raccolga un appello ineludibile perché esprime – ha detto – un bisogno vero dei ragazzi e la loro volontà di intervenire con una proposta seria: al di là degli scioperi, discutere insieme della qualità della didattica, sia in presenza che da remoto, e del diritto fondamentale all’apprendimento. Qualunque siano le condizioni in cui la scuola riaprirà o non riaprirà, è indubbio che sia necessario condividere il percorso che conduce ad una scelta piuttosto che ad un’altra con tutte le parti coinvolte, facendo sedere ai tavoli in primis proprio gli studenti, che stanno vivendo, soprattutto alle superiori, una condizione di isolamento anche psicologico dalle conseguenze gravi.

 

La logica del rischio accettabile

È quella che pare tuttavia perseguire per la scuola il Comitato Tecnico Scientifico, come ha raccontato ai microfoni di Sky Agostino Miozzo, senza rischiare: “Comprendendo che siamo nel pieno di una pandemia, ci sono dei rischi cosiddetti accettabili: a scuola si può andare se le condizioni sono compatibili. Se non si entra nella logica del rischio accettabile la scuola resterà chiusa con la didattica a distanza fino a settembre – ottobre, quando l’immunità di gregge sarà raggiunta”.

Il tema è complicato. E delicato. Dopo il diritto alla salute, per una vita autenticamente democratica l’altro inalienabile diritto è quello all’istruzione. Va garantito, l’impegno deve essere massimo per trovare le soluzioni migliori, senza dimenticare l’ascolto di docenti e alunni, i diretti interessati, evitando di attenersi alla sola logica dei numeri e dei dati o meglio analizzando dati di qualità in un contesto più ampio, che permetta di tutelare al meglio una generazione che rischia di essere duramente colpita, nel profondo, dalla perdita della “classe” e così della relazione educativa e della possibilità di istruirsi e formarsi a tutti i livelli che la classe le offre.

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