Record di giornalisti incarcerati nel 2020: gli attacchi alla libertà di stampa

Record di giornalisti incarcerati nel 2020: gli attacchi alla libertà di stampa

Il 2020 è stato un anno da dimenticare per la libertà di stampa. Secondo il nuovo report del Comitato per la protezione dei giornalisti (Committee to protect journalist – Cpj) si è registrato un numero record di cronisti incarcerati in tutto il mondo. 

Nuovo record di giornalisti incarcerati al 1 dicembre 

All’1 dicembre infatti erano 274 i giornalisti finiti in prigione mentre svolgevano il loro lavoro. La cifra – che supera di due unità i 272 registrarti nel 2016 – peraltro non include coloro che sono stati arrestati e rilasciati nel corso dell’anno. Fra i giornalisti imprigionati, la quasi totalità si occupa di cronaca locale, fra questi il 13% è rappresentato da donne.

Il report fa il punto della situazione paese per paese, indicando la cifra dei giornalisti detenuti dei quali quasi 1 su 5 senza un’accusa. Per il secondo anno consecutivo alla Cina va la maglia nera per numero di incarcerazioni. Pessime situazioni si sono verificate anche in Etiopia, Bielorussia e Stati Uniti in corrispondenza dunque di manifestazioni popolari e conflitti armati al di là dell’emergenza Covid. 

Negli USA una dannosa campagna anti-press

Ad aggravare il bilancio 2020, sottolinea il report, pesa la retorica anti-press adottata dal presidente Trump che ha danneggiato il rapporto di fiducia fra i cittadini e la stampa. Durante la pandemia il Comitato ha registrato una grave mancanza di fiducia della popolazione nei confronti dei media, fatto che ha avuto pericolosi risvolti rispetto alla percezione sulla gravità della pandemia. Si ritiene che la minimizzazione della Casa Bianca si sia tradotta in un aumento dei contagi. 

I gravi attacchi alla stampa avvenuti negli Stati Uniti hanno determinato un vuoto di leadership a livello globale dove manca una nazione alfiere del diritto di cronaca. Ad abbracciare la retorica  della “fake-news” americana, fra gli altri, va citato il presidente Abdelfattah el-Sisi. Solo in Egitto sono 27 i cronisti incarcerati.

Negli Stati Uniti nessuno è stato imprigionato ma è accaduta una cose senza precedenti da quanto il Comitato stila il rapporto di fine anno. 110 giornalisti sono stati accusati e ben 300 sono stati aggrediti dalle forze dell’ordine. A questo proposito il Cpj ha fatto pervenire al presidente Biden  una lista di raccomandazioni per ristorare la libertà di stampa non solo entro i propri confini nazionali ma incoraggiandolo a farsi portabandiera di questo pilastro imprescindibile delle istituzioni democratiche auspicando un’azione che coinvolga anche organi diplomatici nei vari paesi. Chi viene condannato – auspica il Cpj – deve poter subire un processo equo, o almeno vedersi garantiti gli strumenti per difendersi da eventuali abusi sia nel proprio paese che all’estero.

Cina, Bielorussia, Etiopia, Turchia, Arabia Saudita: dove i cronisti non sono i benvenuti

Come citato prima, alla Cina va per il secondo anno consecutivo la maglia nera del 2020 per numero di incarcerazioni di giornalisti. La maggior parte degli incarcerati (in 47 sono dietro le sbarre) erano impegnati a riportare notizie legate al Covid. La situazione più clamorosa si è verificata infatti a Wuhan nella provincia dell’Hubei identificata come epicentro della pandemia. Numerosi sono stati i giornalisti arrestati dal governo di Pechino che temeva la diffusione di narrazioni discordanti rispetto alla linea del partito sulla gestione della pandemia. La censura non ha risparmiato i giornalisti stranieri in Cina. Come riportato da fonti diplomatiche, più di una dozzina di giornalisti americani sono stati espulsi.

Alla Cina segue la Turchia, riconfermando la pericolosa tendenza del governo di Ankara a trattenere in carcere giornalisti senza validi motivi, lo stesso vale per Arabia Saudita (24 in cella al 1 dicembre). Un’altra situazione allarmante emerge in Bielorussa che si lascia alle spalle un anno segnato dalle proteste di massa in seguito alla rielezione del presidente Aljaksandr Lukašėnka. Molti cronisti impegnati nel racconto delle manifestazioni popolari sono stati incarcerati. Anche l’Etiopia chiude un anno drammatico caratterizzato dal conflitto armato nella regione del Tigrai. Termina la lista l’Iran, con almeno 15 giornalisti ancora in carcere al 1 dicembre e un’esecuzione. Il 12 dicembre è stato giustiziato Roohollah Zam, cronista detenuto dal 2017.

Dall’Onu l’appello per rilasciare i giornalisti 

Il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, si è definito «sgomento» per i risultati del rapporto. In una nota, il leader del Palazzo di Vetro «ha invitato i governi a rilasciare immediatamente i giornalisti detenuti solo per aver esercitato la loro professione», ribadendo «le sue precedenti richieste di sforzi concertati per contrastare la diffusa impunità per tali crimini». 

«Nella nostra vita quotidiana – ha aggiunto – i giornalisti e gli operatori dei media sono fondamentali nell’aiutarci a prendere decisioni informate. Mentre il mondo combatte la pandemia di Covid-19 quelle decisioni sono ancora più cruciali e possono fare la differenza tra la vita e la morte».

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