Solo il 9% della popolazione mondiale oggi ha un’informazione libera e democratica ma non se ne parla abbastanza

Solo il 9% della popolazione mondiale oggi ha un’informazione libera e democratica ma non se ne parla abbastanza
fonte: Msoithepost

 

Sono le 14:58, Isola di Malta. Daphne Caruana Galizia apre la portiera dell’auto, una Peugeot 108 presa a noleggio, gira la chiave per mettere in moto e i giornali di tutto il mondo ci racconteranno il resto. Daphne era una giornalista investigativa, aveva scoperto un giro di evasione fiscale sull’isola che arrivava dentro le stanze del governo. Era il 16 ottobre del 2017 e due anni dopo, questo evento, porterà alle dimissioni di Joseph Muscat, primo ministro maltese. All’inchiesta sulla morte della giornalista partecipò una testata internazionale – Reuters – che fu determinante nell’assegnare le responsabilità. 

Sono passati settantadue anni dalla firma della Dichiarazione dei Diritti Umani e solo il 9% della popolazione mondiale ha accesso ad una informazione libera; c’è un dato che ne consegue da leggere ed esplorare: il 91% non ha un’informazione democratica – e per democrazia intendo una libera pluralità di voci. Il dato, riportato da Reporters sans Frontiers, si traduce in pochi paesi – principalmente quelli del nord Europa – che hanno accesso ad una stampa totalmente libera, e molti altri che soffrono di controllo continuo della libertà di opinione. Il problema è che non se ne parla abbastanza. I diritti umani nelle zone di conflitto occupano uno spazio piccolissimo della nostra agenda estera e molte volte sono collegati a casi di violenza a nostri connazionali. Dal report “Illuminare le periferie”, documento che si occupa ogni anno di vagliare l’agenda italiana ed estera dei media televisivi, emergono dati chiari: per il 66% l’agenda degli esteri italiani è occupata da ciò che avviene nel mondo occidentale.

fonte: AgenSir

Le periferie del mondo si collocano in quelle aree affette da una quasi totale ombra giornalistica occidentale e frammentate dal digital divide che implica bassissime possibilità di accesso alla rete dell’informazione e difficoltà nella formazione di un pensiero critico e libero – il report digital divide 2020 evidenzia che le aree con il maggior numero di persone che non hanno accesso ad una rete informatica o a dispositivi mobili sono Africa, Sud America, Sud-Est asiatico. La Cina occupa il fondo della classifica quando si parla di libera opinione e l’epidemia mondiale ha acceso i riflettori, negli ultimi mesi, sulle gravi violazioni dei diritti umani che da anni vengono velate dal governo centrale. Durante i primi mesi dell’epidemia la Cina si è posizionata al secondo posto per notizie nell’agenda esteri italiana, seconda solo agli Stati Uniti. Se da un lato il governo Cinese è conosciuto per la continua opera di filtraggio dei contenuti e per aver costruito il Great Firewall – termine che si usa per descrivere le metodologie di sorveglianza e censura che bloccano i dati giudicati sfavorevoli dal Ministero della pubblica sicurezza cinese – dall’altro lato abbiamo avuto la possibilità di conoscerne le violenze grazie a reporter che hanno trovato il coraggio di raccontarle. 

Oggi è fondamentale parlare di periferie del mondo

Il controllo della libertà di stampa è l’atto finale che parte da una violazione continua dei diritti umani che il governo cerca di tenere in segreto. E’ bene ricordare che già otto anni fa il professore di diritto costituzionale Zhang Xuezhong era riuscito a rivelare al mondo delle sette materie vietate in Cina, in primis libertà di stampa e diritti civili – in seguito perderà la sua cattedra alla East China University di Shangai. I social network hanno avuto un ruolo centrale nelle denunce degli attivisti, TikTok è stato, in questo senso, il campo di azione scelto per raccontare, proprio durante il Covid, diverse battaglie anonime al più dell’informazione internazionale. Ferora Aziz solo pochi mesi fa aveva scelto di raccontare gli abusi del governo cinese sopra la minoranza Uiguri in un apparente tutorial Make-Up e questo portò poi ad un blocco dell’account della giovane attivista. L’esempio degli attivisti in Cina che hanno sfruttato i fari mediateci del momento, risalta la necessità dell’implementare l’informazione periferica non limitandola alla prossimità geografica. 

globalist.it

Oggi Venezuela, Bolivia, India, Egitto, Bielorussia occupano le posizioni più basse della classifica di Reporters Sans Frontiers, e ancora meno occupano nel palinsesto d’informazione televisiva italiana. Il giornalismo di denuncia in questi paesi subisce forti pressioni sia dal governo che dai gruppi criminali. 

La stampa libera in Venezuela è un’utopia. I pochi quotidiani editi nel paese trattano principalmente di propaganda politica interna. Dalla metà del 2013, anno della consacrazione a presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela di Nicolas Maduro, il “Collegio Nacional de Periodistas” riporta che hanno chiuso più di quaranta quotidiani e nove canali di televisione. Il governo spinge affinché i giornali periodici si aggreghino. Lo stesso Collegio in una nota del 4 giugno di quest’anno denunciava la scomparsa di una reporter rimarcando la paura per la linea dura del governo che chiede silenzio informativo. Durante la quarantena in Venezuela la situazione è peggiorata impedendo ai cittadini di avere un’informazione reale del pericolo che si stava vivendo. Se andiamo in Egitto la situazione non cambia. Durante la pandemia, Ruth Michelson la corrispondente del giornale britannico The Guardian per l’Egitto, ha dovuto abbandonare il paese per il suo lavoro di denuncia – si era occupata di portare avanti uno studio scientifico in cui si notava che i casi di Covid-19 erano superiori a quelli dichiarati dal governo.

Il Kashmire, situato tra India e Pakistan, è una località anonima alle cronache internazionali, dove durante molte ore del giorno i cittadini sono sottoposti a blocchi continui della rete internet. Questo porta ad una forte paura anche da parte dei media del paese che decidono, molte volte, di omettere il report di notizie. 

Se il termine periferie del mondo allude al senso geografico del termine, non è così; la Bielorussia è un esempio di come la libertà di opinione è lontana dal realizzarsi in est Europa. Il governo controlla le infrastrutture attraverso cui si trasmette il segnale radio e televisivo e questo significa che i canali privati devono chiedere un’autorizzazione al governo. Le uniche reti che possiedono una copertura nazionale totale sono quelle gestite da privati molto vicini al presidente Lukasenko. La tendenza di mantenere un’agenda estera concentrata su tematiche confinate alla prossimità geografica della notizia, o sull’hard-news isolata durante il coronavirus non è migliorata, e nonostante più del 75% dei paesi nella classifica mondiale vive sotto un controllo dell’opinione e della libertà di stampa del governo, a distanza di più settant’anni dalla stesura della Dichiarazione Universale Dei Diritti Umani meno dell’1% dello spazio totale dell’agenda esteri italiana è occupata dal racconto di queste. Questo ha pesato in modo netto sulla necessità delle periferie di occupare un posto in prima fila nell’opinione pubblica occidentale.  

Fonte: Euronews

L’agenda esteri nel palinsesto informativo televisivo italiano si occupa di periferie per meno dell’1% 

Non è un tabù che l’agenda giornalistica sia determinante nell’agenda politica e questo divario non fa che gettare ancora più ombre. L’agenda italiana, durante l’emergenza degli scorsi mesi ha raccontato di Covid per il 32% del palinsesto televisivo, e, oltre alla cronaca nazionale, una buona fetta è stata occupata anche da tematiche legate alla Cina – spaziando dalle cause del virus, ai modelli di insegnamento, nonostante l’informazione televisiva sia rimasta “di superficie” e non di approfondimento. Africa, Sud-America e Medioriente sono stati i continenti con il maggior numero di vittime, ma nei Tg italiani si sono dedicate al tema solo 24 notizie in 9 mesi. Le periferie del mondo, restano ancora lontane dalla ribalta mediatica in Italia, visto che nei primi nove mesi del 2020 sono state protagoniste in sole 33 notizie televisive. L’esplosione del porto di Beirut, che in Agosto portò il Libano protagonista dell’attenzione mediatica italiana, diventò addirittura il primo paese del mese per notizie televisive. Un neo che non è bastato al paese per ottenere l’attenzione mediatica di cui ha bisogno; solo due anni fa quando ci furono le elezioni parlamentari dopo dieci anni, An-Nahar, il maggiore quotidiano del paese in lingua araba, fu mandato in stampa completamente in bianco per mandare un segnale di protesta verso la pesante condizione in cui versava il paese. La grande prova mediatica in tempi di coronavirus ci ha insegnato una cosa fondamentale: se si vuole che qualcosa cambi, se ne deve parlare. Negli anni ‘50 Hugo Black – Giudice democratico e Associato della Corte Suprema degli Stati Uniti, che ha lottato per i diritti civili e contro la segregazione razziale – quando parlava del potere della stampa diceva: “Solo una stampa libera e non soggetta a limitazioni può efficacemente denunciare gli inganni da parte del governo”.

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